RESISTENZA, RESILIENZA E PERSEVERANZA

La resistenza è la capacità di opporsi con ogni mezzo a forze particolarmente negative. La resilienza è la straordinaria forza interiore che permette di rialzarsi, senza frantumarsi, dopo aver subito pesanti “colpi”. La perseveranza è la costanza nel perseguire i propri scopi e nel tener fede ai propri impegni.

Originariamente il termine resilienza si riferiva allo sforzo strenuo di risalire sulla barca capovolta dal mare agitato, senza annegarvi. E’ resiliente chi fa fronte in modo positivo a eventi traumatici ed è capace di sapersi riorganizzare per raggiungere nuovi traguardi. La resilienza spirituale è la capacità di non soccombere nelle difficoltà, di rialzarsi dopo una rovinosa caduta e di ricostruirsi una vita più forte di prima.

I cristiani non provano gioia nella sofferenza e non traggono piacere dal dolore o dall’umiliazione. La loro resistenza spirituale è il rifiuto di lasciare che il proprio spirito venga spezzato quando è sottoposto a forze negative degradanti. Molti vedono nella preghiera e nella continua osservanza delle proprie attività religiose una straordinaria e autentica forza per resistere a chi cerca di sopprimere la loro identità spirituale. La forza che i cristiani sofferenti possono attingere è illimitata (Col 1:11).

La perseveranza spirituale, ricorre ormai poco nel linguaggio corrente, ma non in quello cristiano. Essa è un modo di tener duro e saldo, di fronte a indifferenza, biasimi, calunnie, ostilità, odio, maltrattamenti, imprigionamenti e persino la morte. Per il discepolo di Cristo, la perseveranza è un fine ultimo, nel senso che ciò che più conta è il risultato finale, non l’entusiasmo con cui uno può aver iniziato la sua carriera di tdG. I cristiani non dovrebbero essere terrorizzati da prove e tribolazioni, né dovrebbero risentirsene, lamentarsi, commiserarsi o inasprirsi. Per mantenere la perseveranza è fondamentale ricordare il carattere temporaneo delle prove e non perdere mai di vista la speranza cristiana nelle benedizioni del Regno.

Oggi domina il provvisorio, sia nei rapporti sociali che nelle relazioni personali. La fedeltà alle proprie convinzioni spirituali ha ceduto il passo all’adattarsi alle nuove situazioni. Molti pensano solo a guardare avanti, anche se spesso non sanno verso dove. In giro c’è troppa disperazione e consolidare la propria spiritualità aiuta a rafforzare la fede. La speranza in Dio riesce a sopravvivere persino a se stessa anche quando non c’è nulla da sperare.  

Dunque, perché resistere e non abbandonare Geova? Perché è proprio nei casi più disperati che si esige un più alto impegno individuale e collettivo. Due sono meglio di uno, perché se uno cade l’altro può rialzarlo. Certe situazioni è impossibile superarle da soli. Abbiamo bisogno di Geova e del suo popolo.

Persevera, chi continua a lottare anche quando i fallimenti sono sufficienti a intaccare la bontà dei suoi sforzi. Persevera e resiste chi resta fedele, perché il resiliente ha cognizione della sua realtà ed è nelle condizioni giuste per rifarsi una vita, per coltivare ragionevoli speranze e per non mollare mai di fronte a qualsiasi avversità. Chi è resiliente, resistente e perseverante non sarà mai lontano da Geova.

La Bibbia descrive i servitori di Dio come “vasi di terra” che contengono un tesoro spirituale (2 Corinti 4:7). Alessandro Manzoni paragona la debolezza umana a “un vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di ferro”. C’è una metafora molto calzante che si ricollega alla tecnica giapponese chiamata kintsugi, che valorizza i vasi frantumati, riunendo i vari cocci fra loro, ricomponendone l’unità con una pittura d’oro che valorizza le cicatrici anziché nasconderle. Dipingere d’oro le fratture del vaso non significa riportare il vaso com’era prima. In senso metaforico significa trasformare le cicatrici della vita in qualcosa di prezioso, vuol dire modificare un danno irreparabile in una qualità di valore inestimabile.

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