A noi piace ricordare così

In tutto il mondo cristiano fervono i preparativi per la cosiddetta «Pasqua», che ricorda la morte e la resurrezione di Gesù Cristo. Forse, gli unici a non celebrare la Pasqua così come la celebrano le chiese della cristianità sono i Testimoni di Geova, che secondo loro, una tale usanza non trova riscontro nella Bibbia. Anche tra gli stessi appartenenti alla cristianità, i modi di commemorare la morte di Gesù sono diversi fra loro.

Pur rispettando ogni genere di celebrazione e senza volere entrare negli aspetti dottrinali di questo importante fatto che riguarda la vita di Gesù, quest’anno, ci piace ricordare la morte e la resurrezione di Gesù attraverso due opere d’arte: Simone di Cirene, di Sieger Köder e Pietro e Giovanni accorrono al sepolcro la mattina della Resurrezione, di Eugene Burnand.

Il pittore con la tonaca. Sieger Köder, prete e artista tedesco, scomparso recentemente, è famoso per aver illustrato molti episodi della Bibbia. Diventa artista frequentando l’Accademia dell’Arte. Dopo aver intrapreso gli studi teologici viene ordinato sacerdote. Dicono che usava le sue pitture come Gesù usava le sue parabole. L’arte di Köder nasce dalla sua esperienza di soldato tedesco durante il periodo nazista ed è segnata in particolare dall’Olocausto.

Il dipinto, qui a fianco, ricorda Simone di Cirene che aiuta Gesù a portare il palo di morte nella salita verso il Golgota.  (Mt 27:32; Mr 15:21; Lu 23:26) Gesù e Simone sono rappresentati da Köder in un unico corpo, sembrano gemelli, legati spalla a spalla, guancia a guancia sotto un pesante legno. Persino i volti si somigliano, stessi occhi, stessa barba, stessa espressione. L’unica differenza del volto è nel colore: più pallido quello di Gesù, dovuto alle sofferenze e prossimo alla morte, mentre quello di Simone è terragno, tipico di coloro che lavorano sodo la terra. Sia le mani grosse e robuste di Simone sia quelle di Gesù, reggono il legno e si abbracciano entrambi i fianchi, segno di aiuto e sostegno reciproco. I colori sono caldi, la veste di Gesù è di colore rosso sangue, quella di Simone è di un intenso blu notte. La composizione delle figure è molto compatta, quasi schiacciata dal peso gravoso di un legno dalle misure sproporzionate.

I Romani scelsero tra la folla Simone di Cirene, un povero uomo d’Africa, che passava di lì per caso. Stanco e affaticato, stava tornando dal lavoro dei campi e probabilmente cercava di raggiungere al più presto casa per prepararsi alla celebrazione della Pasqua ebraica. Il contatto con il legno, strumento di morte, gli comportò, con ogni probabilità, una grave impurità rituale, ma gli cambiò anche radicalmente la sua vita e quella dei suoi familiari.

Tutto ha inizio con un secco comando della pattuglia romana che scortava Gesù, che dopo avergli messo le mani addosso, lo trascinano, costringendolo a reggere per un tratto di strada il legno di quel condannato sfinito e sconosciuto. Intercettato, come in un agguato, in un imprevisto della storia, in un momento particolare del genere umano, la vita di Simone cambia completamente per diventare il simbolo di tutti gli atti di solidarietà per i sofferenti, gli oppressi e gli affaticati; il simbolo di chi, spontaneamente o costretto, si addossa una fatica o una pena che toccherebbe ad altri o sopporta comunque il peso di colpe non sue. Il Cireneo rappresenta, così, l’immensa schiera di quei Samaritani che non «passano oltre dall’altra parte» della strada, ma si chinano sui miseri caricandoli su se stessi  per soccorrerli e per prestare l’aiuto necessario di cui hanno bisogno.

Nel dipinto, Simone è stretto a Gesù, quasi a immedesimarsi nel suo dolore, a soffrire e a farsi carico di uno sconosciuto. Perché proprio lui e non un suo discepolo? A volte succedono cose che sono inspiegabili, misteriose, che aggrovigliano la nostra vita senza comprenderne il senso, senza averle cercate. Queste cose ci mettono alla prova, chiedono di essere vissute senza necessariamente comprenderle. L’incontro con Cristo a volte avviene in maniera del tutto inaspettata, casuale. Ci stravolge, ci sconvolge, ci cambia. E’ questo il mistero del grande amore che muove Dio e che invita noi, sconosciuti e peccatori, a portare sulle nostre spalle il peso dei nostri fratelli e di tutti coloro che soffrono per amore di Cristo. Il significato della morte di Cristo è anche in questo simbolico legno che ogni cristiano deve portare con sé se vuole essere discepolo di Cristo.

I due correvano insieme; ma l’altro discepolo corse avanti più velocemente di Pietro e giunse per primo alla tomba commemorativa. (Giov 20:4)

Burnand, pittore svizzero, pratica un naturalismo che fiorisce nelle sue composizioni religiose, come si vede nel quadro di sopra, uno dei più famosi, che grazie all’impaginazione, alla luce e all’espressione dei due discepoli di Cristo, rivela un efficace effetto drammatico. E’ un dipinto che riesce a trasmettere la “mattina della resurrezione di Cristo” anche a chi non è credente. In uno sfondo di un’alba dorata corrono abbastanza velocemente e lo si nota dai capelli scapigliati dal vento e dall’inclinazione in avanti dei corpi dei due discepoli di Cristo, uno giovane (Giovanni), che indossa una veste bianca con cappuccio e uno meno giovane (Pietro), che indossa una veste ebraica tipica del I secolo. Giovanni è leggermente più avanti di Pietro, in effetti arriverà per primo al sepolcro, anche se poi cederà il passo a Pietro per farlo entrare per primo. Ha le labbra semichiuse e dalle mani giunte sembra che stia pregando sottovoce.

Pietro ha la barba irsuta, la fronte è piena di rughe e gli occhi fissano un punto lontano, sembrano spalancati per la sorpresa e per la voglia di vedere cosa ci sia nella tomba vuota di Gesù risorto. La mano sinistra indica i passi di corsa, mentre con la mano destra tiene il mantello vicino al corpo. A differenza delle mani giovani e delicate di Giovanni, quelle di Pietro sono un segno della dura vita, di chi affronta la realtà senza tanti fronzoli. Il dipinto evidenzia la solidità della fede in Gesù, ma anche la solidità della sua resurrezione. Solo un ritorno palpabile del corpo vivo poteva vincere il trauma di un cadavere posto nella tomba e rinvigorire l’avventura degli apostoli nella predicazione di Gesù risorto.

Due dipinti, due emblemi della morte e della resurrezione di Cristo. Quello di Simone che ci fa comprendere come l’incontro con Cristo avviene in modi imprevisti e insoliti. Modi talmente strani da capovolgere il senso della nostra esistenza. Ma anche quanto sia importante aiutare Gesù a portare il peso dei suoi discepoli, immedesimandosi nel dolore e nelle sofferenze che il legno di morte rappresenta. La “Mattina di resurrezione”, di Burnand, indica che Pietro e Giovanni corrono non per vedere una tomba vuota e scarna, dove i corpi si consumano nella polvere, ma per indicarci il significato di questo evento, per raggiungere il posto della Redenzione e non della divisione, il luogo dove la vita trionfò sulla morte nella gioia della resurrezione di Cristo. Il luogo dove ogni esperienza dolorosa non salirà più alla mente e  dove la morte non ci sarà più, perché Dio sarà eternemante insieme con il genere umano.

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