Perdere l’autenticità e ritrovarla

Non giudicare le persone in base a ciò che si dice di loro. Quando lo fai non sei più autentico.

Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate. Vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io… La libertà nasce quando ci sbarazziamo dai legami negativi. Solo allora le ferite guariscono.

(Luigi Pirandello)

Non giudicare le persone in base a ciò che si dice di loro, se lo fai rischi di non essere più autentico. Quando hai conosciuto la verità eri ancora te stesso. Soffrivi il vuoto degli affetti, l’ipocrisia della gente, l’ingiustizia di questo mondo. Soffrivi il freddo dell’ingratitudine. Poi hai conosciuto il calore del petto di mamma “Organizzazione” che ti ha confortato, fatto sognare e pianificare la tua vita.

“Tu da grande diventerai un vero uomo spirituale”. “Darai e riceverai grandi soddisfazioni”, ti ripetevano come una filastrocca. Sei stato educato a compiacere, a non essere amato per quello che eri ma per quello che facevi. “Tu sì che sei un vero fratello spirituale”. “Così bravo, così impegnato nella teocrazia”. Piaceva molto ai vertici la scelta di fare il pioniere e di aver abbandonato l’università, il tuo lavoro stabile, i tuoi amici, i tuoi genitori, la tua terra. Hai lasciato ogni cosa per servire dove c’era più bisogno. E così ti sei inebriato delle parti alle adunanze, dei privilegi alle assemblee, sei diventato amico dei potenti. Non sei più il bambino autentico di un tempo.

Ora sei un uomo forte, un uomo vero. Sei diventato un pioniere, un servitore di ministero, un anziano, un betelita, un pioniere speciale e alla fine un sorvegliante di circoscrizione. Eri stimato, apprezzato, in tanti ti cercavano, ti telefonavano, davi consigli a destra e a manca. Hai frequentato le scuole esclusive della teocrazia, le adunanze alla Betel, hai stretto le mani ai potenti. Di quel bambino genuino e autentico non è rimasta traccia. Eri diventato grande, splendido, con una volontà di ferro. Eri il figlio che tutte le mamme vorrebbero avere, un sogno realizzato. Allo specchio non riuscivi più a vedere il volto di un tempo. La tua faccia era diversa, era una maschera. Eri orgoglioso, respiravi a pieni polmoni. Eri soddisfatto, avevi raggiunto il traguardo della tua vita. Ti sentivi veramente realizzato. Non pensavi più alla faccia di un tempo, erano fin troppe le maschere che hai dovuto mettere in tutti questi anni. Ne avevi una per ogni occasione.

Dopo tanto tempo hai dimenticato chi eri. Ti eri adeguato ai suoi schemi, alle sue regole. Per essere all’altezza dei tuoi sogni, ti toccava fingere, nascondere qualcosa, altrimenti saresti diventato vulnerabile. E così è stato per giorni, mesi, anni. Indossavi una maschera diversa per mostrarti migliore del giorno prima. Lo facevi per apparire, proteggerti e per dimostrare a te stesso che eri migliore di come ti ritenevi. Lo facevi in funzione della predicazione, delle adunanze, delle visite pastorali, degli incarichi alle assemblee, dove una pletora di anziani ti seguiva passo dopo passo. Continuavi a farlo anche in funzione delle aspettative e degli schemi che avevi proiettato su te stesso e che pensavi che gli altri avevano di te.

Hai raggiunto il massimo che potevi raggiungere e non potendo più mostrarti migliore di quello che credevi di essere, hai dovuto scegliere, tra le tante, la maschera più accettabile dalla circoscrizione. Nonostante le troppe maschere, eri comunque consapevole dei tuoi limiti. Nelle maschere nascondevi le tue debolezze, le tue delusioni, le perdite difficili da accettare, le sconfitte della vita, spesso nascoste da sorrisi di circostanza. Continuavi a ripetere che stavi bene, che era tutto ok e che le cose andavano alla grande. Lo dicevi ai fratelli in predicazione, lo ripetevi dal podio alle adunanze. Eri obbligato a ripetertelo in continuazione. Ti eri accorto da tempo che le tue battaglie, i tuoi problemi interessavano a pochi se non a nessuno. Eri consapevole anche delle tante maschere che avevi portato a lungo. Hai cominciato a sentirti a disagio in più occasioni. Con amarezza hai provato su di te il senso di una parola a lungo dimenticata: ipocrisia.

