«Piogge leggere sull’erba»

Le parole gentili di Mosè sono paragonate nella Bibbia alla rugiada. Mosè, uomo premuroso e benevolo, pronunciò parole vivificanti come «piogge leggere sull’erba», parole gentili che ristoravano gli ascoltatori senza fare danni. (Deuteronomio 32:2)

Chi è gentile non è debole, anzi ci vuole un carattere forte per non offendere i sentimenti altrui. La persona gentile si lascia avvicinare dagli altri perché i suoi modi non sono duri, aspri e volgari, ma attraenti e pacifici. Pronunciare contenuti aspri con un tono dolce è falsa gentilezza. Il fratello che sceglie l’inattività non ha motivo di lamentarsi con gli anziani se questi si sono dimostrati premurosi e gentili con lui.

Per l’imperatore e filosofo Marco Aurelio, la gentilezza è la delizia più grande dell’umanità. Oggi la gentilezza è roba d’altri tempi. La gente è impazzita dalla competitività, dall’egoismo, dalla prevaricazione, dall’insensibilità. La rinuncia alla gentilezza priva gli esseri umani di un piacere fondamentale per il loro senso di benessere. Una volta ci si parlava a “cuore aperto”, con una buona disposizione d’animo che ci avvicinava l’uno all’altro. Oggi, la gentilezza si fa di tutto per eliminarla. Per un falso senso di sicurezza, cerchiamo non la vicinanza ma la distanza dagli altri. La distanza inibisce l’amore e aumenta l’egoismo.

Oggi la gentilezza ispira diffidenza e la sensibilità viene liquidata come debole moralistica. La società contemporanea ha sviluppato forme di fobia nei confronti della gentilezza. In realtà, non mostrare gentilezza vuol dire rifiutarsi di farsi carico della vulnerabilità del prossimo. C’è un rifiuto sempre più evidente di fare gesti benevoli, questo perché la maggior parte degli esseri umani pensa che la gentilezza sia la virtù dei perdenti. Di solito ci accorgiamo quando qualcuno è gentile con noi e se per natura siamo scortesi, la gentilezza ci fa sentire profondamente a disagio.

Prendersi cura degli altri ci rende pienamente umani. Dipendiamo gli uni dagli altri non solo per la nostra sopravvivenza, ma anche per la nostra esistenza. Un individuo senza legami affettivi o mente o è un pazzo. Oggi si rifiuta questa verità fondamentale mettendo l’indipendenza al di sopra di tutto. Avere bisogno degli altri è considerato una debolezza. Quando si allinea al potere, la gentilezza degenera facilmente in logoramento morale, in particolare quando l’impegno per il prossimo diventa più organizzato che spontaneo. La gentilezza tecnica, burocrate, organizzata nei discorsi e nei modi stereotipati manca di genuinità e di naturalezza. La gentilezza nasce in un cuore libero e sensibile e non perché si appartiene a una comunità dove è obbligatorio mostrarsi gentili. Una gentilezza formale non tocca i cuori dei fratelli.

Come il bambino tormentato dai bulli diventa a sua volta un bullo, così chi è oppresso dalle vicende della vita diventa a sua volta un oppressore e chi non riceve mai una gentilezza non si mostrerà gentile nella sua vita. Cresce la paranoia e le persone cercano dei capri espiatori per la loro infelicità. Si diffonde la cultura della “durezza” e del cinismo, alimentata dall’invidiosa ammirazione per quelli che sembrano trionfare – i ricchi e famosi – in un mondo dove si lotta con le unghie e con i denti.

Il bilancio del cristianesimo sulla gentilezza non ispira fiducia. Troppe religioni per odiare, ma non ab­bastanza per amare. Il panorama spirituale contempora­neo, con i suoi violenti attacchi tra membri di una stessa religione o tra religio­ni diverse, è uno spettacolo deprimente. Le virtù dell’infanzia si perdono con troppa facilità quando cresciamo. Se questa perdita avviene su una scala abbastanza ampia, assume le proporzioni di un disa­stro culturale. Oggi si sospetta che la gentilezza sia solo una forma di narcisismo camuffato: siamo gentili perché ci gratifica, le persone gentili so­no drogate di autocompiacimento.

