Non l’attardarsi ma l’attesa è ciò che conta

«Non è ancora giunto il momento che questa visione si avveri, ma alla fine tutto si realizzerà, come previsto. Attendila con fiducia e pazienza. Arriverà sicuramente e non tarderà». –  Abacuc 2:3. Parola del Signore (PS)

Attardarsi è un verbo che indica indugio, trattenersi più del previsto, tardare. L’attesa è il tempo che si attende; è il lasso di tempo che intercorre tra un evento annunciato e il suo verificarsi. E’ l’arco di tempo necessario per trasformare il futuro in presente, per realizzare i nostri desideri, i nostri progetti, per raccogliere i frutti seminati. L’attesa non si riferisce solo al tempo che trascorre, ma anche a tutto ciò che rientra nel tempo di attesa: irrequietezza, pazienza, ansia, calma, fiducia, fatica, imprevedibilità. Non sa attendere colui che vuole tutto e subito e che fa fatica a sopportare l’imprevisto e l’ignoto. La giusta attesa dà la possibilità di diventare creativi. Chi manca di attesa è privo di speranza.

“In aspettazione”. Da quanto tempo aspettiamo che Geova ci liberi da un serio problema che ci affligge gravemente? Come Abacuc vediamo in visione la soluzione ma essa tarda ad arrivare. Al tempo del profeta quel tipo di attesa sembrava indifferenza di Dio al bene e al male. Quando si attende ansiosamente la soluzione, non sempre è possibile riconoscerne il momento della venuta e il modo con cui si realizzerà. Quello che conta è tenersi in aspettazione, cioè disporsi con un atteggiamento positivo e di speranza all’arrivo o al verificarsi di ciò che attendiamo. Molti particolari non ci sono dati sapere.

In questo periodo di aspettazione non tutti hanno la forza di attendere. Diversi fratelli possono rallentare o perfino abbandonare il loro cammino di fede. Alcuni rimpiangono gli anni e il modo in cui hanno servito Dio. Prima erano di “vedetta”, stavano “in guardia”, poi per una serie di circostanze sfavorevoli hanno lasciato il loro posto di osservazione, forse ne hanno scelto un altro diverso, oppure, sono soddisfatti del loro stile di vita e non sentono più il bisogno di stare in attesa di un qualcosa che secondo loro non arriverà più o se dovesse arrivare non sarà durante la loro vita. La speranza in ciò che si aveva prima si è affievolita o è scomparsa del tutto la fede. Forse la pensano come Michelangelo.

Giosuè era convinto “che nemmeno una parola di tutte le buone parole che Geova vostro Dio ha proferito è venuta meno. Vi si sono avverate tutte”. (Giosuè 23:14) Quando si è in attesa è importante sapere chi o cosa stiamo aspettando. Si tratta di una persona meritevole di fiducia? E’ sempre stato puntuale o ha l’abitudine di procrastinare? Quando si ha fiducia completa in ciò che stiamo aspettando l’attesa è meno stressante. Attendere Dio non è mai una perdita di tempo. Oggi la gente ha paura degli altri e del futuro e questa paura le spinge a cercare dove forse non troveranno mai ciò che desiderano. Chi ha il seme dell’attesa di Dio in sé attende la promessa con pazienza, perseveranza e coraggio.

L’attesa di Dio è attiva.  Ciò significa che si è convinti di essere nel posto giusto al momento giusto. Chi è impaziente cerca altrove. Il seme dell’attesa di Dio è un modo per tenere sotto controllo il futuro. Il seme dell’attesa di Dio è credere che qualcosa certamente accadrà, ben al di là della nostra immaginazione. L’indebolimento dell’attesa di Dio non è mai una ragione per diventare inattivi. L’attesa di Dio è il futuro che si presenta con le mani piene di cose buone. L’uomo di Dio non vive mai nel tempo presente ma nel tempo futuro. Non è il tempo dell’attesa la cosa più importante della vita ma chi attendi. L’attesa di Dio va mantenuta viva, attiva. Più la speranza si attende, più la si apprezzerà quando si realizzerà.

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L’attesa, Felice Casorati.

Il dipinto in alto raffigura una donna dall’età indecifrabile, dai capelli biondi e dalle sopracciglia nere. Il vestito e i lineamenti del corpo sembrano dare l’idea di una nobildonna. Il capo è reclinato e si scorge un orecchino. Sullo sfondo in alto a sinistra si intravede una porta che simboleggia il confine tra l’entrare e l’uscire dalla stanza. Il pavimento ha la forma di una scacchiera, creando un’illusione prospettica, che a seconda dei punti di vista può apparire rassicurante ma anche monotona. La donna volta le spalle a ogni cosa raffigurata ed è posta in primo piano dove tutto, disposto con ordine, ruota attorno a lei. Gli oggetti vuoti apparecchiati sul tavolo e la grandezza stessa del tavolo sovrastano la donna, ma danno anche l’idea che debba arrivare qualcuno. La donna un po’ assonnata o stanca di aspettare e l’insieme della composizione del quadro sembrano trasformare il tempo in un’attesa eterna dove ogni sentimento di passione è spento. In questo tempo non c’è tensione, dinamismo, attività. Tutto langue, ogni cosa è immobile e muta. Quest’effetto ha il potere di sprigionare una forza che va oltre il tempo di attesa. Chi ama sa attendere. Solo l’amore per ciò che si attende riesce a trasformare il silenzio vuoto di una presenza solitaria in una speranza attiva, che troverà il suo compimento nell’arrivo dei commensali e che si trasformerà in un momento di festosa convivialità.  

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