Quel desiderio di andarsene altrove

«Non appena questo male si è insinuato nell’animo del monaco vi produce l’avversione per il luogo, il fastidio per la cella e perfino la disconoscenza e il disprezzo per i fratelli che vivono presso di lui o lontani da lui, come se fossero negligenti e persone poco spirituali. … si lamenta assai di frequente di non aver conseguito alcun profitto, deplora e si rammarica di non ricavare alcun frutto finché rimarrà legato a quella comunità …» (Le istituzioni cenobitiche 10.2.)

Nel V secolo, san Nilo, monaco cenobita egiziano scrive:

«Il malato ossessionato dall’accidia tiene gli occhi fissi sulla finestra e la sua immaginazione crea per lui un visitatore fittizio; al minimo cigolio della porta, egli scatta in piedi; al rumore di una voce corre a guardare dalla finestra; ma, invece di scendere in strada, torna a sedersi al suo posto, intorpidito e come colto dallo stupore… esalta i monasteri posti in regioni lontane e, in più, configura quei luoghi come maggiormente vantaggiosi al progresso dello spirito e più efficaci per la salvezza… infine finisce per persuadersi di non potersi salvare, restando in quel luogo, a meno che, abbandonata quella cella… non si decida a liberarsene quanto prima».  (De octo spiritibus malitiae 14)

Da questo racconto emerge una svogliatezza che rende stupidi e irritabili. La mancanza di coinvolgimento, di concentrazione e l’abbandono al sonno, dimostrano una mancanza assoluta di controllo della propria vita. Il monaco depresso considera in maniera grossolana sia il posto dove vive la sua spiritualità che i suoi fratelli. Sogna conventi assenti e lontani, pieni di vita e di fervore.

E’ così scoraggiato che il luogo da lui scelto per vivere la sua spiritualità gli sembra una prigione. Non sopporta più le regole monastiche. Ogni scusa è buona per attaccare briga con i propri confratelli. La Parola di Dio e il suo Spirito non hanno più presa su di lui. Il senso spirituale rimane ben presente, ma non ha più autorità sulla mente. Ha perso quella buona disposizione d’animo verso le virtù e il bene altrui.

L’accidia è quello strano miscuglio di noia e di risentimento che si sviluppa nei confronti della vita spirituale, che ci induce a dubitare di aver mai conosciuto la verità e a disperare di poterla trovare altrove. Provare accidia è come se la mente fosse invasa da un’oscurità. La prova dell’accidia riguarda uomini collaudati, che potrebbero ritenersi al sicuro: uomini di fede sperimentati e non novizi.

L’accidia, nel suo presentarsi, ha un carattere destabilizzante negli uomini spiritualmente impegnati. La reazione è ben descritta in Ecclesiaste 2:17 “Così ho odiato la vita, perché tutto quello che veniva fatto sotto il sole mi sembrava angoscioso. Tutto infatti era vanità e un correre dietro al vento”.

La tentazione accidiosa approfitta delle difficoltà per insinuare la ragionevolezza di una doppia scelta: il languido abbandono di Dio o l’ossessiva ricerca di sé. Il peccato grave non sta nell’impotenza, ma nel rinnegamento del voto battesimale fatto a Dio di servirlo a prescindere. Sta più nella mente che nel corpo. Il vizio dell’accidia si alimenta giustificandosi con ogni mezzo, disprezzando freddamente ciò che prima aveva imparato ad amare.

Inoltre, mette alla prova il delirio di onnipotenza, secondo il quale tutto quello che abbiamo ricevuto ci è dovuto. Abituati a ricevere, anche senza dare nulla in cambio, l’accidia predispone alla corrosione i nostri desideri più puri.

Alcuni, pensano che non vale più la pena cercare motivazioni nella congregazione. Diventano irrequieti nel desiderare di cercare altrove. Spesso è soltanto una mediocre compensazione della perdita di Dio e delle sue benedizioni. E’ vero, che ci sono periodi nella vita in cui ci si sente oppressi e sopraffatti dagli eventi, come se fosse impossibile gestirli, dove si vive un periodo di passività e di inerzia.

In questo caso, la quotidianità prende il sopravvento e alla fine ci si sente stremati e insoddisfatti. La voglia di fuggire nasconde il desiderio di lasciarsi tutto alle spalle. Quando i doveri e i sacrifici prendono il sopravvento sui momenti piacevoli ci si sente come in gabbia.

Un bel giorno ci si rende conto di aver raggiunto il limite, di aver concluso un ciclo della propria vita. Eppure i momenti di crisi hanno una loro importanza. Prima di addossare le colpe ad altri, è bene provare a guardarsi dentro e capire l’origine di questo malessere. Altrimenti, il rischio è che la stessa situazione si possa ricreare in futuro.

Pensare che andarsene altrove sia la migliore risposta ai problemi potrebbe rivelarsi un’amara illusione. La fuga non è mai la risposta migliore, perché significa volersi allontanare da qualcuno o da qualcosa. La fonte del nostro tormento, che è interiore o mentale, ci seguirà sempre, ovunque andremo. Lasciarsi cadere sul divano con lo sguardo perso nel vuoto, girare continuamente in cerca di una distrazione, ti fa sentire in trappola. La noia ha sempre fame, è insaziabile. Vuoi che qualcosa cambi in te ma non sai cosa.

Eppure in passato la tua vita non era così ripetitiva o poco interessante. Ora invece, persino ascoltare una parte all’adunanza ti risulta incomprensibile. Ti rendi conto che sentirti inutile in congregazione, incapace di interessarti alle tue attività teocratiche, il tuo basso livello di dopamina ti agita e ti irretisce. Questo è il momento di cambiare la tua situazione e non quello di desiderare di andare altrove con questo spirito mentale. Il vero cambiamento da fare riguarda il contesto con il quale stai vivendo la verità e non la verità stessa o la congregazione.

La noia, il periodo di svogliatezza e di incertezze che stai attraversando, potrebbe diventare, se lo vuoi, il periodo più creativo della tua vita. Senza bisogno di andare altrove.

A volte il desiderio di andare altrove è dovuto a disturbi emotivi come la depressione. In questi casi il fratello o la sorella potrebbero aver bisogno  di uno specialista e di terapie o farmaci adatti (Luca 5:31). Gli anziani e gli altri componenti della congregazione riconoscono con modestia di non avere la preparazione medica per gestire queste situazioni.

Comunque, tutti abbiamo la responsabilità di “confortare chi è depresso”, “sostenere i deboli” ed “essere pazienti con tutti” (1 Tessalonicesi 5:14). Ognuno di noi dovrebbe mostrare empatia verso i nostri conservi e fare il possibile per confortare con pazienza chi è scoraggiato. Si può incoraggiare chi soffre: ascoltando con attenzione, evitando le critiche, usando la Bibbia, mostrando tenerezza e premura e non pretendendo la perfezione.

Tags: , , , , ,

Trackback dal tuo sito.

Lascia un commento

inattivo.info

Inattivo.info è un sito aperto nel 2014 ed è rivolto ai testimoni di Geova non più attivi come un tempo e ai responsabili delle congregazioni.

Built by TANOMA