Religione ed esercizio della giustizia divina

Prima aiutare e poi giudicare

E’ difficile non discutere di azioni giudiziarie adottate all’interno delle comunità religiose. Il provvedimento dell’espulsione o scomunica continua a toccare le coscienze dei cristiani, soprattutto quelle degli interessati e dei loro familiari ed è sovente causa di dolore e sofferenza per tutti quelli che ne sono coinvolti: il trasgressore, la sua famiglia e la comunità religiosa di appartenenza. Gli inattivi, per un certo verso, sono considerati e trattati come dei disassociati, con l’unica differenza che puoi parlare e salutarli, guardandoti bene però dal socializzare con loro.

La pratica di espellere i trasgressori impenitenti è scritturale e ciò che viene da Dio – sempre che non si hanno dubbi sulle Sacre Scritture – è vero e accettabile, anche se a volte non comprensibile dal punto di vista umano. Altro discorso è il modo di amministrare la giustizia divina nei confronti di un trasgressore.

Di solito, la giustizia divina, applicata al “trasgressore”, è in tutte le religioni oggetto di critiche, non tanto per la giustizia in sé, ma per il modo come uomini imperfetti la gestiscono. Si sa di casi in cui sono stati scomunicati cristiani che non andavano allontanati e altri che sono stati condonati mentre meritavano l’espulsione. Ogni sistema giudiziario ha sempre delle pecche. Non si può leggere il cuore della persona e stabilire con certezza la pena adeguata o l’assoluzione. A volte certe soluzioni sono peggiori dei problemi che vogliono risolvere.

Alcuni membri sono considerati “peccatori” perché sono in disaccordo con alcune decisioni prese dai vertici. Se estremizzati, tali disaccordi possono creare divisioni all’interno del gruppo con conseguenze giudiziarie. Chiariamo subito che la nostra non è un’apologia della disassociazione o dell’apostasia, ma una riflessione personale sulle “ragioni” scritturali adottate per togliere il saluto ed evitare in maniera estrema il trasgressore allontanato.

I riferimenti scritturali per punire l’apostasia sono diversi, i più noti sono:

“O Timoteo, custodisci il deposito che ti è affidato, evitando le parole vuote che violano ciò che è santo e le contraddizioni della falsamente chiamata “conoscenza”. Per fare mostra di tale [conoscenza] alcuni hanno deviato dalla fede”. 1 Timoteo 6:20,21

“Poiché sono usciti molti ingannatori nel mondo, persone che non confessano Gesù Cristo venuto nella carne. Questi è l’ingannatore e l’anticristo. Prestate attenzione a voi stessi, affinché non perdiate le cose per produrre le quali abbiamo operato, ma otteniate una piena ricompensa. Chiunque va avanti e non rimane nell’insegnamento del Cristo non ha Dio. Chi rimane in questo insegnamento è colui che ha il Padre e il Figlio. Se qualcuno viene da voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non rivolgetegli un saluto. Poiché chi gli rivolge un saluto partecipa alle sue opere malvage”. 2 Giovanni 7-11

Le parole di Paolo di evitare la “falsa conoscenza” o “falsa gnosi” e quelle di Giovanni, dei “molti seduttori che non riconoscono Gesù nella carne”, sono oggi applicati anche per altri peccati. Questi pensieri in contrasto con le Scritture si svilupparono dal II secolo in poi. Lo gnosticismo, è definito la madre di tutte le eresie. Era guardato come una forma adulterata del cristianesimo e per questo era combattuto vigorosamente. Oggi, parecchi disassociati sono privati del saluto e non ricevuti in casa, nonostante riconoscano Gesù venuto nella carne e non hanno nulla a che spartire con lo gnosticismo. Forse alcuni non sanno nemmeno cosa sia.

Quando una religione si espande, c’è il rischio che possa essere gradualmente soffocata dalle stesse opere di grandezza. Quando si richiedono in continuazione ai fedeli collette e contribuzioni in maniera eccessiva è normale che si chiedano le ragioni di tali investimenti, soprattutto se fatti in maniera scriteriata. In casi come questi è ragionevole aspettarsi il disaccordo di alcuni. Il problema è che i gestori dei fondi o chi per essi, spostano l’attenzione non più sul reale problema ma su coloro che mettono in discussione tale modo di gestione e non si adeguano alle direttive impartite dall’alto, accusandoli di apostasia e ribellione. Se c’é una fede sbagliata è quella che vuole estendersi ad ogni costo e a discapito dell’equilibrio interno. Una religione che sa dire solo: “Dammi, dammi!”.

