Quel dolore mentale difficile da capire

«Cessate di uccidere i morti»

Definire il dolore è molto difficile. Ancor di più è distinguere quello del corpo da quello della mente. Il dolore del corpo è sempre riferibile a una parte precisa, il dolore psichico è senza sede, coinvolge l’intera persona e non è riconducibile a nessuna parte. Il dolore mentale è indicibile e provoca il mal di vivere. La differenza tra il mal di denti (dolore del corpo) e il dolore per la perdita di una persona cara (dolore mentale) è abissale.

Nel caso dei tdG, il dolore mentale causato da incomprensioni, conflitti, ingiustizie, guerre intestine è più frequente di quanto si pensi. Le esperienze di tal genere che riceviamo o che conosciamo personalmente sono numerose. Qualcuno dei nostri articolisti le ha vissute in modo diretto.

Per capire il dolore bisogna condividerlo e non tutti in congregazione hanno la disposizione d’animo ad accoglierlo. Alcuni nominati pensano che per alleviare il dolore siano sufficienti un paio di versetti della Bibbia, un articolo delle pubblicazioni e qualche pacca sulle spalle. A volte è assente il desiderio di affacciarsi alla finestra del dolore, si sceglie di stare più davanti alla porta di chi soffre che entrare nel cuore delle afflizioni.

Eppure, alcuni nostri conservi cristiani sono diventati così fragili da diventare inattivi. Non hanno retto il dolore perché è venuta meno quella forza che un tempo li contraddistingueva. Ora sentono il dolore nella sua crudezza, credono poco “nell’unzione d’olio degli anziani” (Giacomo 5:13-16). Non solo non riescono più a gestire il dolore ma non sanno dare nemmeno una spiegazione razionale della loro sofferenza. Solo quando va via, forse riusciranno a dare un’interpretazione accettabile.

Il dolore mentale cambia ogni cosa: la verità, la Bibbia, Dio. Senza un perché e impotenti di fronte all’evolversi degli eventi. Una lotta contro i mulini a vento. Un dolore che si fa rabbia, che grida nel deserto. Un dolore inutile che spaventa. Incapaci di eliminarlo addolora sempre più.

Per il fratello introverso la colpa del dolore è sua, per l’estroverso è da ricercare al di fuori di lui. L’introverso ripiega su sé stesso, l’estroverso si apre al mondo disperdendo il suo dolore fino a dissolverlo. Non esiste una persona priva di dolore. Nemmeno l’intelligenza umana, quella che esclude Dio, può risolvere il problema del dolore. Come sono significative le parole di Salomone: “Nell’abbondanza di sapienza c’è abbondanza di frustrazione, così che chi accresce la sua conoscenza accresce il dolore” (Ecclesiaste 1:18).

Nonostante gli sforzi per dimenticare, anche nel tdG, il dolore lascia traccia nella sua memoria. Un’ombra che lo accompagna, un dolore che a volte ritorna, anche a distanza di anni, persino quando “l’inattivo” “ritorna” a Geova, ma ancor di più quando “non ritorna”.

Quando si è andati oltre con gli anni e i desideri del cuore non sono più realizzabili, alcuni si sentono “morti” come i cari e gli amici che sono andati via da tempo. Occhi velati di tristezza, una nostalgia per il ritorno mancato, una malinconia come compagna, una vita fatta per metà di passato e per metà di presente. Un cimitero di dolore dove trova spazio la colpa per ciò che si è fatto e per ciò che si poteva fare.

Cari fratelli attivi attivatevi per non «uccidere i morti» che hanno ancora un barlume di speranza. Andate a trovarli. Prendete a cuore le parole di Giacomo: “Fratelli miei, se qualcuno fra voi si svia dalla verità e un altro lo fa tornare indietro, sappiate che colui che riporta indietro un peccatore dalla sua strada sbagliata lo salverà dalla morte e coprirà una gran quantità di peccati”. (Giacomo 5:19,20)

Mentre, voi cari fratelli lontani, avete ancora tempo per tornare a Geova. Fidatevi ancora degli unici due che possono capire il vostro dolore: Geova e Gesù (Salmo 56:8; Ebrei 4:15,16).

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