Quelle adunanze sempre meno frequentate

Un segnale preoccupante quello delle assenze, che molti non vogliono vedere o non sanno cogliere.

Non si conoscono le statistiche ufficiali della frequenza dei tdG alle adunanze. Ma da quello che si vede nei giorni di adunanze si capisce che qualcosa non funziona nella regolarità delle frequenze. Si tratta di un’abitudine che cresce sempre di più e che comunque sembra rimanere bassa rispetto alle altre chiese. Mancano i nominati per curare il gregge e soddisfare i bisogni delle pecore? O c’è una mancanza di apprezzamento per questa disposizione? E se invece si trattasse di scarsa qualità nell’insegnamento da parte dei responsabili?

Le adunanze servono soprattutto a edificare e incoraggiare i fratelli e le sorelle con la presenza attiva di ognuno. E se in realtà questo bisogno si sta affievolendo per mancanza di stimoli o perché i problemi di alcuni sono maggiori dei benefici che si potrebbero ricevere essendo presenti? In sintesi: vale la pena frequentare le adunanze?

I sorveglianti viaggianti da anni sono ciechi a questi segnali. Anziché parlare di aspetti tecnici ed economici sarebbe il caso che si interrogassero sulle cause che spingono molti a non frequentare le adunanze. Invece di trattare i fratelli come se fossero delle vacche grasse, si dovrebbero preoccupare quanto la loro visita incida positivamente sulla crescita spirituale della congregazione. Come mai cresce la disaffezione nelle presenze alle adunanze?

Paolo chiama trascuratezza abituale quella di mancare alle adunanze. (Ebrei 10:25) È evidente che qui Paolo si riferisce non all’abitudine in sé, ma una forma di trascuratezza resa abituale nel tempo. Abitudine deriva da abito, perciò trascuratezza vuol dire incuria, trasandatezza, come nel modo di vestire. Secondo Aristotele «si fa per abitudine ciò che si fa perché si è spesso fatto». Per alcuni studiosi del comportamento umano certe abitudini intese come obbligo morale non sarebbero il frutto della ragione, ma abitudini sociali che garantiscono la vita e la solidità del gruppo di appartenenza.

Certe abitudini sono il riflesso condizionato di modelli già presenti. Più la forza dell’abitudine è alta più è in grado di rafforzare i vincoli e le motivazioni. Nell’abitudine fraterna e affettiva (umore, sentimenti, emozioni) si scorge un elemento che impedisce il nuovo o che riduce la disponibilità al cambiamento e alla trasformazione. Si tratta di un’inerzia dell’abitudine, di un intorpidimento delle facoltà, che riduce nel proclamatore l’atteggiamento critico, facendogli sembrare evidente solo ciò che è familiare. Per il tdG ciò che conta è l’adunanza in sé intesa come principio biblico personale. In realtà, riunirsi come popolo, non è una scelta personale, essa è sempre stata considerata adorazione. Ci si riunisce perché questa è adorazione di Geova, come hanno fatto in passato gli israeliti e i primi cristiani. Non si tratta dunque di una prassi facoltativa. Alle adunanze si adora Dio. Chi non le frequenta perde questa opportunità. Ma anche chi le frequenta nel modo sbagliato, sta adorando Geova nel modo sbagliato. Ciò che conta non è tanto la presenza fisica alle adunanze, ma come questa presenza sia determinante in senso spirituale, educativo, edificante e incoraggiante.

L’ESSENZA DELL’ADORAZIONE COMUNITARIA. Adorare significa riconoscere nella propria vita il valore di Dio, glorificandolo e mostrandogli onore, rispetto e timore. Non si adora Dio solo ed esclusivamente nei luoghi adibiti al culto. L’adorazione pubblica non esclude quella privata. Entrambe sono indispensabili. La vera adorazione è teocentrica. Dio è l’oggetto dell’adorazione ed è Lui che sta al centro dell’attenzione, con le sue qualità e la sua personalità, non gli uomini o qualcos’altro di umano, tipo gli immobili, le finanze, le questioni tecno-organizzative, eccetera. Si va alle riunioni non per anteporre i propri bisogni, gusti o preferenze a quelli di Geova. Siamo in Sala per Geova non per i nostri egoismi o per preoccuparci dei nostri problemi che il più delle volte non hanno nulla a che vedere con l’adorazione a Dio. A volte certe bassezze prendono il posto di Dio nell’adorazione in congregazione. Oppure, certi corpi di anziani discutono in Sala del Regno più di aspetti che poco hanno a che vedere con l’adorazione diretta di Dio, e spesso lo fanno con un’animosità che lascia di stucco.

