Non abbandonare mai la speranza di essere salvato

Disperso tra la neve dell’Himalaya nel dicembre del 1992, dopo quaranta giorni in attesa dei soccorsi, ormai allo stremo, sopravvivendo senza cibo, bevendo palle di neve, James Scott ventiduenne australiano, studente di medicina, decide di suicidarsi. Mentre sceglieva il modo come farlo si addormentò. Fu la sua fortuna, perché la mattina dopo un elicottero lo avvistò e dopo tre giorni due nepalesi lo raggiunsero e lo salvarono. Per 43 giorni non mangiò nient’altro che neve, due barrette di cioccolato e un bruco. 

James sopravvisse grazie anche a un precedente addestramento medico su come evitare la disidratazione e l’ipotermia e al suo amore per il karatè che aveva irrobustito i suoi muscoli. Determinanti nella ricerca furono la sorella Joanne e le autorità nepalesi che non persero mai la speranza di trovare James.

È facile lasciarsi andare, crollare e cedere all’autocommiserazione quando si è in un ambiente ostile o pericoloso. Mai farsi vincere da pensieri negativi. Potreste sorprendervi di quanto siete in grado di resistere grazie alla ferma determinazione di voler sopravvivere.

Finché c’è anche solo un briciolo di speranza, non bisogna mai arrendersi. Per quanto la situazione possa sembrare disperata, perdendo le speranze non si fa che peggiorarla. Cari fratelli lontani, dispersi in questo mondo impervio, non abbandonate mai la speranza di essere ritrovati e salvati da Geova. James Scott, ricordò di aver visto atleti, nelle gare di karatè, perdere pian piano le forze, soccombendo lentamente ad ogni colpo che incassavano, fino a diventare completamente inermi. “Così mi sentivo io”, disse, “quando chiusi la cerniera lampo del sacco a pelo e mangiai lentamente della neve. La mia volontà era stata infranta e avevo perso ogni desiderio di vivere. Non mi ero mai sentito così sconfitto”. (Lost in the Himalayas).

Non si può salvare qualcuno che non vuole essere salvato e non basta nemmeno amarlo per salvarlo. Prima o poi si lascerà andare. Ma non tutti la pensano così. Avere speranza non vuol dire conoscere cosa riserverà il domani, ma avere la convinzione che un amore più grande non ti abbandonerà mai. Per questo motivo molti non smettono mai di sperare nella salvezza, perché attendono fiduciosamente che qualcosa prima o poi si realizzi. Chi in Dio spera non dispera.

A prescindere dalle filosofie e dalle religioni, gli uomini non rinunciano mai a sperare. Il termine speranza deriva dalla parola greca “elpìs” che significa “desiderio o attesa di cose buone”. Poiché nessuno desidera il male per sé, la speranza sin dai tempi antichi significa tendere verso il bene. Sperare diventa una necessità biologica, nessuno ha il diritto di toglierla. Toglierla vuol dire uccidere. Molto spesso è nell’incertezza del futuro che si accende la luce per superare un presente di tenebra. La speranza non è solo per uomini deboli ma anche per quelli forti. La speranza può aiutare chiunque nei momenti critici. Per questo non va mai negata. Se la congregazione nega l’opportunità di salvezza rinunciando a cercare i fratelli lontani, sta in un certo senso uccidendo la loro speranza.

Secondo la mitologia, Zeus diede in dono a Pandora un vaso, raccomandandole di non aprirlo. Curiosa, Pandora non tardò ad aprirlo, liberando tutti i mali che conteneva (vecchiaia, gelosia, malattia, pazzia e il vizio). Sul fondo del vaso rimase soltanto la speranza che non fece in tempo ad allontanarsi prima che il vaso venisse chiuso di nuovo. Il mondo divenne un luogo desolato ed inospitale, finché Pandora lo aprì di nuovo per far uscire la speranza, così che l’umanità riprendesse di nuovo a vivere. Ecco perché la speranza muore soltanto quando il desiderio si è realizzato.