Incominciavi a vergognarti di molte cose avevi fatto e che ti sembravano strane, controproducenti. In tante occasioni hai ferito più che sanato, abbattuto che non edificato, fatto male invece che bene. Volevi fare qualcos’altro, aggiustare, riparare, ma non potevi più. Eri prigioniero di quegli schemi che imponevi agli altri, di quelle regole che ti avevano reso invincibile, forte, spirituale. Ora questa consapevolezza ti crea imbarazzo. Ogni cosa dentro di te sta tracimando, fai acqua da tutte le parti. La spia si è accesa da tempo, ti rendi conto che la tua vita era stata presa per mano dall’incongruenza. Ha plasmato in silenzio i tuoi pensieri, le tue parole, la tua vita. Incominci a desiderare nel tuo cuore qualcos’altro, ma l’opinione degli altri è ancora forte in te. Devi salvare le apparenze. Devi soffocare le tue trasformazioni interiori.

Nella tua mente si affollano pensieri contrastanti che ti turbano e confondono i tuoi ragionamenti. Ti guardi allo specchio e non vedi più quello che eri, ora vedi ciò che realmente sei. Ti stai trasformando e i segni dei tempi sono sempre più evidenti. Ti vedi invecchiato, debole e insicuro. Fluttuano nella tua mente ricordi, errori, storie di tristezza e di dolore, episodi negativi che pensavi sepolti. Ogni giorno che passa questi pensieri si affollano sempre di più uno sopra l’altro. Ti sono sempre più evidenti i torti verso i fratelli, le decisioni sbagliate, i consigli superficiali dati senza conoscere, le rimozioni, le disassociazioni. Ti rendi ora conto di aver giocato con la vita di tanti fratelli, di averne rovinato l’esistenza, e chissà quanti di questi sono ora fuori per colpa tua.

Davanti a te scorrono sempre più chiaramente le sofferenze che hai inflitto ai fratelli, le speranze mancate, i tradimenti, le disposizioni senza alcun senso, i problemi nascosti e mai affrontati per paura di questo o di quell’anziano influente nella circoscrizione. Anziani opportunisti che ti hanno coccolato e arricchito di doni durante le visite alle loro congregazioni. Quante guerre intestine tra anziani ti vengono ora in mente. Amavi Geova per le sue qualità e non per gli incarichi. Ti ricordi? Avevi scelto di servire i fratelli e non di essere servito. Eppure è successo. Questo problema non te lo ponevi allora. Ora che sei nudo cominci a riflettere su cosa sia stata la tua vita in questi lunghi anni. Sono lontani i tempi in cui eri te stesso, naturale e genuino. Forse, quei tempi non sono mai esistiti se non nella tua mente confusa e ancora ingenua.

Adesso hai la consapevolezza che non puoi più nascondere le tue preoccupazioni. E’ un fardello duro da portare. Senti il bisogno di parlarne con qualcuno fidato. Ma chi? E’ così difficile esporsi in circoscrizione. Pensi che parlarne sia un bene. Potresti liberarti di un peso che sta diventando pesante giorno dopo giorno. Il peggio deve ancora venire. Se pensavi di parlarne con qualcuno e che la così finiva lì, ti sei sbagliato di grosso. La “mazzata” è arrivata da chi meno te la aspettavi. L’ordine dall’alto è di ridimensionare tutto. Tu sei fra questi. Non sarai più quello che sei stato. Dall’oggi al domani. Dai cieli alla terra. Dalla gloria alla polvere. Qualche mese di anticipo, il tempo per fare le valigie. Alcuni mesi pioniere speciale e poi un normale proclamatore come tanti altri.

Rimpiangi il letto comodo, il piatto di lenticchie, i doni. Allora eri un idolo, come quello descritto nei Salmi: hanno bocca ma non parlano, hanno occhi ma non vedono, hanno piedi ma non camminano. Non sorridono, non si emozionano. Non sanno consolare, emozionare, liberare, amare. Portati in spalle, in giro per le strade, senza mai lodare il proprio compagno di fede. In Sala, c’erano proclamatori che aspettavano la visita del sorvegliante come un cattolico spera in un miracolo quando va in pellegrinaggio a Lourdes. Muti, sordi e ciechi, con il volto di legno e di gesso, proprio come gli idoli. Ti ricordi? Eri così anche tu, un idolo di legno. Ora sei un uomo di cartapesta.

