Perché l’invidia non la confessiamo mai?

Può un’emozione così intensa farci allontanare da Dio e dalla sua congregazione? Perché è difficile ammettere di essere invidiosi anche di fronte a se stessi?

L’invidia non la confessiamo apertamente perché ce ne vergogniamo. L’invidia è molta diffusa, anche tra i tdG e più di quanto si pensi. Per chi conosce la Bibbia, l’invidia nel popolo di Dio non è una novità. Essa è una delle cattive inclinazioni dell’uomo imperfetto (Giacomo 4:5). I capi sacerdoti erano così pieni d’invidia di Gesù che lo consegnarono a Pilato perché lo condannasse a morte (Marco 15:10).

L’invidia ha quasi sempre una caratteristica negativa. Fa provare di nascosto rancore e avversione per altri a causa dei loro beni, privilegi, intelligenza, posizione. Chi è invidioso vuole possedere quello che appartiene agli altri ed è convinto che merita lui di averlo. La Bibbia condanna questo atteggiamento (Deuteronomio 5:21).

Per indicare quanto sia ingannevole l’invidia, un proverbio recita: «È peggio l’invidia di un amico che l’insidia di un nemico». L’invidia è sia dolorosa sia cattiva. L’invidioso è tormentato da un’acuta sofferenza da cui non riesce più a uscirne. Tra i tanti vizi è l’unica che non fa provare piacere. Essa è la quintessenza della malignità. L’invidioso è dunque un rosicone.

L’invidia ha relazione con lo sguardo, letteralmente indica «guardare biecamente». Chi guarda gli altri o le loro cose in modo malevolo e voglioso finta indifferenza perché non confesserà mai le sue sofferenze e il suo rosicamento (Proverbi 28:22). Più una persona è ammirevole e irreprensibile tanto più l’invidioso rosica.

Invece di essere soddisfatti di avere in congregazione fratelli e sorelle capaci e integerrimi, l’invidioso ne soffre, perché ne fa un paragone con se stesso. Alla base dell’invidia c’è un confronto di potere e di qualità spirituali. Un confronto che fa male perché risulta a proprio svantaggio e fa sentire inferiori. L’invidioso è privo di autostima e fa di tutto per trascinare chi invidia al suo stesso livello, cercando di svalutarlo e criticarlo fortemente.

Bisogna dire che non tutti i cristiani ragionano così. Pur traendo da un confronto conclusioni poco lusinghiere per se stessi, ci si limita a sentirsi tristi, ma non per questo dei falliti, né si prova malanimo verso i fratelli. La stragrande maggioranza dei tdG apprezza sinceramente chi è dotato spiritualmente da Geova.

Sono doni che hanno un fine: essere messi a disposizione per il benessere della congregazione. I doni che Dio dà agli uomini sono espressione della sua bontà. È giusto che i doni ricevuti da Geova siano usati per il bene dei propri simili e alla gloria di Dio, il donatore (1Pietro 4:10, 11). Provare malanimo per questi doni è come dire che Dio è ingiusto. I doni di Dio sono perfetti (Giacomo 1:17).

Il problema non è il dono di Geova ai fratelli – Dio dà la possibilità persino al “malvagio di godere il sole e la pioggia” – ma da chi provando invidia camuffa la sua inferiorità ammantandola di un presunto senso di ingiustizia. È difficile riconosce l’invidioso, perché paradossalmente manifesta anche delle buone qualità. Ma questo non lo giustifica. Si possono ammirare ed emulare i fratelli capaci senza comunque provare invidia.

Il confronto positivo verso “l’alto” è ragionevole se motivato dallo scopo di migliorare noi stessi.

Con questo articolo non vogliamo trasmettere l’idea di un atteggiamento bacchettone e moraleggiante di condanna. L’invidia è un sentimento che colpisce chiunque ed è sensato cercare di “capirla” per aiutare meglio il tdG che ne soffre. Non negandola ma riconoscendola in noi stessi (oltre che negli altri) che possiamo compiere il primo passo per superarla e per non diventare “inattivi”.

Per questo le Scritture forniscono valide ragioni per non invidiare i malvagi e non imitarne il comportamento (Salmo 37:1, 2). Con l’aiuto dello spirito di Dio la tendenza all’invidia si può combattere. (Gal 5:16-18, 25, 26; 1Pt 2:1). Una personalità malleabile risponde in modo costruttivo alle sfide svantaggiose, la sua reazione emotiva lo spinge a trovare interventi spirituali volti a modificare la sua personalità invidiosa.

Le differenze positive di personalità nelle congregazioni sono un dono a beneficio di chiunque. Le differenze nel popolo di Dio stimolano un certo grado di interesse gli uni per gli altri (Filippesi 2:4). I veri cristiani sanno che l’invidia è una parte negativa della vecchia personalità e si sforzano di sostituirla con una nuova (Efesini 4:22-24). Onestamente bisogna ammettere che, per quanto fra il popolo di Geova ci siano stati notevoli cambiamenti di personalità, le tendenze peccaminose rimangono ancora (Romani 7:21).

Un aiuto fondamentale per non provare invidia è quello di interessarsi sul piano spirituale dei fratelli cercando di salvaguardare l’unità cristiana. Visto che Dio non richiede da noi la perfezione non dovremmo pretenderla dai nostri compagni di fede. Inoltre, Geova non si aspetta che tutti i suoi servitori siano identici. Nella congregazione cristiana, tutti abbiamo il nostro posto e possiamo usare le nostre capacità ereditate, dateci da Dio, per promuovere la Sua opera e per apprezzarci l’uno con l’altro. (1 Corinti 12:12-26)

“Non fate nulla per contendere o per amore di se stessi, ma abbiate modestia di mente, considerando che gli altri siano superiori a voi”. (Filippesi 2:1-3). È questa la chiave vincente per superare l’invidia.

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