«Quella vita non vissuta»

Li chiamano lutti interiori e sono causati da una perdita grave. Chi non li supera, accumula rancore verso se stesso.

Dalla morte si può imparare a vivere. Anche quando ci si perde spiritualmente. Spesso una perdita (una persona cara, il lavoro, la casa, la salute, un amico, Dio, la religione) ci insegna a vivere e ad apprezzare di più la vita. Una perdita può scuoterci dalle fondamenta del nostro essere e trasformarsi in un’occasione per rinnovarsi. Chi non è toccato da una perdita non sarà toccato nemmeno dall’amore.

Non si può rimanere impassibili di fronte a chi si allontana o viene allontanato dalla congregazione senza essere toccati interiormente. L’isolamento – ancor di più quello forzato – è privazione dell’amore. L’isolamento è contro natura. Non è un caso che Dio abbia creato la donna per complementare Adamo. Togliere il saluto, la compagnia, la comunicativa o trattare gli inattivi in questo modo è contro il pensiero di Geova, che disse: ““Non è bene che l’uomo stia solo. Gli farò un aiuto, come suo complemento” (Gen 2:18). Come può un cristiano lontano integrarsi se viene privato dei fratelli e dei familiari? Persino Caino non fu lasciato solo da Geova.

Le relazioni umane si fondano su ciò che è imperfetto, sul nostro lato umano. Tutto ciò che è imperfetto ci insegna a saper amare, poiché le relazioni umane si basano sul bisogno reciproco. Molte relazioni nascono dall’esperienza personale, da una conoscenza che va oltre il normale sapere. Ogni esperienza nuova genera un’ulteriore consapevolezza che riaffiora nei periodi oscuri della nostra esistenza. D’altra parte, chi sceglie di stare lontano, rischia di non vivere più la sua vita. La vita è fin troppo breve per viverla in maniera inespressa. A volte, spendiamo energie a erigere muri di ostilità più di quanto potremmo usarne per vivere la vita con equilibrio. L’imprevedibilità genera paura. Abbiamo soppresso le nostre capacità interiori, quelle che ci davano forza e coraggio per andare avanti.

Nel libro Jung parla. Interviste e incontri, è riportata una lettera che Carl Gustav Jung scrisse a una sua amica in seguito alla morte di suo marito. Egli sottolinea l’importanza di continuare a vivere nonostante una perdita così grave. Esserci non basta, è necessario vivere e non spegnersi lentamente. Egli mette in guardia la sua amica dai “facili consolatori” e da quelle “consolazioni” troppo banali che le vengono fatte nei momenti di forte disagio. Per non abbattersi è necessario dare, in maniera incessante, un senso alla propria vita.

“Le consolazioni consolano anzitutto i consolatori. Consentono a essi di coltivare l’illusione di essere immuni da ciò che agli altri è toccato in sorte, e ancor più d’essere saggi, prudenti e avveduti”.

 I “facili consolatori”, secondo Jung, credono di conservare una buona reputazione solo perché hanno detto qualche buona parola. In realtà, certe consolazioni, nascondono nient’altro che commiserazione e risentimento per la vita.

“Ecco dunque un primo consiglio: né commiserazione per sé né risentimento per la vita… Mentre la morte ci toglie ciò che ci è più caro, al tempo stesso ci restituisce a ciò che ci è più prezioso: la vita”… “La vita è un imperativo assoluto al quale nessuno deve sottrarsi… abbandonare noi stessi non è contemplato tra le molte possibilità”.

Di fronte alle avversità l’unica cosa da fare è vivere. La cosa più stupida e spietata che si possa fare in casi come questi è di stroncare la vita con le proprie mani.

“La vita che abbiamo scelto per noi potrebbe infatti rivelarsi ben diversa da quella che avrebbe scelto noi. Il problema è allora questo: giunto alla fine dalla mia vita che cosa mi ritrovo tra le mani? Se trovo solo il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato non sarà gran cosa. Ma potremmo trovare ben di più, ben di peggio”.

“Ogni vita non vissuta accumula rancore verso di noi, dentro di noi: moltiplica le presenze ostili. Così diventiamo spietati con noi stessi e con gli altrila vita non può essere, in alcun modo, pura rassegnazione e malinconica contemplazione del passato. E’ nostro compito cercare quel significato che ci permette ogni volta di continuare a vivere…”.

Siamo tutti chiamati a portare a compimento la nostra vita, meglio che possiamo. A volte, certi aspetti della vita che giacciono dimenticati nell’oblio della nostra memoria, non sono altro che carboni ardenti che covano sotto la cenere grigia del nostro inconscio e se li lasciamo infiammare hanno un potere distruttivo che opera in modo irresistibile, silenzioso e spietato.

Qualunque sia la scelta che hai fatto, porta a compimento il dono che ti è stato fatto: la vita. Se rinunci a vivere la tua vita, vivrai male, accumulando solo rancore contro te stesso. Alla fine dei tuoi giorni penserai con rammarico e con rassegnata malinconia a “quella vita non vissuta” e che invece avresti potuto vivere bene a prescindere…

In alto: Vita e morte, di Gustav Klimt

C’è in questo quadro la vivacità tipica dei colori di Klimt. A destra è simboleggiata la Vita, rappresentata dall’amore, dall’amicizia e dalla maternità. A sinistra è invece raffigurata la Morte presentata con un scheletro avvolto da un manto blu, decorato da croci e un bastone color arancione che tiene tra le mani. In mezzo, uno sfondo verde separa entrambe. Si tratta di un’allegoria che contrappone la vita e la morte: un groviglio di corpi colorati da una parte e una figura scheletrica dall’altra. Una o più vite vissute felicemente, relazionate le une con le altre e una invece mortifera, che si è lasciata sfuggire le bellezze colorate della vita.

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