La speranza non si esaurisce solo entro i limiti umani tempo/spazio, essa va oltre la dimensione umana del reale. “Noi fummo salvati in questa speranza; ma la speranza che si vede non è speranza, poiché quando un uomo vede una cosa, spera egli forse per essa?” scrive Paolo in Romani 8:24.

La vera speranza, di cui si parla nella Bibbia, è più di un semplice desiderio, che potrebbe essere infondato o irrealizzabile. È meglio anche della semplice aspettazione, perché ciò che si aspetta non è sempre piacevole. L’apostolo Paolo avverte di non lasciarsi contagiare dallo stato d’animo di chi non ha speranza (1Corinti 15:32, 33).  La Bibbia stessa è un libro di speranza, e non nega che le persone, pur non credendo in essa come Parola di Dio, non nutrano speranze ragionevoli, a volte encomiabili. Per il credente, ogni speranza senza Dio è vana. Sperare non significa starsene con le mani in mano, essa richiede costante operosità e libertà di parola. La speranza viene accresciuta perseverando. La speranza è quindi la certezza che la promessa si realizzi.

Il pastore nutre la speranza, in un modo o nell’altro, che prima o poi troverà la pecora smarrita. Senza questa speranza non muoverà un passo per andare a cercarla. (Matt. 18:12-14). I pastori del gregge di Dio hanno il dovere di cercare le pecore che si sono allontanate e quindi fare di tutto per aiutarle. L’apostolo Paolo ricordò agli anziani cristiani dell’antica Efeso le loro responsabilità pastorali quando disse: “Prestate attenzione a voi stessi e a tutto il gregge, [incluse le pecore smarrite] fra il quale lo spirito santo vi ha costituiti sorveglianti, per pascere la congregazione di Dio, che egli acquistò col sangue del suo proprio Figlio”. (Atti 20:28)

Nonostante furono fatti precedenti sforzi che risultarono infruttuosi, un anziano decise di tentare ancora una volta di aiutare un fratello inattivo. Sperava in cuor suo che il cuore di questo fratello inattivo si sarebbe intenerito. Sorretto dalla speranza, camminò per molte ore a piedi in mezzo alle spine di una fitta boscaglia per raggiungere la fattoria del fratello. Vi arrivò ferito, graffiato e impolverato. Rivolgendosi all’inattivo disse che aveva fatto tutta quella strada per accertarsi della sua salute, e che la congregazione si interessava di lui. L’inattivo fu così commosso che in breve tempo tornò a essere attivo. La speranza ha prodotto un altro risultato inaspettato: un ex oppositore che lavorava vicino al fratello inattivo e che aveva ascoltato la conversazione non riusciva a credere ai suoi occhi. Rimase così colpito dagli sforzi fatti dall’anziano per aiutare l’inattivo che lui e la moglie cominciarono a studiare e divennero proclamatori della buona notizia.

Per cercare qualcosa che si è perso, di solito ci vogliono tempo, pazienza, uno spirito positivo e la certezza della speranza. I risultati possono non arrivare così presto come vorremmo. Ma non c’è alcun motivo di scoraggiarsi o di disperare. Dobbiamo continuare a prodigarci, sapendo che “non è desiderio del Padre . . . che uno di questi piccoli perisca”. (Matt. 18:14) James mantenne la speranza di essere salvato per 43 giorni in condizioni impossibili. È sopravvissuto al freddo, alla fame, all’isolamento e alla disperazione, sospeso sulla speranza che una squadra di ricerca prima o poi lo avrebbe trovato, o che si salvasse strisciando fuori dal rifugio dove si trovava quando la neve si sarebbe sciolta. Anche sua sorella non perse mai la speranza di cercarlo, così tutti noi tdG possiamo e dobbiamo impegnarci a trovare l’impossibile. Come i due soccorritori nepalesi si rallegrarono grandemente di aver trovato James, anche noi quando troveremo la persona persa, potremmo esprimerci con le stesse parole di Gesù:

“Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era smarrita”. (Luca 15:6

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