Quando puntare troppo in alto o troppo in basso porta ad andarsene dalla congregazione

Conoscenza e consapevolezza dei propri limiti consentono di essere equilibrati di fronte alle delusioni dei fratelli.

Capita di sopravvalutare le nostre forze, le nostre capacità, le nostre risorse. Non si tratta di una lacuna del nostro carattere, spesso è il contesto a determinare l’attivazione o meno delle nostre abilità. Comunque, in ogni caso, è utile conoscere i nostri limiti. Se abbiamo puntato troppo in alto non vuol dire che abbiamo fallito. Il punto è raddrizzare la traiettoria prima che sia troppo tardi. La vita cristiana è attraente perché è fatta di svolte e di bivi. Cambiare non è arrendersi, soprattutto quando ci mettiamo in discussione perché ci accorgiamo di aver preso una strada sbagliata.

Quando abbiamo una scarsa considerazione di noi stessi, tendiamo a vivere al ribasso. Ci sentiamo delusi e meno capaci. Porsi delle mete troppo modeste spegne lo slancio verso obiettivi più significativi. Troppa prudenza alla fine blocca lo slancio. Ci si abitua a questa calma piatta, che sembra rassenerare, ma che in realtà mortifica. Solo se si prende coscienza dei propri limiti il processo di crescita può funzionare. In questo caso, oseremo di più e faremo passi che non immaginavamo prima. Dobbiamo accettarci per quello che siamo, senza sopravvalutarci, né sottovalutarci.

A volte l’obiettivo che ci siamo prefissati non era troppo alto, né troppo basso. Abbiamo commesso l’errore di sprecare energie inutilmente. Non è un dramma. Prendiamo l’esempio di uno studente della Bibbia che fa i passi necessari per progredire nella verità. Dopo il battesimo, decide di fare del servizio di pioniere la sua meta. Passano alcuni anni, perde la motivazione e non ha più quell’entusiasmo di prima. Ha parlato con il sorvegliante del servizio e il sorvegliante di circoscrizione. Decide di continuare, ma dopo qualche tempo riperde l’entusiasmo e non ha più voglia di proseguire un servizio che sta diventando pesante. Non si sente più a suo agio in un tale contesto e percepisce che “qualcosa non funziona”. Si convince che tutto dipenda dalle sue scarse capacità personali. Si trascina per alcuni mesi con scarsi risultati.

Alla Scuola dei Pionieri, conosce altri fratelli che hanno lo stesso problema e altri che sono felici ed entusiasti. Si interessa ai loro racconti, si rende conto che certi aspetti della sua vita andavano cambiati. Aveva puntato su obiettivi irraggiungibili per le sue capacità. Modifica i suoi orizzonti mentali e investe la sua vita in mete più accessibili. Ora è felice di proseguire il servizio di pioniere e non considera gli anni precedenti “persi”, anzi ritiene che si può imparare molto da una qualsiasi esperienza. Stesse esperienze succedono anche a chi non è pioniere o è un nominato.

Potrebbe succedere che dopo aver investito su certi obiettivi e fatto di tutto per migliorarsi, si deve prendere atto che certe attività distruggono invece di rafforzare. Alcuni decidono di risolvere i loro problemi rinunciando a certi privilegi, altri decidono che sia meglio per loro abbandonare la congregazione. Chi decide di andare via, forse non si rende conto che non è la congregazione o la verità ad essere sbagliati, ma se di sbagliato qualcosa c’è stato è sicuramente aver puntato troppo in alto o troppo in basso. Oppure abbiamo sprecato tempo ed energie in attività che non erano alla nostra portata. Non bisogna considerare queste scelte come un fallimento, tantomeno perdere l’autostima. Questo modo di agire non fa altro che affossarci ancora di più. Non è la fine del mondo se rinunciamo a certi incarichi per salvaguardare la nostra spiritualità.

 

Se ti trovi nel tunnel più oscuro della tua vita, confida nella luce di Geova. In un modo o nell’altro ti farà trovare la via per uscirne. (1 Corinti 10:13)

 

Abbandoniamo le vie di mezzo. Accettiamo con obiettività le delusioni, anche se dolorose da accettare. Apriamo gli occhi di fronte all’evidenza. Non chiudete gli occhi come fanno alcuni di fronte all’evidente tradimento del coniuge, che sopportano per tutta la vita nascondendo a se stessi il reale problema. Non rimanete in un limbo malsano. E non chiudetevi in una amarezza aggressiva, trasformando la vostra vita in congregazione in un luogo di non detti che incancreniscono i rapporti fraterni. La delusione pur comportando fasi di sofferenza, ci permette anche di capire le cose su cui migliorare. Sappiamo che la strada può essere lunga e tortuosa, perché quando apriamo gli occhi la soluzione può non essere a portata di mano. Anche quando si ha la sensazione di essere entrati in un vicolo cieco, senza certezza di uscirne, si deve accettare l’inevitabile, trovando comunque il lato positivo per adeguare le proprie aspettative.

Certe esperienze fanno parte della vita e sono inevitabili. Impariamo a saperle accogliere. Essere delusi è una caratteristica dell’uomo imperfetto. Forse è il caso che lavoriamo sulle nostre emozioni. La tristezza, ad esempio, ci costringe a una pausa, a metterci da parte per digerire gli avvenimenti. Raddrizzare gli obiettivi verso un’altra direzione può renderci creativi. Possiamo considerare ampi spazi di libertà e non obblighi dove lavorare. L’importante è non superare i limiti di questi spazi. La delusione spesso deriva da errori di valutazione e non da mancanza di amore o di fede. Ravvivate la voglia di continuare ponendovi altri obiettivi, scegliete altre opportunità senza commettere gli errori di prima. La solidità dei legami fraterni dipende da ciò che abbiamo imparato dai nostri sbagli e dagli altri fratelli che ci hanno insegnato con il loro esempio a interagire meglio in congregazione e a sapere ciò che vogliamo e ciò che non vogliamo. Evitiamo il perfezionismo da noi e dagli altri. Inibisce i nostri slanci e non ci permettere di godere la vita.

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