Quando una comunità è cristiana?

Qualsiasi comunità religiosa è convinta di aver trovato la strada giusta indicata da Gesù

Nel primo secolo i cristiani seguivano la guida delle Scritture in modo da vivere pienamente le istruzioni che Cristo aveva lasciato. Le comunità cristiane erano organizzate. C’era un gruppo di uomini che dava istruzioni a tutte le comunità. All’inizio era composto solo dagli apostoli, poi si aggiunsero anche altri uomini qualificati.

Alcuni di questi scrissero delle lettere che contenevano consigli e istruzioni. In origine, le prime comunità cristiane non avevano edifici elaborati, ma usavano per i loro incontri case private e luoghi pubblici. Lo scopo di questi incontri era quello di insegnare a ogni fedele a compiere “santi atti di condotta e opere di santa devozione”.

Il sostantivo comunità vuol dire «comunanza», cioè avere cose in comune: professare la stessa fede, far parte della stessa confessione, avere un luogo di culto in una determinata località dove riunirsi per esercitare i propri riti. Si tratta quindi di persone unite tra loro da rapporti sociali, morali, organizzativi, interessi e consuetudini comuni. L’appartenenza a una comunità è soggetta alle regole che si è data, l’adesione è volontaria. I rapporti fra i vari membri sono calorosi, affettivi, amicali e di reciproca solidarietà nei casi di bisogno.

Come allora, anche oggi, il concetto di comunità, per questioni di identità e di volontaria partecipazione solidale, è sempre positivo. Nelle comunità prevalgono, in genere, la volontà comune e gli interessi collettivi. I membri sono scarsamente individualizzati, perché la comunità ha un carattere sovraindividuale dove il singolo conta poco.

I membri devono condividere una storia comune; devono conoscersi e far prevalere le relazioni dirette; spesso le comunità hanno dei confini limitati ben definiti tra gli appartenenti e “gli altri” le cosiddette persone del mondo. Vi sono meccanismi chiari di entrata e uscita. Un “nuovo” non passa inosservato.

Decidere chi è dentro e fuori può essere oggetto di discussione e può essere doloroso, sia per chi ha la responsabilità di decidere sia per chi è oggetto della decisione. In sociologia esiste la “regola della finestra rotta”, per indicare che non punire piccole trasgressioni può generare fenomeni di emulazione che portano a peccati più gravi.

Se qualcuno rompe una finestra di un edificio e non viene aggiustata, si diffonde in chi la vede l’idea che l’edificio sia abbandonato o lasciato senza cura, attraendo presto altri teppisti nel rompere le altre finestre, generando in questo modo altri fenomeni più trasgressivi contro la proprietà.

Ogni comunità presenta aspetti attraenti: il senso di protezione (solidarietà) e di integrazione sociale e spirituale, ma manifesta anche grossi problemi. Le comunità tendono a essere poco tolleranti nei confronti della diversità. Tendono ad essere un po’ (o anche tanto, dipende) soffocanti. Chi è abituato a una libertà individuale fa fatica a vivere in una comunità dall’impronta collettiva.

Quando, invece, sono le comunità a percepirsi in pericolo, tendono a chiudersi e a porsi sulla difensiva. Il dialogo e l’apertura “alle persone del mondo” può essere visto come una minaccia. Quando invece le comunità si sentono forti assumono un atteggiamento di espansione a livello di proselitismo. Quando le comunità si assistono fra loro e si sostengono a vicenda si saldano i legami fraterni.

Una vera comunità cristiana si distingue non solo dall’insegnamento evangelico ma soprattutto dalla praticità e dall’applicazione delle norme cristiane basate sull’amore. Non si tratta quindi di funzioni e di ruoli ma di essere quello che si è. Fare e ricordare questi gesti rafforza i legami fraterni, perché essi servono a ricordare che si esiste per uno scopo.

Una comunità può rafforzare i legami fraterni se oltre al proselitismo si dà anche altri scopi. La comunità non esiste per essere soltanto terra di conquista di nuovi adepti. Non è l’organizzazione con i suoi progetti ad essere al centro dell’interesse. Al centro della vera comunità cristiana c’è il proclamatore con i suoi bisogni.

Una comunità non solo missionaria che ha come scopo di fare discepoli per allargarsi, ma che si preoccupi anche di far rientrare quelli che sono fuori o apparentemente lontani. Serve una comunità che sappia far prevalere una giustizia misericordiosa, una comunità che aiuti a far capire i veri valori cristiani e che sia capace di aiutare le persone a vivere la propria vita, che faccia provare gioia nell’applicazione dei princìpi cristiani.

Non che soffochi ma che liberi dal fumo delle sofferenze, della depressione, dello sfacelo morale di oggi. Una comunità che sia priva di logiche ottuse, di regole restrittive e di uomini gonfi di orgoglio e ignoranti dei bisogni altrui. Un’organizzazione che sia al servizio degli altri e non che debba essere servita.

I meccanismi con cui definiamo chi è meritevole di stare dentro o fuori influenzano l’immagine della comunità. Gli altri come definiscono i membri della propria comunità? Controllori? Giustizialisti? Quadrati e ottusi?  Oppure, misericordiosi, affabili, altruisti, compassionevoli, rispettosi, servizievoli, amanti di Dio più che di se stessi?

La congregazione cristiana non deve ergersi a “dogana” di frontiera che stabilisce ciò che deve entrare e uscire dalla propria nazione. Lo scopo non è costruire una “propria comunità”, in cui appartarsi a vivere la propria vita tenendo “gli altri” lontani; lo scopo è coltivare relazioni fraterne non solo all’interno ma anche nel mondo. Non ha detto Gesù di “amare i vostri nemici e di fare del bene a quelli che vi odiano”? Come si fa a trattare male i propri fratelli e nel contempo amare i nemici?

La vera congregazione cristiana si distingue quando è aperta, accogliente, ospitale, missionaria, ma anche quando si preoccupa non solo di quello che facciamo o non facciamo, ma di chi siamo; qualcosa di straordinario che indichi agli osservatori esterni che “il regno di Dio è in mezzo a noi” o come scrisse Tertulliano a proposito dei pagani che osservavano i cristiani e dicevano: «Vedete come si amano».

Sarebbe bello che anche le “persone del mondo”, gli inattivi e tutti coloro che sono stati allontanati ingiustamente, dicessero dei tdG: “Vedete come ci amano”.

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