E’ dura cercare un lavoro, una casa, coprire le spese per vivere. Hai chiesto a tanti di darti una mano. Nessuno ti ha aiutato. Dove sono finiti i potenti e i tuoi sodali? Adesso capisci che non si offrivano per te ma per quello che rappresentavi. Ora non sei più un sorvegliante, che aiuto ti puoi aspettare? Adesso capisci cosa significa per quei fratelli che giorno dopo giorno fanno sacrifici per tirare a campare. Tu non li avevi mai capiti. Pensavi che fossero poco spirituali perché non si impegnavano come volevi. Ora sei anche tu nel posto loro. Sei stanco la sera, non hai voglia di andare in Sala e in servizio come un tempo. La fatica si fa sentire. Incominci a perdere qualche adunanza, a saltare qualche appuntamento di servizio. Ogni cosa che fai è dura. Troppo facile dare consigli agli altri e sputare sentenze quando si è dall’altra parte della barricata. Troppo tardi per rimediare. Adesso nessuno ti capisce, nessuno ti comprende, nessuno si rende conto delle battaglie quotidiane che stai affrontando e non puoi nemmeno lamentarti, perché sai cosa vuol dire lamentarsi con gli anziani. Anche le tue preghiere non sono più come prima. Forse non lo sono mai state appassionate, accalorate, ora non hai la forza nemmeno per pregare Geova. Si, lo hai fatto i primi tempi da dismesso, ora sembra che le tue preghiere non siano ascoltate e la tua fede comincia a vacillare. Intorno a te il deserto, intorno a te il buio.

Inizi ad avvertire i primi segni di depressione. Non immaginavi che un giorno saresti diventato un depresso come i tanti che hai conosciuto nelle congregazioni. Li hai sempre sottovaluti, pensavi che fossero soltanto un intralcio al progresso delle congregazioni. Sentivi spesso parlare di fratelli depressi. A pensarci ora, non ti ricordi nemmeno i nomi. Non ci facevi caso, li snobbavi o tutt’al più davi qualche consiglio di sfuggita, banale o ripetevi i soliti ritornelli: “Prega Geova, confida in Geova, metti tutto nelle mani di Geova” e intanto i fratelli peggioravano. Ora capisci cosa significhi avere un fratello depresso in congregazione. Vorresti tornare indietro, cambiare le cose, ma non puoi. E’ troppo tardi. Ora capisci perché alcuni fratelli sono diventati inattivi o si sono allontanati per sempre dalla congregazione.

Per la testa ti passano brutti pensieri, pensi anche di farla finita. Non hai più nessuno che ti ascolta, che ti conforta, che ti dia una mano. Sei diventato una nullità. Disperato, non riesci più nemmeno a piangere. Non eri abituato alle lacrime. In mezzo a tanta disperazione, una piccola fiammella si accende davanti a te: una mano tesa. No, non è il potente di turno, nemmeno un tuo sodale. E’ la mano di quel fratello depresso, che non era mai puntuale alle adunanze perché arrivava tardi dal lavoro. Si è proprio lui, quel fratello con quattro figli, che si alzava presto la mattina per lavorare. Proprio lui, quello che ti stava antipatico perché non faceva ciò che gli dicevi. Ora sai che non era vero che non voleva fare, ma lui non poteva fare a causa degli impegni familiari. Ti ricordi? Lui non osava chiederti qualcosa, non voleva disturbare. Troppo modesto per avere incarichi in circoscrizione o una parte all’assemblea.

