Psicologia di una esclusione

Esclusione significa «chiudere fuori» e ha un sinonimo molto significativo per i Testimoni di Geova: «disassociare».

Raramente, la parola “disassociazione” viene usata nel linguaggio comune. Per i TdG implica l’allontanamento di un compagno di fede non pentito e che manifesta un comportamento irriducibile, non conforme alle norme morali e religiose che i testimoni di Geova si sono date.

Se questi diventa un persecutore o un apostata, si cerca di dimenticarlo o ignorarlo, nel senso di non percepire nemmeno le sue opinioni. Gli accusatori o gli stessi interessati coinvolti nelle vicende disciplinari, considerano il provvedimento di esclusione spirituale dal gruppo pari a una morte fisica.

Per capire il senso di questo atto giudiziario estremo dobbiamo comprendere il funzionamento di due identità che si sviluppano all’interno dei Testimoni di Geova.

  • La prima ha relazione con l’individualità che differenzia un cristiano dall’altro.
  • La seconda è sociale e spirituale e si lega al ruolo che ciascuno ha all’interno della comunità.

Per una migliore comprensione di questi aspetti è fondamentale avere le idee chiare su cosa significhi appartenere a un gruppo o a una comunità e quali dinamiche operano all’interno dei Testimoni di Geova.

IL GRUPPO LOCALE. È un insieme di individui che interagiscono fra loro influenzandosi reciprocamente e che condividono interessi, scopi, caratteristiche e norme comportamentali. Più il gruppo è ristretto tanto più intensa è l’influenza reciproca.

LA COMUNITA’ MONDIALE. Quando il gruppo si allarga in maniera esponenziale diventa comunità, per cui non esiste un’interazione diretta fra tutti i vari membri. L’anello di congiunzione fra tutti i membri che operano a livello mondiale è la stessa adorazione che si rende a Geova ed è esplicitata nella Bibbia.  

IL GRUPPO DI APPARTENENZA. Il cristiano che vi appartiene, è ben accettato e conforma il proprio comportamento alle regole stabilite. Maggiore è lo scambio relazionale tra fratelli e sorelle, più il sentimento è di vicinanza.

Il Testimone si identifica con i valori identitari espressi e comunemente accettati. Dimostra la sua fedeltà e approvazione con il passo ufficiale del battesimo in acqua. Una caratteristica del popolo di Geova è l’omogeneità che attutisce le differenze individuali e ne accentua i comportamenti e i pensieri collettivi.

L’unità o la coesione tiene insieme le congregazioni e agisce come rinforzo nel raggiungimento degli obiettivi. Più i gruppi sono ampi, più difficile è mantenere la coesione. L’unità è proporzionale alle dimensioni. Questo è un motivo per cui quando scoppia un caso giudiziario, le stesse norme possono apparire rigide in un posto e meno in un altro.

Più stretti sono i contatti tra i membri interni, meno contatti si hanno con estranei al gruppo. La coesione viene favorita anche dalle pratiche di isolamento protettivo che i Testimoni concepiscono riguardo ai rapporti con “il mondo”, cioè con persone che non hanno la loro stessa fede.

Le congregazioni locali sono regolate da persone che occupano differenti ruoli e sono finalizzati al soddisfacimento dei bisogni dei membri che vi sono all’interno.

 Istituzione di un corpo dirigente.

Il movimento mondiale dei Testimoni di Geova riconosce il ruolo scritturale di guida di un corpo dirigente, che rispetto ai singoli corpi locali, offre un miglior rendimento a patto che vengano rispettate i vari ruoli, la comunicativa, l’autonomia di ragionamento, un’adeguata e condivisa soluzione anche se proposta da un singolo componente.

Nelle congregazioni, i cristiani che ne fanno parte attiva si sono ben inseriti. La socializzazione all’interno mira a un raggiungimento di sicurezza e a rischiare il meno possibile e senza troppa ansia terreni mai esplorati.

Inoltre, il successo, inteso come qualità della fede e aumento di nuovi membri, favorisce il potenziamento dei meccanismi che hanno prodotto risultati positivi, mentre vengono abbandonati quei metodi che risultano non più efficaci e pratici. Questa è la ragione per cui negli ultimi anni ci sono stati evidenti cambiamenti organizzativi sotto tanti punti di vista.

Importante è la maturazione della maggioranza nella sfera affettiva, cosa che i singoli individui fanno fatica da soli a manifestare. Il concetto che i veri discepoli si sarebbero resi evidenti dall’amore fra di loro, li induce ad attuare nei singoli componenti, modi semplici, pratici e attuali di manifestare la qualità dell’amore. In sostanza, si insegna ai singoli come mostrare vero amore in un mondo cattivo.

Nel GRUPPO ESTERNO, l’individuo che ne fa parte, può nutrire sentimenti di avversione, di disapprovazione o di timore tali da indurlo ad adottare tattiche di evitamento o di aggressione, soprattutto verbale.

Al riguardo, gli esperti di psicologia religiosa, indagano non i dogmi, le credenze o la fede professata, ma la realtà umana. Ogni studio mira solo all’aspetto soggettivo (la persona) e non oggettivo (intero gruppo) della religione. Perciò, sono prese in esame le esperienze, i comportamenti e i dati religiosi interiorizzati dal singolo. Si giudica il singolo e non l’intera organizzazione.

