«Non avrai paura della freccia che vola di giorno» (Salmo 91:5)

La difficoltà di uscire dalla depressione.

Non avrai paura dei terrori della notte, né della freccia che vola di giorno, né del flagello che si diffonde nell’oscurità, né della distruzione che devasta a mezzogiorno. (Salmo 91:5,6)

Chi ha sofferto di depressione conosce bene l’angoscia che insorge durante la notte e che arriva inaspettata, che paralizza e fa tremare come un’improvvisa aggressione da parte di rapinatori, di animali feroci o di una catastrofe naturale.

Sa bene cosa sono gli oscuri flagelli che lo percuotono come quando si punisce un criminale. Espressioni di condanna divina come punizioni per aver trasgredito i suoi detti. Colpi sferrati con violenza sulla propria coscienza.

Non solo nell’oscurità, ma la distruzione psicologica prosegue anche quando la luce è al suo culmine a metà del giorno. Una devastazione che sfigura, che ti mette a ferro e fuoco.

Una freccia visibile vola di giorno, scoccata da coloro che hanno la lingua affilata, che scagliano parole ostli per colpire improvvisamente l’innocente. Un attacco verbale alla luce del sole. La loro lingua è una freccia micidiale che ti fa mancare il fiato quando colpisce, aguzza, penetrante e acuta. Parole che scuotono e abbattono.

È difficile parlare di depressione. Una malattia invisibile, anzitutto. I sintomi esteriori sono poco appariscenti. Puoi dare l’impressione di essere perfettamente in forma e, nello stesso tempo, avere la sensazione di sentirti morire.

Ti senti intrappolato e nessuno se ne accorge. Deriva da qui uno dei peggiori pregiudizi sulla depressione, quello che la equipara a una debolezza di carattere. Pensano che se sei abbastanza spirituale non ti butti giù. E se sei abbastanza forte, prima o poi ti tiri su.

Gli anziani di congregazione sono i più penalizzati, perché un nominato non può permettersi troppe delicatezze verso sé stesso. E sono i fratelli depressi, a suicidarsi spiritualmente con maggior frequenza, schiacciati da un sentimento di vergogna che altri invece di comprendere lo marchiano con parole sconsolanti.

Io stesso, cari fratelli di inattivo.info, ho impiegato diversi anni prima di uscire allo scoperto. Non sono mai guarito completamente e non ho mai superato l’imbarazzo di essere un depresso. Tanti non sanno che la salute mentale non è meno preziosa della salute fisica. Non conoscono il perverso scambio tra mente e corpo.

Quanti giudizi negativi sulla mia inattività. Quante poche persone mi sono state vicine in più di dieci anni di inattività. Quante lotte per trovare una via d’uscita da un’interiorità che diventava sempre più dolorosa. Un circolo vizioso che può spezzarsi solo prendendosi cura di sé, dedicandosi alle proprie passioni e cogliendo ogni occasione di benessere.

Inutile attendere un aiuto esterno che non arriverà mai. Non si tratta di egoismo, né di un meccanismo magico o automatico. La depressione insegna, tra l’altro, che ciascuno di noi vive in un equilibrio delicatissimo tra la propria interiorità e il mondo esterno.

Te ne accorgi quando viene meno la relazione con gli altri, con i propri fratelli spirituali, con i propri familiari, con i tuoi amici. Pensi continuamente se vale la pena vivere per sé stessi o, meglio, per il proprio futuro.

In questi lunghi anni, alcuni hanno parlato e straparlato come tante frecce aguzze. Trovo difficile parlarne tutt’oggi, nonostante sia ritornato in congregazione da circa un anno. Sappiamo troppo poco del cervello, ma dobbiamo fare tesoro di ogni conoscenza disponibile scritta sulle nostre pubblicazioni.