Che differenza con tutti i lacchè che avevi intorno anche solo per dire una preghiera a un’assemblea. Lui era sempre in disparte. Pensavi che fosse troppo debole, poco spirituale. Invece soffriva, faceva di tutto per conciliare le sue responsabilità. Ora ti rendi conto che non era facile. Certe volte lo hai anche punito. Niente privilegi. Altre volte hai parlato negativamente di lui e di sua moglie e anche dei suoi figli. Non riuscivi a vedere la realtà. Lui sì però. Ora sta vedendo te che sei nel bisogno e non si tira indietro come hanno fatto tutti gli altri. Le sue opere erano sempre discrete, in privato. Lui non suonava la tromba come gli altri. “Sei tornato in sé” come il figlio prodigo e ti rendi conto che alla fine lui è l’unico che si è fatto avanti quando ha saputo della tua situazione. Ti vuole aiutare e ti senti in imbarazzo, provi vergogna. Il bisogno è tale che non puoi farne a meno. Lui è sincero, è genuino, vuole realmente aiutarti. Lui ti ha sempre visto per quello che eri e non per quello che rappresentavi. Ora ti vede veramente nel tuo aspetto più nudo e crudo. Potrebbe fartela pagare. No, lui ama, non odia.

Ti mette a disposizione una piccola casa con un modesto affitto da pagare. Ti trova anche un lavoro che ti permette di continuare a mettere a disposizione dei fratelli la tua esperienza. Ti è vicino come non immaginavi. La sua famiglia è diventata la tua famiglia. State spesso insieme e vi apprezzate sempre di più, ogni giorno che passa. Sei uscito dal tunnel. Sono passati parecchi mesi, sei tornato a sorridere, sei felice ma non è la stessa felicità di un tempo. Ora riesci ad apprezzare anche le piccole cose, anche quelle che sembrano insignificanti. Non sei più un idolo, sei veramente quello che sei, con il tuo vero volto, quello che avevi perso e che ora hai ritrovato.

Non rimpiangi più nulla del tuo passato, se non il rammarico di non aver potuto aiutare i tanti fratelli e sorelle che veramente amano ancora Geova e che lo stanno servendo con tanta perseveranza nonostante le gravi avversità. Ora sei felice di stare accanto a questi fratelli, di aiutarli e difenderli dalle bestie che vagano nelle congregazioni in cerca di prede. Non sei più il sorvegliante di circoscrizione, ora sei diventato il vero sorvegliante delle pecore di Cristo, quello che lui ha sempre voluto che tu facessi, il pastore delle sue pecore, da curare, difendere e amare.

Adesso stai con chi non cerca titoli che lo onorino né privilegi che li spingono a confidare negli uomini. Stai con i semplici, i modesti, con gli essenziali, con i disponibili di cuore. Adesso sei avvicinabile, amorevole, ti interessi delle pecore, anche di quelle disperse. Ora riesci a sentire in te il cuore pieno di affanni dei fratelli che soffrono, cammini con loro, sei amico degli amici di Gesù. Non sei più autoreferenziale, prigioniero delle tue ambizioni, né immobile o statico. Non rimpiangi più la conservazione dell’incarico, ma osi quando è giusto e necessario. Non hai più paura di difendere e proteggere le anime che Dio ti ha assegnato. Adesso è forte in te il senso di appartenenza. Riesci a costruire in altri una fede genuina, sai valorizzare le capacità dei fratelli. La tua opera pastorale è dinamica, incoraggiante e rafforzante. Non fai più i calcoli di una volta, non soppesi i proclamatori. Rischi per il loro benessere spirituale a costo di fare le guerre con i nominati. Hai acquisito nel tempo una straordinaria capacità, quella di stemperare le ansie e le preoccupazioni, di custodire i cuori inquieti nella pace di Dio, con i tuoi gesti, con le tue parole, con il tuo atteggiamento. Sei diventato il vero sorvegliante di cui parla la Bibbia, un bene per le congregazioni, un dono per le persone del territorio. Ora, quando entri in Sala del Regno, la congregazione dice con cuor sincero: “Ecco per noi, un caro fratello, una grande gioia che Geova ha voluto condividere con noi”.

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Commenti (2)

  • Anonimo

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    Fratello mio riesci a scriver in modo cosi chiaro i sentimenti che abbiamo dentro. Troppo vero e bello questa lettera, ma è proprio questo cio che e’detto a un fratello srvg. Crc che mi ha trattata con tanta indifferenza, non si possono capire gli altri fino quando non cammini per km nelle scarpe di un altro. Solo allora si che si sente tutto e li non ci sono parole, soltanto azioni piene di consapevolezza. Maria.

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  • Lude

    |

    Tutto vero: realmente accaduto..

    Reply

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