Perché rimaniamo nelle nostre convinzioni nonostante l’evidenza sia contraria?

Far cambiare idea a una persona è impresa difficile, perché l’uomo, in genere, non ragiona in modo logico e razionale, anzi tende a mantenere le proprie idee anche di fronte a prove che dimostrano il contrario.

Gli esperti della persuasione suggeriscono che per far cambiare idea a una persona, oltre a usare argomenti razionali, bisogna appellarsi anche alle emozioni, perché l’uomo è restio a ragionare in modo logico. Inoltre, raccomandano di ascoltare l’interlocutore, dargli modo di esprimere le sue ragioni senza interromperlo. L’idea irrazionale è spesso sostenuta più dalle emozioni che dai ragionamenti.

E’ meglio evitare l’atteggiamento saputello, a nessuno piace essere trattato da stupido. In genere, alcune convinzioni nascono dal gruppo cui si appartiene, sia esso religioso che politico. Perciò, chi dovesse cambiare convinzione dovrebbe rinunciare a una parte, se non del tutto, della sua identità, che in alcuni casi si è ben radicata nel tempo. Per alcuni può essere sconvolgente scoprire che tutto ciò in cui hanno creduto e speso una vita non è propriamente così come hanno sempre creduto.

In tanti preferiscono non argomentare sui social le proprie convinzioni, li ritengono i luoghi meno adatti per esprimere certe convinzioni personali. In questi luoghi si intromettono persone che non amano i ragionamenti e non di rado sono irriverenti e pregiudizievoli. Assecondare la parte buona e sensata di certi ragionamenti non vuol dire sposare interamente una tale tesi. Essere d’accordo su certi punti può servire come base comune per intavolare un dibattito in maniera serena. Per alcuni, le loro convinzioni radicate dettano i tempi e i modi di vivere la loro vita. Non stiamo parlando con persone dai pensieri mutevoli e dalle opinioni passeggere.

Si chiamano convinzioni perché si credono vere. Cambiare le proprie convinzioni limitanti non è cosa semplice. Più delle volte intrappolano la mente e fanno sentire sicuri e protetti. Non tutti sono consapevoli delle loro idee. Di fronte a un contraddittorio, una mancanza di consapevolezza, induce a respingere ogni discussione o a considerarla un pericolo per il proprio credo. Essere obbligati a rendere conto delle proprie scelte e delle conseguenze che esse comportano, assumendosi le proprie responsabilità, non è da tutti. La responsabilità è legata al dover agire e al rendere conto dell’azione fatta personalmente o fatta fare ad altri. Ogni responsabilità richiede conoscenza, capacità, giudizio, rispetto delle norme, trasparenza ed etica e può avere conseguenze positive o negative. In sostanza, ogni responsabilità implica l’obbligo di spiegare e giustificare il proprio comportamento.

In ogni organizzazione, quando si è sotto il tiro incrociato di un confronto opposto e si chiede conto delle convinzioni, delle direttive, delle scelte e delle proprie responsabilità e non si è in grado di spiegarle in modo ragionevole, logico e convincente, il rischio è di un tracollo sia psicologico che identitario. La convinzione quando è realizzata nel modo giusto, produce risultati migliori, più apertura e trasparenza, rende il dialogo e la comunicazione più efficace.

La convinzione ci guida o siamo noi a gestirla? Una cultura organizzativa è il modo di pensare e di agire di coloro che fanno parte di un’organizzazione. Nel nostro caso, l’organizzazione dei testimoni di Geova, ha una sua impostazione e una struttura ben definita. Il corpo direttivo e i suoi comitati dirigono e gestiscono ogni aspetto dell’impianto teocratico. Si accerta che ogni direttiva sia applicata dai sorveglianti, dagli anziani locali e dai proclamatori della congregazione. Farlo bene non è un’opzione ma una necessità e va fatto con attenzione e con l’obiettivo di migliorarsi personalmente. Gestire in modo corretto e cristiano le disposizioni e le norme bibliche è un compito essenziale per il benessere delle congregazioni. Quando ciò viene fatto in modo superficiale o nel modo sbagliato, le conseguenze sono a volte irreparabili e dannose.

Alcuni nominati sottovalutano la semplicità e la chiarezza delle norme bibliche. “Semplice” è il contrario di “complicato” e il fatto che una direttiva biblica sia semplice non implica che essa sia meno potente, meno importante o meno efficace. Nella semplicità del “modello delle sane parole” della Bibbia risiede la sua forza e la sua raffinatezza nel produrre cambiamenti in meglio, anche nelle personalità difficili, e non solo, ma è anche in grado di abbattere tutto quanto è fortificato solidamente contro la conoscenza di Dio e di prendere prigioniero ogni pensiero per renderlo ubbidiente al Cristo. (2 Corinti 10:5). Il problema sorge quando i nominati non applicano dovutamente questo modello di sane parole, quando si complicano – e complicano agli altri – la vita spirituale ed emotiva.

Alcuni ce l’hanno con la religione dei tdG perché ne sono rimasti scottati. Altri la considerano un’illusione che induce a ignorare la realtà. Altri ancora sono convinti che le persone che accettano di diventare tdG lo fanno solo per avere un rifugio psicologico sicuro e che accettano ogni disposizione perché non vogliono pensare con la loro testa, né basarsi sui fatti. La Bibbia definisce inesperti o addirittura stolti coloro che prestano fede a ogni parola che sentono. (Proverbi 14:15, 18)

Invece di incoraggiare una fede cieca, la Bibbia ci esorta a usare le nostre “facoltà di ragionare”. (Romani 12:1) Ci insegna a ragionare e a pervenire a conclusioni sensate basandoci sui fatti e incoraggia ad accertarsi “di ogni cosa”. (1 Tessalonicesi 5:21). La fede che si basa sull’accurata conoscenza di Dio non è un semplice rifugio, bensì un “grande scudo” che ci protegge sia in senso psicologico che spirituale. — Efesini 6:16.

Che dire quando qualcuno non è più convinto in quello che crede?

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