Ripartire da Emmaus

Ieri sera, in un incontro di parrocchia, ho sentito per l’ennesima volta la domanda: Ma noi cosa facciamo per i lontani  [gli inattivi], per quelli che non vengono in chiesa? Come possiamo dire che siamo Chiesa se non viviamo “la missionarietà” a cominciare dalla nostra parrocchia? 

Questa domanda suscita sempre un certo disagio, fa venire a galla tra i membri del Consiglio Pastorale un segreto malessere, come sensi confusi di colpa. Anch’io mi lascio prendere dall’impazienza e rispondo istintivamente: ma di questo abbiamo trattato ampiamente nella lettera Partenza da Emmaus! Tuttavia mi tocca aggiungere: è anche vero che questa lettera è stata la meno capita. 

Ma allora mi sorge una voce dentro: che cosa doveva essere capito di quella lettera e non lo è stato? Perché malgrado le indicazioni ivi contenute, vi sono ancora molti fraintendimenti e tante lentezze su questo tema della “missionarietà”?

Ci brucia la costatazione che ci sono tanti battezzati che non vengono più in chiesa, e li si vorrebbe rivedere a Messa. Ci duole il fatto che molti sembrano dimenticarsi del loro cristianesimo. Si vorrebbe riportarli nell’ovile, magari in massa, con qualche azione spettacolare. Ci strugge perché queste iniziative non si prendono o, quando si prendono, non ottengono l’effetto voluto. […] Non possiamo dire che manchi alle nostre comunità la disponibilità ad offrire i mezzi di salvezza a chi li chiede. […]

Quel che manca è l’entusiasmo della fede che è contagioso e che “potrebbe” riportare in chiesa gli assenti e “aiuterebbe” a far passare a un cristianesimo vissuto, coloro che non sono cristiani se non di nome. Il problema è molto più difficile e complesso […].

Queste parole del cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012) sono contenute in un libriccino che mi è capitato tra le mani mentre mi trovavo in un mercatino dell’usato. Si tratta di una lettera che Martini scrisse nel 1984 agli operatori pastorali quando era arcivescovo della diocesi di Milano, lettera ripresa, approfondita e pubblicata nel 1990 da il Segno, il mensile della chiesa ambrosiana.

Quale responsabile della grande diocesi milanese, il cardinale è preoccupato per l’assenza dei “lontani”, i cosiddetti inattivi cattolici, che nonostante gli sforzi fatti durante gli anni ’80, il risultato di un rientro in chiesa di queste persone è stato scarso. Negli anni successivi sono stati fatti altri programmi pastorali sull’essere comunità e sull’agire. Ciononostante, la preoccupazione di Martini per questi confratelli, non è mai calata. Egli si rende conto che questi “assenti” e la scarsa partecipazione da parte del Consiglio Pastorale, creano un malessere e una certa confusione. Lui stesso si spazientisce quando i fedeli lo pungolano su questo argomento. Ribadisce che su questo tema ha scritto in abbondanza, tuttavia si rende conto che malgrado le indicazioni alle parrocchie, ci sono ancora fraintendimenti e lentezza nell’agire. Per farli rientrare pensa anche a qualche azione spettacolare, ma è consapevole che queste iniziative non si prendono nel modo sperato e non ottengono l’effetto voluto, nonostante non manchino i mezzi e le persone adatte a far questo.

Pur riconoscendo che il problema è molto complesso, Martini è certo, nonostante le sue direttive siano state disattese, che ciò che manca è l’entusiasmo della fede, quella che contagia a tal punto da far rientrare le persone che non vanno più in chiesa. Entusiasmo deriva da una parola greca che significa ‘essere in Dio’. Vuol dire quindi: fare le cose come se fosse Dio a farle. Gesù non ci ha lasciato parole e parabole, ma uno stile di vita da seguire. Questi fratelli assenti vanno capiti con grande sensibilità e prudenza. Incoraggia i fedeli a non scoraggiarsi quando gli incontri con i “lontani” sembrano arenarsi nella sabbia dei problemi della vita. Urgono idee chiare e principi di vita che solo la luce della Parola di Dio può effondere. Spesso si cercano rimedi lontani, che in realtà sono vicini, basta conoscere la Bibbia.

Catechisti non ci si improvvisa. Ma quando dialoghiamo con gli ‘altri’ non dobbiamo mai tirarci indietro ma avere il coraggio della nostra fede. Di qualsiasi cosa si discuti, parliamo sempre col cuore, facciamo fremere di vita dentro di noi quella Parola che prima impegna il cuore, la mente e poi il nostro dire. Sta proprio qui il segreto dell’efficacia del nostro comunicare agli “altri”.

Egli scrisse che la fede non è una conquista stabile ma deve essere mantenuta e difesa. Il terreno fertile in cui essa deve maturare e portare frutto è la comunità. Dobbiamo recuperare la dimensione comunitaria, la collaborazione fra il giovane e il vecchio, fra chi può aiutare e chi è bisognoso. La salvezza infatti si realizza solo attraverso la comunità”. Istituisce due settimane di “lavoro” dedicate esclusivamente a come ricercare questi “assenti”, riprendendo dai vangeli questi punti: comunità; entusiasmo; bisogni; esempio; Bibbia; compartecipazione; preghiera.

La “missionarietà interna della Chiesa locale” per il cardinale Martini include attenzione nell’andare a cercare i cosiddetti“lontani”. Non si può essere predicatori completi se si trascurano i fratelli “assenti”.

“Ripartire da Emmaus” è la spiegazione e l’applicazione dell’incontro tra Gesù e i due discepoli. In quest’incontro, il cardinale vede degli spunti che aiutano a riflettere su come Gesù aiutò quei due discepoli che si stavano allontanando da Gerusalemme, il centro della comunità del I secolo, e la cui fede era vacillante per i fatti che erano successi in quei giorni. (Vedi l’articolo Tornare indietro. Da chi?)

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