Per non dimenticare i “dimenticati”

Uno dei punti del folle programma dei nazisti era quello di annullare l’identità del nemico o di annientarlo definitivamente servendosi dei campi di concentramento come strumento di morte.

Per i nazisti lo sterminio non aveva a che fare con esseri umani, ma con categorie. E queste nei campi si distinguevano per i triangoli e le stelle di vari colori a partire dal 1937. La categoria degli ebrei aveva la stella gialla, quella dei politici un triangolo rosso (con indicazione della nazione di provenienza), i delinquenti erano contrassegnati dal triangolo verde, gli omosessuali da quello rosa, i rom e i sinti (definiti zingari) da uno marrone, e così via per un totale di 8-9 categorie, una delle quali era quella dei testimoni di Geova, riconoscibili nei campi dal triangolo viola che indossavano.

Per ogni categoria c’era una “ragione” – chiamiamola così – per giustificare internamento e soppressione, o la “soluzione finale” nel caso degli ebrei. Le ragioni potevano essere di ordine etnico: la distanza dallo pseudo-modello razziale ariano “giustificava” la repressione di categorie ritenute neppure appartenenti all’umanità, quali ebrei e zingari. In altri casi, le motivazioni erano di ordine ideologico, come nel caso dei politici.

Per un’unica categoria, per meglio dire, per un unico gruppo, tuttavia, le ragioni erano di ordine esclusivamente religioso: i testimoni di Geova, che, poco più di 20.000 in Germania quando i nazisti andarono al potere nel ’33, furono immediatamente presi di mira per il loro rifiuto di sostenere l’ideologia nazista imperniata sull’odio. Quasi 10.000 Testimoni tedeschi infine avrebbero sofferto nelle prigioni o nei campi nazisti, dove 2.000 di loro trovarono la morte.

Scrupolosi nell’osservare le leggi, i Testimoni non prendevano parte alle questioni politiche e soprattutto alle guerre. Dal loro credo religioso discendevano una serie di comportamenti quotidiani che si scontravano con l’ideologia totalizzante del nazismo: il rifiuto di imbracciare le armi innanzi tutto e di lavorare per l’industria bellica, il rifiuto di idolatrare il führer (il saluto “Heil Hitler!”) o la svastica, il rifiuto di aderire al partito nazista, nonché l’imparzialità con cui diffondevano il messaggio evangelico non facendo distinzioni tra etnie, razze, ecc.

Quella dei Testimoni fu la prima associazione religiosa ad essere proscritta nella Germania nazista già nella primavera del 1933; tra i primi internati nei campi c’erano i testimoni di Geova. I comportamenti che scaturivano dal proprio credo religioso erano seguiti dai Testimoni con coerenza e scrupolo, come hanno messo in luce anche diversi studiosi.

Wolfgang Sofsky, sociologo tedesco, ha fatto notare: “Le SS attribuivano a questi detenuti [testimoni di Geova] un’influenza maggiore di quella che in realtà avevano. Per molti anni essi vennero perseguitati assai duramente a causa del loro coerente atteggiamento di resistenza passiva: per rompere la loro solidarietà si decise di sparpagliarli in blocchi diversi, ma poi si dovette fare marcia indietro quando ci si accorse del pericolo rappresentato dal loro attivismo ‘missionario’ all’interno delle camerate . . . la resistenza passiva dei testimoni di Geova era rivolta soltanto contro quegli ordini che erano inconciliabili con le loro concezioni religiose”.

Per uscire dai campi di concentramento o di prigione ai Testimoni internati sarebbe stato sufficiente firmare un’abiura (non a caso, uno strumento tipico della repressione religiosa). Lo ricorda anche Margarete Buber-Neumann nelle sue memorie, spiegando come in questo senso le sue compagne di prigionia (lei era capoblocco delle Testimoni di Ravensbrück) fossero delle “prigioniere volontarie”.

Nel suo libro Prigioniera di Stalin e Hitler si legge: “Le Testimoni di Geova si potevano ritenere delle ‘prigioniere volontarie’. Infatti per essere immediatamente rilasciate sarebbe stato sufficiente presentarsi dalla capo-sorvegliante e firmare una dichiarazione con la quale abiuravano la loro fede”. L’abiura era un dattiloscritto, leggermente diverso da campo a campo.

La dichiarazione era di questo tenore: “Ho lasciato completamente l’organizzazione [degli Studenti Biblici o testimoni di Geova] e mi sono liberato nel modo più assoluto dei [suoi] insegnamenti . . .  Con la presente assicuro che mai più prenderò parte all’attività . . . degli Studenti Biblici. Denuncerò immediatamente chiunque mi avvicini con l’insegnamento degli Studenti Biblici o riveli in qualche modo di farne parte.

Consegnerò immediatamente al più vicino posto di polizia tutte le pubblicazioni degli Studenti Biblici che dovessero essere inviate al mio indirizzo. In futuro stimerò le leggi dello Stato, specie in caso di guerra difenderò, armi alla mano, la madrepatria e mi unirò in tutto e per tutto alla collettività”. Accontentandosi di una semplice firma su un foglio di carta, i nazisti riconoscevano implicitamente il rigore morale e la coerenza dei testimoni di Geova.

