Perché alcune cose le ricordiamo e altre le dimentichiamo?

A volte siamo senza memoria e altre volte ci ricordiamo fin troppo bene dei fatti che caratterizzano la nostra vita cristiana. Senza la memoria non potremmo muoverci, pensare e parlare. Non potremmo nemmeno pianificare il nostro futuro. La memoria è determinante in tutto, persino per la nostra identità.

Per rispondere alla domanda iniziale è necessario fare chiarezza su cosa sia la memoria. Non è una memoria da computer, cioè un hard disk, capace di immagazzinare una quantità di informazioni così come vengono inserite e poi riprese nello stesso modo. Il cervello umano non solo ha la capacità di contenere infinite informazioni, ma è in grado di elaborarle e di farle ritornare alla mente in maniera diversa da quando furono registrate la prima volta.

L’hard disk rimane fermo alle ultime informazioni conservate e se non ne vengono messe altre rimane in quello stato. Il cervello, invece, non si ferma nel tempo, ma si evolve e quando recuperiamo certi ricordi non sono più uguali a prima, perché nel frattempo il nostro cervello è stato condizionato da emozioni, sentimenti e altri ricordi, che “rivestono” per così dire di un nuovo abito il ricordo precedente.

A volte certi ricordi sono irriconoscibili, mentre altri tornano in mente così come le avevamo incamerate in passato. Se chiedete ad alcuni fratelli il motivo per cui sono diventati “inattivi”, se tornano indietro con la memoria, forse non si ricorderanno più il motivo di questa scelta; altri invece si ricordano bene, altri ancora hanno la memoria sbiadita. Molte cose sono cambiate nella loro vita e certi ricordi hanno subito una trasformazione.

Ogni cervello umano è diverso da quello di un altro. I sistemi neurali implicati sono molto complessi e registrano in base a quanto ogni individuo apprende, vede, conosce ed elabora. A volte la memoria registra senza che ne ce ne accorgiamo ed elabora la conoscenza in modo naturale una volta appresa una certa funzione, come ad esempio, quella di guidare un’automobile e di fare tante cose contemporaneamente.

EFFETTO GOOGLE. Viene così chiamata dai neuroscienziati l’alterazione che subisce il cervello dopo l’introduzione massiccia di Internet. Le posizioni da parte degli studiosi sono diverse al riguardo. Esse spaziano da un eccessivo ottimismo a un nero pessimismo. Gli ottimisti vedono un’era di progresso nel sapere e nel conoscere, i pessimisti sono convinti che si sta vivendo un’epoca di mediocrità, di povertà culturale e di narcisismo.

C’è da dire che la questione non tocca i contenuti ma gli stessi strumenti di comunicazione di massa. La questione è proprio nelle tecnologie e di come esse stanno trasformando la vita dell’umanità. Internet sta cambiando i nostri cervelli, i nostri processi di elaborazione della conoscenza e in particolare la nostra memoria. L’effetto Google è la tendenza a non custodire e immagazzinare nella nostra memoria umana tutte quelle informazioni che troviamo in Rete. Non facendo lavorare il cervello le conseguenze sono disastrose per quanto riguarda la cognizione. Con i motori di ricerca, basta scrivere il nome che ci interessa e con un click vengono fuori migliaia di informazioni dirette e correlate. Stiamo abituando il nostro cervello a non immagazzinare più informazioni, tantomeno ad elaborarle e a farne oggetto di studio e di critica. Abbiamo prestato l’uso del cervello a un motore di ricerca. Abbiamo delegato i nostri ricordi a una memoria esterna, fatta di file, cartelle e sottocartelle. Internet sta diventando una protesi delle nostre funzioni cerebrali. Siccome la nostra memoria è limitata, allora passiamo ogni nostra funzione cognitiva a una memoria espansa che non ha limiti, come quella di Google.

Per riassumere, memorizziamo sul computer, sul tablet o sul cellulare un’infinità di informazioni che troviamo in Rete e non nel nostro cervello, anzi spesso per ricordarci facciamo uso della memoria digitale e non di quella cerebrale. Se vogliamo un’informazione che non conosciamo, spesso ci si rivolge non a una persona competente ma a un’intelligenza artificiale, la cui memoria è diversa da quella biologica. Questo perché, come detto all’inizio, mentre l’hard disk registra in maniera fredda una specifica informazione e la si recupera quando si vuole, senza alcuna modifica, il cervello umano elabora costantemente l’informazione e la riconnette ad altre nuove informazioni o contesti diversi da quando è stata registrata. Le esperienze umane modificano nel tempo i ricordi. Il cervello che ricorda non è più lo stesso che ha elaborato il ricordo. Oggi siamo sommersi da milioni di informazioni e spesso a furia di buttarci dentro rischia di andare in tilt.

Alcuni medici hanno iniziato ad attribuire gravi perdite della memoria nei giovani per colpa della tecnologia informatica, in particolare con l’uso di agende elettroniche e sistemi di navigazione per auto. Tali moderni congegni elettronici inducono a usare meno il cervello per risolvere i problemi rendendo incapaci di ricordare nomi, parole scritte o appuntamenti. Molti esperti ritengono che l’eccesso di informazioni renda difficile per alcuni assorbire nuove informazioni, sono troppo distratti per assorbirle. Questi problemi non hanno nulla a che vedere con l’età, ma sono legati al proprio stile di vita, che porta a non usare abbastanza il cervello.

La continua navigazione in Internet è anche un continuo cambiamento di pareri e di idee. Stiamo perdendo la concentrazione. Mentre scarichiamo un certo tipo di informazioni, ne subentrano altre che catturano di più l’attenzione e finiamo per non capirci più niente sia nelle informazioni iniziali che in quelle successive. Non ce la facciamo a resistere alla marea di conoscenza che si trova nei motori di ricerca. E’ ragionevole pensare che l’esperienza dei nuovi nati digitali sia del tutto diversa da quella degli anni ’50 o ‘60, solo per fare un esempio. E’ normale che chi ha appreso l’uso delle tecnologie in età adulta sia del tutto diverso dalle generazioni nate con il cellulare nella culla.

Quello che noi di inattivopuntoinfo ci domandiamo è: “La nuova tecnologia informatica sta alterando i nostri processi abituali di cognizione?”. Non avete anche voi l’impressione che siano lontani i tempi in cui leggevamo nelle pubblicazioni, che lo spirito santo avrebbe agito da rammemoratore, per aiutare i cristiani a comprendere cose che in precedenza non erano state comprese e li avrebbe aiutati a ricordare e applicare correttamente ciò che era stato spiegato. Non ci è stato insegnato che la Bibbia è il prodotto dello Spirito Santo per aiutare l’uomo a ricordare il messaggio di Dio? E che dunque è a essa che bisogna rivolgerci per rammemorare la volontà di Geova? Non c’è scritto che l’uomo non deve vivere solo di pane [molti si cibano di pane tecnologico] ma anche della Parola di Geova? (Matteo 4:4)

Cari fratelli lontani non stupitevi se oggi in congregazione c’è un ricordo sbiadito di voi. Alcuni non si ricordano nemmeno chi siete stati. Se dunque abbiamo prestato il nostro cervello a un’intelligenza artificiale, è molto difficile che il cervello elabori le vostre attività di un tempo e chi eravate. Per molti cervelli fraterni siete ormai nell’oblio. Ma anche molti di voi, diciamocelo francamente, hanno delegato al cervello digitale di trasmettervi le informazioni che più vi aggradano e la conoscenza che vi sta più a pennello. Insomma, non stiamo messi proprio bene, né da una parte né dall’altra.

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