Con gli apostati e gli acerrimi nemici di Geova succede il contrario. Costoro giudicano i singoli fatti o persone per screditare l’intera organizzazione.

Siamo consapevoli della sofferenza che scaturisce dal momento in cui si viene esclusi dalla comunità. Quando viene meno il senso di appartenenza e se l’atto di esclusione viene considerato ingiusto si possono sviluppare comportamenti dannosi per la salute.

I cristiani che hanno una personalità forte o egoista tendono a dare la priorità ai loro obiettivi personali e a considerare meno gli obiettivi della congregazione.

Il rifiuto sociale provato da queste persone, sentendosi giudicati ed equiparati a persone inadeguate, può produrre un aumento della loro creatività, che non sempre è positiva.

L’esclusione, dal punto di vista della psicologia, non è quasi mai la soluzione dei contrasti. Qualsiasi conflitto deve mirare a riportare all’interno del gruppo chi confligge. La persona non può essere «chiusa fuori».

Il problema, spesso, non è della congregazione ma del singolo “trasgressore”, che sceglie una linea intransigente di chiusura, ponendosi di fatto lui “fuori dalla porta”. Questo succede perché sono state violate le norme che regolano il funzionamento dei gruppi e delle comunità. La disfunzione di un singolo non può pregiudicare l’intera funzionalità collettiva.

Chi viene escluso, quasi sempre mette in discussione il corpo direttivo e le sue disposizioni. In realtà, l’aver tenuto un elevato codice di condotta ispirato alla Bibbia ha prodotto una congregazione cristiana pura; di conseguenza, i suoi membri hanno piena fiducia che questa è proprio l’organizzazione che Dio approva.

Finché si accettano le norme stabilite e ci si adegua ad esse, non c’è motivo di escludere nessuno. Ma dal momento in cui qualcuno intraprende un comportamento che va contro le credenze e le norme che ne regolano le dinamiche interne è giusto che siano presi provvedimenti che mirano, prima a risolvere pacificamente i contrasti, poi se ciò non è possibile a causa dell’ostinazione del trasgressore, allora è giusta l’esclusione. Se non altro per salvaguardare la fede e l’unità di tutti gli altri Testimoni che volontariamente vogliono vivere pacificamente la loro vita cristiana.

SE NON SI CAPISCE O NON SI VUOLE CAPIRE IL RUOLO CHE SI OCCUPA ALL’INTERNO DI UNA COMUNITA’ E SE NON SI RISPETTANO LE REGOLE STABILITE, NON È L’ESCLUSIONE AD ESSERE SBAGLIATA, MA GLI ESCLUSI.

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Commenti (1)

  • Marco Comencini

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    FRAMMENTI. Vorrei aggiungere una mia riflessione a quanto scritto in questa pagina. Il pensiero contemporaneo è suddiviso in vari segmenti e condizionato dal contesto in cui nasce e si sviluppa, anche se non sempre trova il favore delle opinioni in generale. Questo accade, a mio modo di vedere, perché il pensiero unico, così come la verità intesa in forma divina, trova difficoltà di espressione e di attuazione in una società molto frammentata da ideologie, realtà materiali e concetti diversificati. D’altronde anche la coscienza umana in presenza di una moltitudine di informazioni, di emozioni e di pensieri stratificati fa fatica a stabilire una connessione logica e unitaria. Questo si ripercuote in maniera determinante in campo religioso dove ogni pensiero che non conduce a unità o se il senso di tutto non riporta a un Essere supremo viene visto negativamente. Qualsiasi tentativo di indagine al di fuori di questa visione è ritenuto inaccettabile e qualsiasi realtà differenziale viene vista come una minaccia all’ordine costituito e alla dottrina esperita. La cultura contemporanea è più benevola e rispettosa nell’accogliere le novità e il pensiero diverso. Esso non viene etichettato come provocatorio, divisivo, tendenzioso. Si cerca di scorgere, quando se ne presenta l’occasione, un’apertura a nuovi percorsi. L’errore in questi casi è quello di esaltare un pensiero frammentato, anche quando è palese il nonsense e mira a distruggere legami ed espone a forme patologiche di riferimento esclusivamente a se stessi, trascurando o perdendo ogni rapporto con la realtà collettiva di appartenenza e con la complessità dei problemi che hanno caratterizzato i conflitti e le asperità con la stessa religione e i suoi responsabili. Giusto aprirsi a novità e a incontri che vanno oltre, che accrescono la maturazione, la speranza e la fede personale e comunitaria; sbagliato accogliere pensieri che confliggono con l’unità identitaria, che deframmentano la coscienza e rompono legami significativi. L’unità, solo per stare insieme, non ha nessun valore. La sua utilità si rivela quando agisce per fare qualcosa insieme. E’ impossibile, secondo me, tenere uniti pensieri che divergono completamente fra loro. La natura ci insegna che non c’è un solo frammento isolato, ognuno fa parte di un’unità armoniosa e completa. Allo stesso modo, può esistere una varietà di pensieri solo se c’è un’evidente connessione logica con la verità. Marco Comencini

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