“Prestate attenzione a come ascoltate”. – Luca 8:18.

Il non saper ascoltare è alla base di molti problemi nelle congregazioni

 Tutti abbiamo bisogno di parlare con altri in congregazione delle nostre difficoltà, di esternare le nostre preoccupazioni, di sentire che c’è qualcuno che è disposto ad ascoltarci e in grado di capirci. Per questo motivo “ogni uomo dev’essere pronto a udire, lento a parlare”, dice Giacomo 1:19.

In congregazione gli anziani se vogliono aiutare gli affaticati devono essere ascoltatori compassionevoli. In certi casi alcuni componenti della congregazione possono aver bisogno non tanto di una soluzione del loro problema, quanto di un buon ascoltatore, qualcuno che non dica loro come dovrebbero sentirsi, ma che li ascolti senza esprimere giudizi.

Prima di giungere alle conclusioni e dare consigli, ascoltate! (Proverbi 18:13) Se come anziano sei disposto ad ascoltare il fratello, per lui sarà più facile esprimersi. La mancanza di ascolto ha fatto allontanare alcuni dalla congregazione.

A volte, alcuni non sono disposti ad ascoltarvi perché non gradiscono il vostro modo di parlare. Mangiarsi le parole, fare errori di grammatica, usare un tono di voce monotono, parlare troppo in fretta, dire parolacce e monopolizzare la conversazione sono tutti fattori che scoraggiano chi ascolta. D’altra parte, di solito i fratelli vi ascolteranno se sorriderete, se parlerete in modo chiaro e lento, se guarderete la persona negli occhi e se ascolterete il suo punto di vista senza interrompere. Chi riflette prima di parlare, si esprime con maggiore sicurezza.

Quando ascoltiamo la voce di Dio, inizialmente risuona nell’animo di ciascuno come brusìo indistinto, indecifrabile, ma attraente. Man mano che la conoscenza della sua Parola aumenta, la voce di Dio ci appare più chiara, più cristallina. Ogni suono indistinto si dipana alle orecchie.

Gli scribi e farisei erano così attaccati al potere e alla lettera dei rotoli che avevano innalzato uno schermo impenetrabile alle parole di Gesù. Avevano orecchi per udire ma non ascoltavano. Le loro orecchie erano infiammate dalla labirintite, che gli aveva fatto perdere ogni equilibrio spirituale.

Ciò che dicevano era vertiginoso per loro e per chi li ascoltava. L’ascolto implica il mettersi in discussione. Chi oggi non ascolta non ama, perché i suoi condotti uditivi sono ostruiti dal cerume delle disposizioni e dell’ignoranza. Costoro, considerano i bisogni del fratello lontano come dei “fischi” fastidiosi alle loro orecchie.

I consiglieri cristiani non dovrebbero mai cadere nella trappola in cui caddero i tre “confortatori” di Giobbe. Giobbe parlava loro, ma essi non ascoltavano veramente. Si erano già convinti che le sofferenze di Giobbe fossero dovute alla sua condizione peccaminosa. (Giobbe 16:2; 22:4-11)

Un anziano cristiano invece di condannare in partenza un fratello lontano dovrebbe ascoltarlo con attenzione. Potrebbe così notare pause cariche di significato o cogliere inflessioni nel tono della voce che rivelano che la storia non è stata ancora narrata per intero. Forse un’ulteriore domanda servirà a portare in luce un pensiero che si cela nella mente del fratello lontano.

Oggi tutti vogliono parlare, pochi vogliono stare a sentire. «Abbiamo due orecchie e una sola bocca, proprio perché dobbiamo ascoltare di più e parlare di meno». Per dirla con Goethe, «parlare è un bisogno, ascoltare è un’arte». «Saper ascoltare», sosteneva Leonardo da Vinci «significa possedere, oltre al proprio, il cervello degli altri».

La comunicazione è sempre un processo a due vie: un dialogo tra una persona che parla e una che ascolta. Senza ascolto non c’è comunicazione. Bisogna saper ascoltare, perché «sentire» non basta. Sentire non è lo stesso che ascoltare, infatti l’ascolto attivo è caratterizzato da un atto volontario grazie al quale si decide di ascoltare attraverso l’attenzione, la sensibilità e l’intelligenza di cui siamo dotati. L’ascolto è la prima attività comunicativa necessaria per ottenere la fiducia dei nostri fratelli.

Ci muoviamo in una società che rende sempre più difficile la possibilità di ascoltare a causa di stress, aggressività, rumore e frenesia.

Le cause più comuni che inibiscono la capacità di ascolto riguardano spesso il poco tempo a disposizione; la mancanza di un’opinione chiara e univoca del nostro interlocutore; la forte concentrazione sugli obiettivi che cerchiamo di raggiungere o più semplicemente perché la persona che abbiamo di fronte, magari solo per il ruolo che ricopre, non ci è gradita.

Ascoltare attivamente consente di metterci nei panni dell’altro; riconoscere e accettare il suo punto di vista, le sue emozioni, in totale assenza di giudizio.

Ascoltare deriva dal latino “auris” (orecchio), perciò non possiamo parlare di «ascolto attivo» se ci limitiamo semplicemente a sentire le parole del fratello o della sorella. Dobbiamo anche “vedere” per cogliere tutti i segnali nascosti e che sono visibili attraverso il linguaggio del corpo: gesti ed espressioni del viso.

“La cosa più importante nella comunicazione è ascoltare ciò che non viene detto” 

 Peter  Drucker, economista e saggista 

Molto spesso siamo presi dalla «sindrome dello sguardo basso». Attaccati al telefonino, ipnotizzati dallo schermo, abituati a non alzare più gli occhi per guardare in faccia il prossimo e la realtà che ci circonda, non riusciamo più a percepire i segnali di aiuto, né porre domande finalizzate all’ascolto. Molti proclamatori tdG si lamentano perché le persone non ascoltano più il messaggio della Bibbia come un tempo.

E se il problema fosse all’incontrario? Siamo noi che non siamo più abituati ad ascoltare? Come possiamo pretendere che le persone ci ascoltino se per primi noi non ascoltiamo i bisogni dei nostri fratelli lontani. Ci stiamo abituando ad “abbassare lo sguardo” e a fare “orecchie da mercante”, fingendo di non sentire o di non capire quanto ci viene detto da Geova riguardo alle pecore smarrite?

La Bibbia condanna chi “chiude l’orecchio al grido di lamento del misero”. (Proverbi 21:13). Per questo motivo, Gesù disse di prestare attenzione anche al modo di ascoltare (Luca 8:18). In conclusione, visto che si parla spesso di ubbidienza agli anziani, nelle Scritture Ebraiche l’idea di ubbidienza significa “udire o ascoltare”. Se gli anziani e i sorveglianti pretendono ubbidienza, che siano loro per primi in congregazione a imparare a saper udire e a saper ascoltare i fratelli che si trovano nel bisogno. Allora sì che l’ubbidienza sarà spontanea e sincera.

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