“E interessiamoci gli uni degli altri per spronarci all’amore e alle opere eccellenti, non trascurando di riunirci insieme, come invece alcuni fanno abitualmente, ma incoraggiandoci a vicenda, tanto più che vedete avvicinarsi il giorno”. (Ebrei 10:24,24)

Alcuni vanno in Sala più concentrati su sé stessi che su Dio. Credono di realizzarsi con una parte dal podio o con un commento pungente. In una riunione celeste, i 24 anziani che si trovano davanti a Dio cadono sulla loro faccia, estasiati dalla gloria celeste e gettano le loro corone davanti al trono di Dio riconoscendolo come l’unico degno di ricevere gloria, onore e potenza. (Rivelazione 4:10,11) Anziani di congregazione imparate da questo esempio invece di esaltarvi dal podio come tante soubrette.

Inoltre, Geova non vuole che i presenti alle adunanze siano parte dell’arredamento o oggetti inanimati. Dio vuole che partecipiamo attivamente nei modi appropriati. Gesù disse alla samaritana che “il Padre cerca adoratori che lo adorino in spirito e verità”. (Giovanni 3:23,24) Senza una disciplina spirituale si corre il rischio di essere come quelli descritti da Gesù: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è molto lontano da me. Continuano ad adorarmi inutilmente, perché insegnano come dottrine comandi di uomini” (Marco 6:6,7). Se durante le adunanze ci viene mostrata con la Bibbia la personalità di Geova e non sentiamo nei nostri cuori nessuna emozione, gioia, sano timore, speranza, gratitudine o nessuna fiducia, allora possiamo cantare, pregare, commentare, avere parti dal podio, muoverci come meglio crediamo, tutto ciò che facciamo non è vera adorazione.

Non si può onorare Dio se il nostro cuore è lontano da lui. Non si adora Dio con semplici atti di dovere ma con un cuore sincero e spontaneo. Avere un incarico in congregazione è solo un dovere teocratico, non un atto di adorazione. Semmai l’incarico si può considerare come un’occasione per esprimere il proprio amore ai fratelli e a Geova. La vera adorazione non ruota sui nostri incarichi e privilegi, ma sulla gloria a Dio. La vera adorazione in congregazione si manifesta quando il nostro dovere diviene il nostro piacere di servire Dio e i fratelli.

IL RITO DELL’ABITUDINE. Certe abitudini sono acquisite e non sono per niente spontanee, avvengono in modo automatico, quasi impercettibile. Non bisogna confondere l’abitudine con il rito, cioè con quella sequenza di atti che fanno parte di un rigoroso codice religioso. Nella ripetizione abituale di un rito (regole, norme, disposizioni, funzioni, ecc.) si evidenzia un efficace strumento di protezione. Il rito religioso aiuta a superare e a sopportare le varie difficoltà. Il rito è rassicurante, questo a prescindere se esso sia scritturale o no. Il rito protegge il gruppo dai pericoli trasmettendo alle generazioni future il fatto che l’esistenza stessa della comunità dipende dai riti costituiti. Si imprime nella mente degli appartenenti l’idea che tutto ciò che si fa nelle comunità serve a proteggere i cristiani da ogni pericolo, ma nello stesso tempo gli inibisce anche la capacità di critica o di avere vedute diverse.

È evidente che il mantenimento di questo ordine confligge con le aspirazioni individuali. Anzi, chi si stacca da questo ordine precostituito, diventa egli stesso una minaccia interna. In un sistema del genere è difficile decentrare il potere. Quando un problema viene riconosciuto o portato alla luce dalle congregazioni, rendendo pubblico ciò che è privato, chiarendone le cause e operando con responsabilità, sanzioni e riparazioni dei torti, il rito assume una funzione cognitiva, nel senso che mette in evidenza, fa conoscere gli aspetti contradditori, oscuri, di ciò che realmente comporta seguire certe norme o rituali. Nello stesso tempo si cerca di riparare ciò che di sbagliato si è fatto. Purtroppo, dobbiamo amaramente constatare che difficilmente le congregazioni locali portano avanti di propria iniziativa tali fatti. La tendenza è quella di non riconoscere certe azioni o di sottovalutarle, se non addirittura considerarle forme di apostasia.

In conclusione, per voi fratelli attivi e inattivi, le riunioni cristiane sono considerate una sana abitudine, una trascuratezza abituale o un rito religioso con una parvenza scritturale o con un reale fondamento biblico? *

 

  • Si tratta di domande personali introspettive dove ognuno si risponde da sé e per sé.