Non sempre la congregazione costituisce un ambiente favorevole per un depresso, anche se bisogna dire che negli ultimi tempi sono stati fatti passi avanti. C’è ancora ignoranza e immaturità nel sapersi relazionare con chi soffre mentalmente. La spinta a essere sempre attivi, più produttivi è un fattore di ansia per chi è ancora fragile psicologicamente.

Ho sofferto da cani nel periodo di pandemia. Chiuso in una solitudine estrema. Forse la pandemia ha indotto i sani a rallentare, a passare più tempo con i propri cari, a interrogarsi su quello che davvero conta nelle nostre vite. Intorno a me vedo segnali incoraggianti.

Il senso di comunità si è lentamente risvegliato, adesso sta a noi non sprecarlo. Convincendoci che il successo di una vita spirituale non si misura sulla base del mero risultato. L’uomo deve tornare al centro di ogni attività e non le attività al centro dell’uomo.

Credo che non si possa rinunciare all’ascolto di sé e degli altri. Ogni cristiano deve trovare uno spazio di silenzio, non farsi frastornare dall’eccesso di informazioni, di disposizioni e di direttive. Solo così in congregazione si possono trovare le parole giuste per dare un nome alla bellezza e alla sofferenza, alla paura e alla speranza.

Alla fine, sono le frecce, cioè il linguaggio a rendere visibile la realtà. È nelle parole che ritroviamo il significato più profondo del nostro essere uomini. D’altronde cos’è il linguaggio se non un insieme di parole che permettono di trasmettere informazioni di sé agli altri.

Le frecce di Dio curano, infondono coraggio e speranza. Aprono uno squarcio nell’oscurità. Vanno dritte al cuore. Il depresso non ha paura delle “frecce [di Geova] che volano di giorno”. Le sue parole rassicurano, accrescono l’autostima, infondono coraggio, motivano a un impegno maggiore che tiene conto della fragilità depressiva.

No, non ho paura delle frecce di Geova. Quelle dell’uomo sì, ogni tanto incutono timore, a volte colpiscono, altre volte mancano il bersaglio. È la vita.

LE FRECCE DI GESU’ SONO PRECISE E NON MANCANO MAI IL BERSAGLIO

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Un arciere, dopo anni di addestramento, voleva mostrare al suo maestro l’abilità con la quale scagliava le frecce. Con una freccia centrò una ciliegia a 40 metri di distanza. Il maestro non disse nulla, s’incamminò in silenzio fino a raggiungere un ponte traballante, dove oscillando spaventosamente scagliò una freccia centrando una pesca a 20 metri di distanza.

Ci provò anche l’arciere che pieno di paura sbagliò il bersaglio. «Un arciere – disse il maestro – è abile anche quando le circostanze sono sfavorevoli. Continua ancora ad esercitarti e a prepararti anche quando le circostanze sono avverse».

La Bibbia è un antico manuale di tiro con l’arco. Contiene regole precise per saper scagliare le frecce. Ciascun arciere ha una sua personalità e una sua conformazione fisica, spirituale ed emotiva. Le regole su cosa dire, scritte nella Bibbia, non valgono per tutti allo stesso modo. Così come i “bersagli” da colpire, in questo casi i fratelli depressi, non sono tutti uguali.

Ci vuole intelligenza spirituale, frutto di anni di addestramento, per scoccare una freccia che centri il bersaglio in condizioni sfavorevoli. Un vero anziano è un efficace tiratore quando le condizioni mutano intorno a lui. Quando ha di fronte un depresso, il bersaglio è difficilissimo da centrare. Ci vuole grande competenza spirituale, senza di essa qualsiasi freccia tiri dalla faretra non centrerà mai il cuore e la mente del fratello.

Deve imitare Gesù il Grande Arciere. Potrà centrare il bersaglio solo grazie alle parole confortanti scritte nella Parola di Dio. Cari anziani arcieri, la parola è una freccia che Dio vi ha donato. Quando siete con un fratello depresso, in quel momento le vostre parole sono le frecce di Geova. Sappiate usarle bene. (i.i)

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