Percezione sana o problematica? / 3^ parte

Ogni essere umano è dotato delle “facoltà di percezione” per distinguere il bene dal male. Questa facoltà sensoriale può essere usata non nel modo come il Creatore l’ha concepita.

La percezione è una presa di coscienza di una realtà esterna, trasmessa per mezzo di stimoli sensoriali che vengono analizzati e interpretati mediante processi intuitivi, psichici, intellettivi. Può trattarsi di un’impressione, di un’intuizione, di un presentimento o sensazione.

Essa non si affida a rigide regole quando c’è da prendere una decisione. Si diventa cristiani percettivi “mediante l’uso” di queste facoltà (Ebrei 5:14). Il cervello va dunque esercitato regolarmente con la capacità di pensare e di riflettere. “La facoltà” è un’abilità, una potenzialità intellettuale che Dio ci ha dato per conoscerlo bene e per seguire le sue norme (1 Giovanni 5:20). E’ quindi “facoltà”, cioè prerogativa, libertà facoltativa, fare o non fare, Se dunque, è facoltativa non può essere impositiva.

Il semplice fatto che sia passato molto tempo da quando abbiamo conosciuto la verità non affina automaticamente le nostre facoltà di percezione. Non ubbidiamo alle leggi di Dio in modo meccanico ma per comprensione e conoscenza (2 Timoteo 3:16, 17).

L’espressione “hanno le loro facoltà di percezione esercitate” significa letteralmente “essendo stati gli organi di senso esercitati (come quelli di un ginnasta)”. Per quanto riguarda “l’uso” di tali facoltà, significa che dobbiamo saper usare le facoltà mentali per discernere quali sono i princìpi biblici relativi a quella situazione e come possiamo applicarli.

Per alcuni cristiani altamente sensibili è un dono che permette di vivere meglio. La loro capacità percettiva più sviluppata permette di avere una visione d’insieme migliore, nonché di evitare prima eventuali rischi. Per altri cristiani l’ipersensibilità li ha resi infelici.

Percezioni sbagliate

Alcune anomalie possono riguardare l’intensità delle sensazioni, come sentire i suoni più forti, i colori visti più vivaci, oppure sentire meno gli odori o vedere colori più scuri. Quando l’ipersensibilità viene rimproverata perché vista in modo sbagliato o differente da alcuni della congregazione, è come pretendere da chi è altamente sensibile con gli occhi verdi di averli azzurri o se è di pelle bianca di cambiarla in una nera.

Alcuni fratelli ipersensibili giungono così alla conclusione che il loro modo di percepire è sbagliato. Bisogna rendersi conto che questi fratelli, in particolare le sorelle, percepiscono profondamente i giudizi altrui. Pur di adeguarsi alla maggioranza si annullano, soprattutto fisicamente. Possono anche immedesimarsi in alcuni nominati percependone le emozioni e assumendone le opinioni e il modo di vivere.

Rinunciano così tanto pur di adeguarsi in congregazione che dimenticano il loro corpo e lo sentono soltanto quando si ammalano. Quando un ipersensibile non si affida più alle proprie facoltà mentali e sensoriali tende a far tesoro delle idee e delle informazioni altrui. Il problema si aggrava di più quando ci sono discordanze di pensiero e di procedure tra gli stessi fratelli. Quando le osservazioni dell’uno si contraddicono con quelle dell’altro, non riesce più a venirne a capo, perché ha rinunciato in precedenza alle sue facoltà di percezione.

E’ impossibile per l’ipersensibile sottrarsi a questa contraddittorietà e ne soffre molto, in alcuni casi potrebbe allontanarsi dalla congregazione perché, in mancanza di valutazioni, non ci capisce più nulla. Il senso di appartenenza a una comunità conquistato con tanta fatica si perde all’improvviso. Corrispondere alle aspettative altrui col tempo logora. E’ a Geova che bisogna guardare e affidarsi.

Non è l’ipersensibilità in sé a produrre conseguenze dolorose, ma la lotta contro la percezione di sé stessi e l’adeguamento al modo di intendere la verità di altri. Si inizia con la mancanza di percezione di se stessi e poi con la rinuncia dei propri bisogni pur di adeguarsi ad un modo di vivere che, in alcuni casi non è sbagliato, ma non è più congeniale o adatto alle proprie necessità.

Soltanto quando si prenderà coscienza di questo dono e lo si saprà sfruttare a proprio vantaggio – avendo cura di se stessi e delle proprie prospettive sensoriali, ponendosi un limite all’adattabilità altrui – si sarà in grado di elaborare al meglio gli stimoli esterni. L’unico stile di vita a cui affidarsi è quello di Gesù: poche regole, chiare e amorevoli e messaggi univoci e confortanti. Perciò cari fratelli e sorelle non fatevi irretire da nessuno, nemmeno in congregazione. Siate quello che siete: ipersensibili e felici.

Quando il nemico è nella propria testa, sarà il prossimo articolo.

(Sensibilità – fine terza parte)

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Sulla percezione, vedi anche:

 

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