A volte, la minaccia più pericolosa di una religione inizia dagli stessi membri, cioè da chi ha in mano il potere e conosce bene i suoi meccanismi. Se si commettono errori gravi nella gestione del potere, non si può attribuire la colpa al mondo, alla crisi economica e alle sue speculazioni, a Satana, agli apostati, ai ribelli e considerare nemici tutti quelli che la pensano diversamente e spesso ne hanno ben donde.

Se la religione si è smarrita, lasciando i suoi adepti delusi e privi d’identità, deve incolpare solo se stessa dei suoi fallimenti. Essa è venuta meno al suo scopo, non perché è stata confutata nelle sue dottrine e nelle sue predizioni, ma perché è diventata ripetitiva, ossessiva, noiosa, non più in grado di essere un punto fermo, né un riferimento per il singolo, le famiglie e le generazioni future. Spesso sono gli stessi religionisti a deprezzare la religione. Questi religionisti hanno in sé il Dna dell’imperfezione umana e la debolezza delle cose spirituali.

 

Nelle religioni Dio è inattivo

 

Leggendo la Bibbia si scopre che Dio è sempre presente negli eventi umani. Osservando le religioni si scopre che Dio è il grande assente. Le religioni argomentano di tutto, poco di Dio. Nella Bibbia Dio parla, discute, interviene. Nella religione Dio è inattivo. Le religioni hanno eclissato le attività di Dio e la sua figura. Se per molti, Dio non ha più un senso, la colpa non è di questi, ma di chi ha tolto il senso di Dio. La religione che si preoccupa solo di espandersi e che non cura più lo spirito delle anime è una religione di cui Dio non si cura più. Ogni religione ha il suo Dio che si merita. Dio non ha nessuna religione che lo merita.

Gesù è venuto sulla terra e si è fatto ciò che siamo, per fare di noi ciò che egli effettivamente è. La religione che afferma di seguire Cristo e pretende di essere l’unico canale con Dio, deve mostrarsi a tutti gli effetti ciò che i suoi aderenti sono, se vuol fare di loro ciò che essa vuole dimostrare di essere. Una religione non deve essere lontana dai bisogni umani e spirituali, ma deve mostrarsi una religione che avvicini e unisca i suoi membri e se stessa a Dio, a Cristo e alla Bibbia.

Per quanto riguarda chi vive in uno stato disassociativo, è sbagliato scartarlo a priori senza sentire se le sue ragioni sono sincere oppure no. Paolo scrisse che “divenne ogni cosa pur di salvare a tutti i costi qualcuno”. (1 Cor. 9:19-23). Chi meglio di un cristiano disassociato obiettivo e propositivo, può spiegare meglio la sua situazione, senza che si alzino polveroni di critiche e di polemiche? Chi meglio di un ebreo può spiegarci l’ebraismo, di un musulmano l’Islam, di un inattivo l’inattività, di un ateo l’ateismo, di un naufrago il suo naufragio?

Andare sul posto, come faceva Gesù e avere un contatto con l’interessato, aiuta meglio a capirsi. Imparare cosa sia la disassociazione aiuta a comprendere meglio la sponda da cui si era partiti per conoscerla. In un certo senso, aiuta anche a comprendere le religioni che la praticano e i motivi che spingono a quest’azione estrema. Disponendosi allo scontro frontale con chi la pensa diversamente, anche quando le obiezioni colgono nel segno, serve solo a stroncare ogni discorso di apertura e a non cogliere i punti di vista diversi, anche quelli positivi e costruttivi.

Non si caccia dall’ospedale il malato privandolo dei medici e delle medicine

Quando si pecca a causa di una malattia spirituale, non si caccia il malato dall’ospedale privandolo dei mezzi di guarigione, ma si cerca di curare la malattia. Non si scaccia dal gruppo, dalla famiglia, dalla comunità, un cristiano trasgressore privandolo del sostegno e dell’aiuto spirituale di cui ha bisogno per curarsi. A volte non è ragionevole chiedere dopo la disassociazione, se hanno bisogno di aiuto. Bisognava farlo prima, non dopo che le uova sono state rotte e a frittata fatta.