Sapevano di dover combattere con loro una battaglia per il dominio dello spirito. Se fossero riusciti a infrangere l’integrità e la coerenza del singolo Testimone inducendolo a firmare l’abiura, ne avrebbero fiaccato la spiritualità. Era una lotta di religione.

Prima ancora, la lotta era cominciata in tutta la Germania. Dal 1933 Bibbie e pubblicazioni bibliche vennero confiscate ai Testimoni e date alle fiamme. Singoli Testimoni furono picchiati e arrestati perché assistevano a riunioni di culto. Si moltiplicarono i licenziamenti di Testimoni che lavoravano nella pubblica amministrazione, nella scuola o in altri impieghi. I loro figli vennero espulsi da scuola.

Centinaia di genitori si videro privati della potestà quando i figli furono avviati a centri di rieducazione nazista. Nel 1936 la Gestapo formò un’unità speciale per dare la caccia ai Testimoni che si ostinavano a sfidare il bando nazista e continuavano ad osservare clandestinamente i precetti della loro fede. Nel 1938 erano già circa 6.000 Testimoni imprigionati o internati per la loro fede, con la loro riconoscibile uniforme completata dal triangolo viola.

Sin dall’inizio i testimoni di Geova denunciarono al mondo, attraverso i propri periodici, quanto stava accadendo. Nella rivista l’Età d’Oro comparvero addirittura gli schemi dei campi di concentramento.

La denuncia fu totale! Attraverso una “Risoluzione” fu effettuata una dura protesta contro la barbarie nazista. Successivamente, tramite una “Lettera aperta” distribuita in tutta la Germania, resero noti al popolo tedesco molti particolari della crudeltà nazista. La reazione, ovviamente, non si fece attendere. Molti di loro morirono di stenti, altri dopo essere stati torturati dalle SS che volevano i nominativi di loro confratelli e, a partire dal settembre 1939, circa 300 testimoni furono condannati da tribunali militari quali obiettori di coscienza e giustiziati.

Il primo obiettore di coscienza tedesco della II guerra mondiale ad essere passato per le armi fu proprio un testimone di Geova: August Dickmann. Fu fucilato il 15 settembre 1939 nel campo di concentramento di Sachsenhausen, per ordine di Heinrich Himmler, capo delle SS. Il 18 settembre 1999 è stata affissa una targa al muro esterno dell’ex campo di concentramento in onore degli oltre 890 testimoni di Geova imprigionati a Sachsenhausen. È stata inoltre inaugurata una pietra commemorativa in onore di Dickmann.

Il comportamento dei Testimoni nei campi colpì gli stessi aguzzini. Parlando della fucilazione di alcuni di loro nella sua autobiografia, Rudolph Höss, comandante di Auschwitz durante una parte dell’attuazione della cosiddetta “soluzione finale” contro gli ebrei, dice: “Così immaginai dovessero essere i primi martiri cristiani, condotti nell’arena per essere dilaniati dalle belve. Andarono dunque alla morte coi visi illuminati, gli occhi rivolti al cielo e le mani congiunte nella preghiera e levate in su. Tutti coloro che assistettero alla loro morte ne furono turbati, perfino il plotone d’esecuzione”.

La storia dei testimoni di Geova nella Germania nazista è singolare perché potevano scegliere diversamente da altri prigionieri abiurando la propria fede religiosa. Furono l’unico gruppo religioso a prendere una posizione coerente contro il regime nazista. Per questo nei campi di concentramento erano l’unico gruppo religioso riconoscibile da uno specifico simbolo sull’uniforme, il triangolo viola. I testimoni di Geova, infine, denunciarono apertamente e sugli stampati che diffondevano le barbarie naziste, e per questo la Gestapo e le SS profusero un impegno spropositato nel vano tentativo di annientare questo gruppo relativamente piccolo.

Molti di loro, come milioni di altri, persero tanto: averi, salute, ma soprattutto familiari, amici o la loro stessa vita. Come tanti altri, però, seppero conservare una propria dignità in mezzo a quegli orrori. E, soprattutto, non persero ciò a cui forse tenevano di più: la propria fede religiosa, per la quale tanto erano stati disposti a soffrire (Salmo 124:2, 3).

Siamo così solerti e prodighi nel diffondere il marchio JW.org, facciamo di tutto per autorappresentarci e per autocelebrarci, e poi ci dimentichiamo di un’autobiografia storica e ricca di fede, di uomini che furono un esempio di resistenza spirituale. Mentre le generazioni di giovani tdG non conoscono affatto questa storia, se non per averla sentita in modo del tutto occasionale presso i banchi di scuola, noi ogni anno continueremo a ricordare uomini, donne e bambini che seppero matenere una forte fede in Geova contro un nemico crudele e spietato.

“La loro storia è una testimonianza della forza dei loro convincimenti interiori e parte della più generale vicenda delle opposizioni e delle resistenze civili che accompagnarono gli anni cupi del totalitarismo nazionalsocialista”. (Claudio Vercelli)

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ulteriore approfondimento:

vedi Sybil Milton in Dizionario dell’Olocausto

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