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Commenti (5)

  • Paolo

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    Le adunanze, quali luoghi di incontri tra cristiani, nascono agli albori del cristianesimo come esigenza per affrontare i nuovi problemi che emergono dai rapporti con la religione ebraica, dal processo di predicazione del nuovo credo in Cristo e con l’insediamento di nuove comunità in vaste zone della Terra del I secolo. Lo scopo principale delle adunanze riguardava il nuovo rapporto del cristiano con Dio e il rapporto tra gli stessi cristiani. Questi incontri, che si tenevano presso le case dei singoli e che venivano messe volontariamente a disposizione dei loro correligionari, servivano a ricondurre il fedele a Geova, ad unum vertere, tendere verso l’unità del sapere, in questo caso della conoscenza di Dio e dei testi sacri, com’era naturale in una religione agli inizi teocentrica.

    Dapprima gli apostoli, in seguito i vari missionari e i responsabili locali delle comunità cercavano uomini affidabili e maturi che fossero in grado di fornire la conoscenza necessaria per fronteggiare le nuove situazioni e i nuovi problemi che i primi cristiani affrontavano giorno dopo giorno alla luce delle Scritture. Nelle loro indagini, questi uomini esperti si rifacevano ai testi sacri che allora erano conservati presso le sinagoghe, inoltre usavano le varie copie delle lettere che scrivevano gli apostoli e che circolavano nelle congregazioni nascenti. Il corpo direttivo, formato dagli apostoli e dagli anziani della comunità di Gerusalemme certificava l’autenticità degli studi fatti.

    La condizione teocentrica era la condicio sine qua non: Dio deve stare al centro dell’adorazione. Condizione che oggi sembra completamente modificata: al centro sta l’organizzazione con le sue attività. Come se nel creato l’organizzazione fosse al centro dell’interesse di Dio e non viceversa. Come se Dio fosse fatto per l’organizzazione che lo deve conoscere e far conoscere appropriandosi di una delega di Cristo unica nel suo genere: governare già da ora il futuro genere umano stabilendo il modo per farlo, come rappresentanti del volere di Dio sulla terra al di sopra di un’associazione mondiale di fratelli e sorelle.

    Col tempo i primi cristiani si accorsero che per sviluppare la conoscenza del Cristo era necessario usare metodologie diverse, a seconda del luogo dove nascevano le comunità. Si svilupparono così nuovi metodi in base ai bisogni locali. La divulgazione della conoscenza sembrava seguire nelle comunità vie in apparenza divergenti e contrastanti. In realtà, si cercava di applicare la verità in maniera flessibile, polivalente, in base alle diversità, agli usi e all’ambiente in cui nascevano i nuovi centri del cristianesimo. Questa “diversità”, nell’applicazione delle modalità cristiane di vivere favorirono lo sviluppo del cristianesimo. Agli inizi si evidenziava l’insegnamento orale che subito dopo diventava apprendimento, cioè assimilazione pratica delle dottrine cristiane. L’insegnamento senza apprendimento serve a poco, serve solo a livello intellettuale e filosofico. Il successo delle adunanze dipendeva da questo spirito: si andava a questi incontri per apprendere e per applicare dovutamente nella propria vita l’insegnamento di Cristo. Anche i responsabili delle comunità che avevano l’onere di trasmettere le informazioni scritturali non si limitavano solo ad insegnare, dovevano accertarsi che ciò che veniva detto fosse appreso, capito e applicato correttamente. Altrimenti, il rischio che correvano era quello di un insegnamento tecnico, incomprensibile o accessibile solo ad alcuni. C’era il rischio che la paura di un’applicazione sbagliata producesse conseguenze non controllabili e pericolose per la fede.

    Come spesso succede nelle umane attività, quando si porta agli eccessi una scelta ragionevole si innesca la reazione contraria. La frammentazione della conoscenza, la tecnologia sempre più spinta, la marginalizzazione della dimensione spirituale a discapito delle continue richieste di contribuzioni per attività immobiliari e la conoscenza spiegata male o solamente insegnata, viene percepita come non rilevante dall’uditorio, provocando una crisi esistenziale di grande portata per molti testimoni di Geova. Sentirsi alienati all’interno della congregazione, la difficoltà a comunicare con gli anziani e i sorveglianti e la sempre più diffusa insoddisfazione, acuiscono il disagio personale, indeboliscono le capacità di resistenza e attenuano la consapevolezza che i bisogni dell’organizzazione hanno la priorità sui bisogni individuali di ciascuno.

    Come riportare il sapere originale del Cristo nelle congregazioni? Le adunanze sono il luogo elettivo per far questo. Ognuno deve frequentare le adunanze con lo scopo di apprendere e chi insegna deve farlo non con l’obiettivo di fare il suo dovere enunciando dal podio le informazioni così come sono stampate. Deve fare ricerche accurate e applicabili alla vita comunitaria. Deve conoscere il gregge e i suoi bisogni. Deve salire sul podio con l’intento di sintetizzare la praticità di quanto dice. Deve descrivere e spiegare il Cristo, deve stimolare la risposta positiva che non è il solo commento, ma la risposta nella sua vita, nel suo essere testimone di Geova. Manca l’interazione tra chi insegna e chi ascolta, tra ciò che si insegna e ciò che dovrebbe essere applicato nella vita. Certe parti sono lontane anni luce dai bisogni di chi ascolta. Ciò che si dice dal podio deve essere comune a tutti gli altri. Alcuni oratori parlano dal podio interessandosi esclusivamente di loro e di come parlano. Non comunicano perché insegnano senza aiutare i fratelli ad apprendere.

