Opere fruttuose da fede attiva e opere infruttuose da fede inattiva?

predicazione

Riceviamo e pubblichiamo

Parte 1

Nei quattro vangeli e nel libro di Atti sono descritti 150 episodi di predicazione, di questi solo 4 (v. Matteo 10:9-14; Luca 10:1-16; Atti 5:42; 20:20) vengono usati nelle riviste come base dell’insegnamento per andare da porta a porta.

E’ volontà di Dio che ci sia una distinzione tra un’opera di predicazione con metodo di serie A (basata su 4 episodi biblici) e un’opera di predicazione con metodi di serie B (basata su 146 episodi biblici)? Quali sono le basi scritturali per considerare i fratelli del gruppo A spiritualmente attivi e i fratelli del gruppo B spiritualmente inattivi?

Questa distinzione non introduce di fatto un paragone (v. Galati 6:4) di valore (v. Efesini 2:8,9) tra fratelli e non è di per sé una esplicita divisione? Ci sono forse opere fruttuose da fede attiva e opere infruttuose da fede inattiva (v. Giacomo 2:20; 2 Pietro 1:8)? Ci sono opere che Dio considera di meno  e altre che considera di più? (v.Tito 3:14; cf. Matteo 12:36 dove il termine argon non viene tradotto inattiva ma non profittevole)?

A mio parere sarebbe più in armonia con le Scritture affermare semplicemente che se non ci sono opere la fede è morta (Giacomo 2:17; inattiva, Giacomo 2:20; cf. l’adorazione formale è futile in Giacomo 1:26) e se c’è fede, questa si manifesta con le opere (v. Giacomo 2:18): grandi o piccole, tante o poche, importanti o meno… chi può misurare la fede e la spiritualità dei fratelli (Luca 6:37-38) dicendo: “queste sono opere di prima categoria, sei spiritualmente attivo”, mentre ad un altro: “le tue sono opere secondarie, sei spiritualmente inattivo!”… è alquanto angosciante e deprimente trattare la fede mediante normative e tecnicismi!

Parte 2

Come nei tempi biblici anche oggi è piacevole e incoraggiante ricevere notizie sull’incremento dei battesimi e sulle esperienze nella predicazione (Marco 6:30), ma con questo non si può giustificare l’uso delle statistiche del rapporto di servizio affermando che “danno un quadro realistico di ciò che viene fatto in tutto il mondo”, perché le statistiche non daranno mai un quadro qualitativo (dal punto di vista di Dio), solo quantitativo (dal punto di vista umano, v. Marco 12:41-44).

Oppure dire “Indicano dove c’è bisogno di aiuto… nonché quali e quante pubblicazioni servono per far progredire l’opera di predicazione… in maniera più efficace” (w05 1/6 pp. 17-18 §12-13), perché ciò implica istituzionalizzare una metodologia ed elevarla al di sopra delle altre, significa fare credere che agli occhi di Dio c’è un solo metodo di predicazione fruttuoso, efficace, ed elevarlo a carattere distintivo del vero cristianesimo, rispetto al quale, gli altri metodi di predicazione, si fanno… sì, ma sono di valore inferiore in termini di incoraggiamento, di efficacia nel fare progredire l’opera… come se non fornissero sufficienti indicazioni della crescita spirituale… infatti non fanno parte del rapporto di servizio reso a Dio (?!?).

Allora perché Gesù, gli apostoli e i discepoli hanno perso tutto quel tempo (146 su 150 episodi biblici) usando metodi di predicazione secondari invece di dedicarsi al 100% alla predicazione da porta a porta… erano proclamatori inesperti, spiritualmente deboli… al limite dell’inattività?

Ubbidire a Dio per ricevere il dono della salvezza include ovviamente anche l’opera di predicazione, “andate… fate discepoli…battezzandole… insegnando…” (Matteo 28:19-20) e ciò implica essere la “luce del mondo… affinché vedano le vostre opere eccellenti” (v. Matteo 5:14-16).

