Non pretendere la felicità dagli altri

ATTI 20

La felicità non si pretende si dona.

Ci sono persone in grado di controllare ogni situazione e forti a tal punto da resistere ai problemi di un’intera vita. Ci sono altri che si lasciano trascinare dai venti dell’emotività e sono destinati prima o poi a vivere un’esistenza infelice. “Nulla di nuovo sotto il sole”, perciò sintetizzo la questione per non annoiare più di tanto.

E’ superfluo analizzare i motivi che inducono a non sopportarsi più e quando, si supera il limite della sopportazione si spera che un giorno si esca con una ragionevole forma liberatoria. Nell’organizzazione di Geova non esistono clausole di coscienza e clausole rescissorie. Qualunque sia la causa che separi, non è una valida ragione per abbandonarsi a vicenda. Cristo ha insegnato l’unità e non la separazione da lui. Spesso l’abitudine, la routine, la perdita di interesse e il logoramento dei rapporti diventano così forti che spengono il desiderio di collaborazione e di comune fratellanza. Vivere il Cristo in questo modo non è vero cristianesimo e non porta alla vera felicità.

Chi pronuncia i due fatidici “Sì” del proprio battesimo al ministro del culto, davanti a una platea di testimoni, non può avere il retropensiero, che se poi tutto va male, amen e tanti saluti al voto di fedeltà. Non esiste un salvagente deresponsabilizzante. Quando si entra in crisi, di regola la colpa è di tutti e non senza traumi. Ho sentito che la dedicazione a Dio è paragonabile al fidanzamento e il battesimo al matrimonio, quindi, un matrimonio in piena regola. E come tutti i matrimoni “dopo i confetti escono i difetti”. Ecco perché i Testimoni non usano i confetti ai loro matrimoni. Battuta a parte, dopo aver esaurito le abbondanti scorte di miele, per alcuni non rimangono che le riserve di fiele. Dopodiché, per non mandare tutto in malora, occorrono dosi abbondanti di perseveranza e a volte anche di ipocrisia. Salvo che non si è talmente eruditi spiritualmente da essere edotti a tal punto che adorare Dio in unità sia la cosa più giusta e tollerante da fare. Tutto sommato, prima o poi, gli aspetti negativi saranno compensati da quelli positivi.  In effetti, ritrovarsi insieme dopo una giornata sfibrante a combattere gli antagonisti dello spirito e conversare con i fratelli sulla purità necessaria per entrare in contatto con le sfere del divino è un conforto per il corpo e per lo spirito. Se poi, questo legame si rafforza ulteriormente in un mutuo soccorso, la pia adorazione non sarà un peso insostenibile, ma un piumone Ikea caldo e protettivo, dove ognuno dorme e sogna a modo suo.

Per difendere lo spirito dagli attacchi della carne devi viaggiare sul pullman di Dio in compagnia di serafini e cherubini. Altrimenti sarà dura. La felicità per raggiungerla bisogna sudarsela. Se non vuoi secretare liquido sudoriparo, devi accontentarti di quello che passa il convento, anzi di quello che trovi in congregazione. Non c’è una terza possibilità. Perciò, taci e raccogli ciò che hai seminato e non attribuire al tuo compagno di fede ogni colpa. In fondo, tu non sei migliore di lui, ma nemmeno peggiore. “Siamo schiavi buoni a nulla”, quindi non pretendere la felicità, poiché essa è episodica, momentanea e quando scompare lascia sempre un retrogusto amaro.

Se un inattivo ti ha abbandonato ha le sue colpe, ma se anche tu, corpo degli anziani, lo hai lasciato al suo destino non sei da meno, anzi, sei di più. Più irresponsabile. Nessuno dei due può dirsi felice. Gesù affermò che la verità rende liberi. Perciò, ognuno è libero di verificare se c’è verità in tutto ciò che si crede vero. La felicità non è una regola matematica, dividerla con un altro non significa perderne la metà, ma equivale a moltiplicarla per tante volte. Se sei felice il cervello va su di giri. Ricordalo! Cristo insegnò a non richiedere la felicità dagli altri, perché essa non si pretende, ma si dona in maniera altruistica e disinteressata. E’ questo l’unico modo per essere veramente felici (Atti 20:35).

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