    A volte il podio è utilizzato più per valorizzare sé stessi che l’intero uditorio. La capacità di ascoltare e la capacità di comunicare vanno valorizzate da tutti. Ciò richiede maestri capaci, insegnanti che sanno far apprendere, proclamatori coscienti della loro responsabilità. Chi governa deve riconoscere che il problema esiste e deve dare la priorità assoluta a tutti quei processi formativi elevando il ruolo delle adunanze a primario, rispetto ad altre attività che sono state poste al centro della loro attenzione. Non è la verità che deve girare intorno ad esse, ma sono queste attività che devono ruotare attorno alla verità. Si è trascurato il teocentrismo per l’attivismo. Dobbiamo riprendere con forza la concezione etico-spirituale che pone Geova come principio della realtà e come punto di riferimento di ogni attività cristiana.

    È necessario incrementare il numero di anziani qualificati per insegnare dal podio. Bisogna creare anziani multidisciplinari rivedendo i meccanismi di nomina nelle congregazioni, ponendo maggiore attenzione alle loro capacità naturali o acquisite attraverso una cultura scolastica. Si deve valorizzare l’istruzione e non relegarla a pericolo della fede o considerarla di natura satanica. L’ignoranza non porta a nulla e oggi l’ignoranza imperversa alle adunanze. Bisogna reinventarsi una cultura dell’apprendimento, formare anziani in grado di saper insegnare.

    Abbiamo un gran numero di anziani e pochi educatori. Bisogna educare i fratelli in modo adeguato alle esigenze attuali. Le adunanze devono ritornare ad essere un habitus, cioé un luogo spirituale dove prevalga l’atteggiamento di attenzione e di comprensione nei confronti di ciò che ci circonda, dalla natura umana a quella di Dio. Solo così si potrà realizzare l’unità della conoscenza in ciascuno di noi, non in modo uguale e standardizzato, ma differenziato e specifico. Lo scopo delle adunanze non è quello di omologare la folla di cristiani alla verità annullando ogni personalità, ma valorizzare le differenze per unificare la verità. Le adunanze servono a perfezionare l’adorazione a Geova, non a renderla datata, stantia e improduttiva. “Dovete essere perfetti come il Padre mio che è nei cieli”. Quando capiremo questo, forse sarà troppo tardi.
    Paolo

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  • Lude

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    Se fossero attuate le proposte del commento di Paolo…forse molti sarebbero disposti ad uscire dalla sala d’aspetto per tornare alla Sala del Regno.

    Reply

    • Paolo

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      Ti ringrazio Lude. Ho in mente altre riflessioni che ho mandato a inattivo.info, spero che le prendano in considerazione. Paolo

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  • Timoteo

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    è da tanto tempo che vi leggo , ma non ho mai commentato ,apprezzo l’impegno preso di chi scrive articoli così mirati ma nel contempo moderati , basati sulle scritture e di una profondità psicologica e spirituale.

    Non è facile parlare di delicate tematiche di congregazione e nel frattempo essere positivi , propositivi e profondere il giusto spirito ai lettori in modo che anche loro possano , in ultima analisi , rimanere fedeli a Geova Dio nonostante le diffocoltà descritte .

    Stamattina leggendo questo commento , diverso da quei pochi e brevi commenti soliti ed intravedendo
    un modo di scrivere che mi sembra di aver già letto più volte , questo mi ha riportato al ricordo di un fratello di cui ho perso i contatti , ecco che ho deciso di commentare .

    Io penso che siano in tanti a leggervi , in estrema sintesi , secondo il mio modesto parere
    in mezzo a tutti questi blog ( vecchi e nuovi ) questo è quello più moderato e sano sotto tanti aspetti ,
    e credo che una piattaforma virtuale come questa possa aiutare davvero TUTTI .

    Un saluto ed una buona giornata all’ amministratore ( o amministratori ) , ai lettori e/o lettrici

    Timoteo

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    • inattivopuntoinfo

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      Grazie Timoteo. Tra le tracce proposte nella prima prova di italiano della maturità 2018, in ambito tecnico-scientifico una ha come argomento il dibattito bioetico sulla clonazione. (vedi articolo e traccia su Focus.it) Con l’articolo CLONAMI, pubblicato il 15 aprile 2018, ci eravamo posti anche noi il problema se un giorno la scienza sarà in grado di creare una società perfetta.

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