Dopo aver analizzato tutti i metodi di predicazione di Gesù, degli apostoli e dei discepoli (compresi gli ultimi 4 episodi), non mi sento in coscienza di affermare che per avere la benedizione di Dio nella predicazione ci sia bisogno di una attività organizzata in orari programmati, dialoghi prescritti con predeterminati argomenti ed espressioni prestabilite in pubblicazioni religiose.

Come disse Giovanni: “non amiamo a parole né con la lingua, ma con opera e verità.” (1 Giovanni 3:18; v. 1 Timoteo 4:16; cf. Ebrei 13:10-16, si noti che il v. 16 non è in alcun modo limitato ai propri conservi). Solo attraverso l’effetto dell’illuminazione della buona notizia con ciò che siamo e facciamo in tutta la nostra vita, ogni giorno e per tutto il giorno, possiamo essere come una luce per il mondo.

Parte 3

La nostra salvezza è stata comprata ad un prezzo molto alto, la vita di Gesù, per questo non può essere guadagnata mediante l’ubbidienza ad una serie di norme o leggi, neppure se religiose. E’ stato un atto d’amore, perciò ci è richiesto di ubbidire alla legge dell’amore (v. 1 Giovanni 4:8; Giovanni 13:34-35; Matteo 22:36-40).

Dio tramite Gesù ci ha garantito il dono della vita eterna quando abbiamo accettato tale dono con fede (Giovanni 5:24, si noti l’aspetto concluso/compiuto del verbo; cf. “Lora viene, ed è questa…” Giovanni 5:25-29; cf. Matteo 8:22). Ma per non perdere tale dono si deve esercitare lo stesso atto d’amore (entro i limiti delle nostre capacità) verso gli altri (v. 1 Giovanni 3:14-15; 2 Corinti 5:11-15; Atti 20:26-27).

Essere giustificati per avere riposto fede nel sacrificio di espiazione di Cristo (v. Romani 3:28; 2 Timoteo 1:9) ci ha introdotti nel nuovo patto (il rapporto di alleanza con il Padre, la piena riconciliazione che consiste nel diventare parte della sua famiglia, l’essere figli di Dio, con i benefici dell’intimo rapporto che questo connota), ciò non significa essere ricompensati in base all’ubbidienza a delle leggi religiose (v. 2 Corinti 3:5,6), ma avere la legge di Dio nel cuore (v. Geremia 31:33), vivere per fede, cioè lasciarsi condurre dallo spirito santo (dalla Parola di Dio).

Paolo chiarisce che o c’è una cosa o un’altra: o una persona ha lo spirito di Dio e produce il suo frutto o è nemico di Dio e non appartiene a Cristo, senza tale spirito non c’è “vita e pace”, solo la morte (v. Romani 8:6-9; cf. 2 Corinti 1:21, 22; Efesini 4:13,14). Se una persona ha lo spirito di Dio allora è Suo figlio, (v. Romani 8:14), questa è “la testimonianza” dello spirito, avere piena coscienza di essere figli di Dio (v. Romani 8:16; altrimenti saremmo ancora sotto la condanna della legge, v. Galati 5:18; cf. Galati 3:10-14) e ciò include l’evidenza del suo frutto (Galati 5:22-23) nella nostra vita, in modo alquanto simile a ciò che le Scritture dicono di Abele, Enoch, Noè e altri che “…ebbero testimonianza” di essere graditi a Dio (v. Ebrei 11:2; cf. il contesto vv. 1-7).

Solo in quanto figli possiamo chiamarLo “Padre” (“avete ricevuto uno spirito di adozione come figli”, Romani 8:15) quando ci rivolgiamo a Lui, solo in quanto figli possiamo essere guidati dal Suo spirito in tutte (senza distinzioni) le opere eccellenti, “Come figli ubbidienti, cessate di conformarvi ai desideri che aveste un tempo nella vostra ignoranza, ma, secondo il Santo che vi ha chiamati, divenite anche voi santi in tutta la [vostra] condotta” (1 Pietro 1:14-15) e non perdere il completo adempimento del dono che ci è stata garantito, “se continuate a fare queste cose non verrete mai meno. Infatti, così sarà riccamente concesso l’ingresso nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo.” (v. 2 Pietro 1:5-11; cf. Giacomo 1:27).

Samaritano

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Per approfondire

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