Eppure, la gentilezza continua a esse­re un’esperienza di cui non riusciamo a fare a meno. La desideriamo perché sappiamo che essa rende la vita degna di essere vissuta: ogni attacco contro la gentilezza è un attacco contro le nostre speranze. Le parole gentili possono mutare il destino di molti. Abbiamo una passione esagerata per il vittimismo. Non ci rendiamo conto che chi ci ascolta potrebbe prendere tutto alla lettera. E ciò che diciamo può cambiare la vita dei fratelli, può influenzare il loro destino. Dobbiamo comunicare che la vita è un dono di Geova e degna di essere vissuta, nonostante i problemi. Se abbiamo la tendenza a essere pessimisti, a criticare ogni cosa, non meravigliamoci se un adolescente o un giovane cristiano si chiude in camera sua e gioca con l’idea del pessimismo e della critica, dopo che gli abbiamo instillato per anni questo messaggio.

Duri fuori o forti dentro?

Se tutte le volte che torniamo a casa dopo l’adunanza o il servizio, ci lamentiamo di questo e di quello, che non c’è da fidarsi di nessuno, che la vita di cristiani è ingiusta, che non c’è amore nella congregazione, che ogni attività spirituale è un peso, il messaggio che trasmettiamo è chiaro: la verità non rende felici, i fratelli non si amano e quindi non vale la pena essere tdG. E poi rimaniamo stupefatti se i nostri figli o i giovani abbandonano la congregazione diventando inattivi. Che speranza trasmettiamo in congregazione o in famiglia se le nostre parole non sono gentili, piene di fiducia? Lamentarsi non è un segno di gentilezza e non infonde fiducia né forza in chi ci ascolta.

Si possono dire le stesse cose con un tono e con parole diverse. Alle adunanze ci andiamo e perseveriamo nonostante i problemi. I fratelli si sforzano di mostrare amore nonostante l’imperfezione e meritano la nostra fiducia. Vale la pena sforzarsi di vivere la verità perché i risultati anche se non sono evidenti, Geova li nota e li apprezza. Il messaggio è chiaro: essere gentili, positivi, cambia la vita e vale la pena viverla. Si sta così bene che ci risparmiamo fallimenti e inattività, ma anche tachipirina, aspirina, antibiotici, cortisone, valium, xanax, paroxetina e sertralina.

La gentilezza nel parlare favorisce i buoni rapporti. Le parole gentili possono alleviare i pesi dei fratelli e delle sorelle, mentre le critiche aspre possono aggravare questi pesi e persino spingere alcuni a chiedersi se hanno perso l’approvazione di Geova. Parole e gesti gentili hanno attirato molte persone a conoscere la verità. Avete mai visto qualcuno avvicinarsi ai tdG perché gli è stata mostrata scortesia, asprezza, insensibilità, villaneria, eccetera? Qualcuno ha motivo di lamentarsi per essere diventato inattivo se tutti in congregazione gli sono stati vicino con parole gentili, amorevoli e premurose? Forse sarà diventato inattivo lo stesso, ma non certo per mancanza di gentilezza, buona creanza e affabilità.

Con questo non vogliamo dire che in congregazione non c’è chi si comporta in modo sgarbato e arrogante. Lo scortese, il duro, l’insensibile c’è e si trova dappertutto, indipendentemente da ciò in cui si crede. Quello che ci preme sottolineare è che difficilmente si sceglie la strada dell’inattività se in congregazione i fratelli si sono dimostrati gentili e premurosi con noi, né si può attribuire a loro la colpa della nostra inattività se abbiamo fatto questa scelta per altri motivi o per colpa di un solo individuo che si è comportato male nei nostri confronti. La meravigliosa verità che abbiamo conosciuto dalla Bibbia non può né deve essere equiparata sia nel merito che nei valori alla condotta errata di una o più persone. 

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