Comunque, anche a frittata fatta, qualità come la compassione, la clemenza, la benignità, la misericordia, la lungimiranza esercitate nei confronti dell’espulso dalla comunità, possono aiutarlo a uscire dalla condizione di peccato in cui si è cacciato. Solo dopo aver manifestato queste qualità e costatato che il peccatore è incallito si potrà procedere all’allontanamento.

Gesù non si lascia condizionare da coloro che giudiziariamente avevano già emesso la condanna per lapidazione. Lui non fa parte di quel comitato giudiziario, non mira alla condanna ma alla redenzione. Gesù costringe gli accusatori a rivedere il loro concetto di peccato, che non è solo una violazione della Legge ma è soprattutto una mancanza di amore: verso Dio – “Ama Dio con tutto il tuo cuore…” – e il prossimo. Ciò che conta per Gesù è lo spirito della Legge con la quale essa va applicata. (Vedi l’articolo Gettarono le pietre dalle loro mani).

E’ difficile stabilire durante l’udienza di un comitato giudiziario se un peccatore sia pentito o no. Non leggendo il cuore, solo il tempo può dire quanto pentimento ci sia. Il comitato, non giudiziario ma di aiuto, che interviene la prima volta dovrebbe indicare con chiarezza ciò che l’individuo deve fare per pentirsi, fornendo i mezzi adeguati all’individuo, alla famiglia e alla comunità per sostenerlo e rafforzarlo. Inoltre deve essere dato un tempo ragionevole per mettere in pratica questi consigli. Perciò, invece di disassociare un trasgressore che al momento non è pentito, si deve prima aiutarlo a pentirsi se non l’ha fatto.

Prima di de-fraternizzare è saggio fraternizzare con chi ha peccato, con lo scopo di rafforzarlo a cambiare condotta. Come potrebbe un peccatore pentirsi se è lasciato solo a se stesso? Come può un malato guarire se è privato dei medici e delle medicine necessarie? Molti di questi trasgressori, abbandonati a se stessi, privi di energia, si sono spenti spiritualmente e alla fine chi soffre di più sono l’interessato e la sua famiglia. Gli altri presto si dimenticheranno di lui, ma non i suoi familiari, che dovranno convivere con il dolore e la sofferenza.

In conclusione, è giusto che ogni religione si difenda dalle divisioni interne e dall’apostasia e adotti regole che la proteggano, ma non devono essere regole fondamentaliste né queste devono violare lo spirito e il senso delle Sacre Scritture. Ci sono stati casi di trasgressori che non erano pentiti al momento dell’udienza del comitato giudiziario, ma si sono pentiti non appena si è concluso il processo. Poi hanno dovuto aspettare mesi, se non anni per essere riassociati.  Altri non ce l’hanno fatta a vivere da isolati e si sono allontanati per sempre.

Prima di disassociare qualcuno che al momento non è pentito, è saggio aiutarlo a pentirsi dandogli un tempo ragionevole. Se si pentirà, buon per lui e per tutti. Se non lo farà, allora si agirà con l’espulsione. Dove sta scritto nella Bibbia che non dobbiamo aiutare un trasgressore a pentirsi quando si tratta formalmente con lui del suo peccato? Anzi, è proprio quello il momento adatto per farlo. Chi può stabilire dove finisce la pratica del peccato e quando inizia la soglia del pentimento? Sicuramente sappiamo che ci vuole aiuto e tempo e non un giudizio di colpevolezza immediato se fino a quel momento non era ancora pentito.

Se ci fate caso, ci sono molte analogie con gli inattivi. Il principio di aiutarli prima dell’allontanamento volontario e definitivo si applica anche a loro. Se invece di giudicarli condannandoli come eretici inguaribili, si cercasse di aiutarli a risolvere il loro punto debole, con misericordia, bontà, lungimiranza, e con una preparazione profonda e spirituale del problema, certamente ci sarebbero molto meno inattivi in giro. Molti che hanno peccato si sono pentiti e parecchi fratelli che sono stati aiutati in tempo non sono diventati inattivi. Prima aiutare e poi giudicare. Si deve giudicare il trasgressore, quando ogni sforzo fatto per aiutarlo in un periodo ragionevole è stato vano.

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