Non si possono consolare i sofferenti senza condividere la loro sofferenza / 3

Non si può andare da un sofferente per consolarlo se prima non abbiamo sofferto insieme a lui le sue angosce e le sue preoccupazioni. Non servono i super eroi per lenire le ferite con ogni risposta dottrinale precostituita agli interrogativi della fede. Nessuno ci crederà perché gli eroi esistono solo nei fumetti o nei telefilm e non nella vita reale. Cosa volete che interessino gli aspetti dogmatici della fede o quelli tecno-organizzativi a un fratello che sta soffrendo le pene dell’inferno.

Per consolare i sofferenti servono mani mosse dal pulsare del cuore e parole di sollievo e speranza. La consolazione si nutre di gesti semplici, di contatto umano, di piccole e umili parole.

Quando veniamo a conoscenza di un fratello lontano malato dobbiamo essere sensibili al richiamo della consolazione. E’ questo un terreno privilegiato per l’opera pastorale. E’ in queste circostanze che incontriamo il fratello spiritualmente nudo, per quello che realmente è. E’ in casi come questi che abbiamo l’occasione per parlare con molti che non frequentano più le congregazioni come un tempo e di trovarli nello stato d’animo ideale per accoglierci. Il bisogno di consolazione si concentra sempre di più nelle abitazioni, dove la sofferenza non si vede, non fa scandalo e può essere dimenticata.

Il fratello lontano è una persona da amare, non un peccatore da evitare.

Molti pastori mancano di discernimento. Sono talmente impegnati in compiti organizzativi e teocratici che non hanno il tempo di comprendere i reali bisogni dei singoli fratelli. Un maggiore discernimento vuol dire una equa distribuzione delle responsabilità in ambito congregazionale e circoscrizionale. La fratellanza non è una parola o un’idea, una semplice aspirazione, ma è un’esperienza vissuta in tutti i sensi. A cosa serve pregare nelle Sale del Regno per i fratelli malati, per quelli che soffrono, per gli afflitti, se poi non ci degniamo di un gesto, di una telefonata, di una visita, di un andare incontro ai loro bisogni? Che fratellanza è mai questa? Quando consoliamo condividiamo ciò che siamo spiritualmente. Con questi gesti di solidarietà non solo diamo sollievo al fratello, ma riceviamo più di quanto diamo.

L’inadeguatezza nel saper fare e nel saper dire da parte degli anziani di congregazione è spesso la causa principale di lamentela da parte di molti fratelli, soprattutto di quelli che si sono allontanati. Le visite pastorali (rare) o le occasioni (ancor più rare) in cui si è avuto modo di parlare con questi fratelli dimostrano che si tratta di intrattenimenti inefficaci dovuti a una mancanza di preparazione adeguata. Tali visite rimangono inefficaci perché non inseriti in progetti organizzati, non adatti ai bisogni generali, frutto a volte di iniziative sporadiche. Si ha paura di confrontarsi con questi fratelli. Una tale attività richiede notevole energia fisica ed emotiva.

Si tratta, infatti, di un’opera in cui si è sempre nella posizione di chi dà. Se, da una parte, ciò può essere soddisfacente, dall’altra si rischia di aprire le porte alla delusione, all’affaticamento mentale e al dispendio di molte energie. Non tutti i pastori sono disposti a questi sacrifici per amore delle pecore di Cristo. L’impegno pastorale deve tradursi in compassione e consolazione, che non è sentimentalismo, né formalità. Bisogna essere capaci di accompagnare questi fratelli in punta di piedi. Nulla della sofferenza del fratello deve essere perduto.

In questi casi l’approccio personale tra anziano e fratello lontano deve essere intenso e profondo. Ci si deve guardare negli occhi perché è nella reciprocità che si può guarire e apprezzare. Non basta leggere una scrittura, dire due parole di conforto, incoraggiare meccanicamente. La scintilla della consolazione scocca quando due sguardi si incontrano e vanno in profondità, per arrivare fino alle viscere. Per consolare i fratelli lontani devono andare i migliori consolatori, né anziani troppo giovani, né anziani troppo vecchi di testa. Quest’opera pastorale di consolazione richiede qualità, competenze, delicatezza, carattere, esercizio di pazienza, che non è da tutti.

Date tempo e spazio a chi soffre. Ascoltatelo e accogliete il suo pianto liberatorio. Asciugate le sue lacrime con parole di speranza. Vedete ogni fratello come una persona unica, diversa dalle altre. Date risposte non superficiali a chi vive nell’incertezza. Non limitatevi a una sola visita, serve a poco. Siate continui e regolari, in modo da entrare in simpatia ed empatia. Siate consolanti con piccoli gesti di affetto, di tenerezza. Condividete i sentimenti e le emozioni in maniera sincera e genuina. Sforzatevi con le parole e con il tono della voce che la sua situazione vi sta a cuore. Evitate i luoghi comuni.

Siate voi i primi a credere nel potere della consolazione dello Spirito. Siate grati a Geova di essere stati scelti da lui per questa opera di salvezza e di conforto. Sappiate accogliere con pazienza e umiltà anche le domande difficili e imbarazzanti, rispondendo in maniera illuminante con la Parola di Dio. Non servono spiegazioni personali, né opinioni di singoli. Indirizzate l’attenzione a Geova, Gesù e alla Bibbia. Prestate attenzione al disagio interiore che colpisce voi anziani durante questa opera di consolazione. Chi consola altri, a causa delle pressioni, può avere bisogno anche lui di conforto.

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