Il ritorno al padre del figlio smarrito

«Dammi la parte che mi spetta»

 Il figlio minore reclama il diritto a ricevere subito la parte dell’eredità che gli spetta schierandosi apertamente contro la Legge ebraica che imponeva che l’eredità potesse essere divisa solo dopo la morte del padre. La sua domanda è fin troppo esplicita e la sua forma è imperativa:

«Dammi!». E’ una pretesa che non rispetta l’autorità del padre e preclude ogni forma di dialogo. E lui non si appella alla legge per rivendicare un suo diritto, concede al figlio parte della sua eredità pur essendo ancora in vita. La Legge prevedeva che un figlio ostinato e ribelle fosse lapidato. (Deut. 21:15-21)

Il padre  non vuole la morte del figlio. Rifiuta di farsi giudice e punire. In passato, avrà discusso altre volte con il figlio e non avrà rinunciato a far valere la sua autorità e a comminare sanzioni in caso di violazioni ingiustificate. Ora non è il caso. Il contesto è diverso e qualsiasi ragionamento inutile tanto quanto l’applicazione della Legge. Lui non concepisce la Legge come un castigo. Non è la regola che conta. Essa non genera di per sé un buon comportamento.

Il padre conosce un’altra Legge che va oltre questa Legge. Essa non si trova nei libri di Diritto. E’ la Legge dell’amore che libera il figlio per decidere cosa fare della sua vita. Il figlio non deve essere obbligato da una legge ad amare suo padre. Lo deve fare di cuore, volontariamente, perché ne apprezza le qualità paterne. Il padre gli concede l’opportunità di andare via e di fare la sua esperienza di vita.

Ogni figlio non deve essere il clone del padre. Ognuno ha la sua identità e la sua personalità. Ogni figlio è diverso, soprattutto dal padre. Il padre dona quindi al figlio la libertà di essere differente. Il padre ha fede nel figlio sia quando sbaglia che nella diversità.

IL FIGLIO DISSOLUTO E IL FALLIMENTO DELL’EREDITA’

Si sentiva mancare l’aria nella casa del padre. Non accetta il destino che il padre vuole per lui, né i progetti che gli stava preparando. Il futuro lui vuole farselo da sé e non vuole che siano gli altri a decidere per lui. Il suo viaggio verso la libertà è compromesso sin dall’inizio. Il suo obiettivo è il godimento, la pura dissipazione dei beni ricevuti.

Il figlio volta le spalle al padre scegliendo la separazione. Sceglie la strada sbagliata, quella che porta a un paese lontano e si perde, isolato e abbandonato da tutti. Diventa un lontano. Finirà in miseria a condividere il cibo con i porci. Un figlio separato dal padre può solo perdersi, diventare schiavo.

I MOTIVI SBAGLIATI DEL RITORNO DEL FIGLIO

Il figlio è cambiato, non è più come prima e non lo sarà più. Il rinnovamento passa spesso attraverso le sconfitte, lo sbandamento, le cadute. E’ quello che accade al figlio. E’ in questo stato di abbandono che si riaffaccia in lui il ricordo del padre. Ma è freddo e non ha ancora capito nulla del padre. Decide di tornare non perché è pentito, ma a seguito di calcoli cinici: si assume la colpa solo perché cerca la clemenza del padre.

“Trattami come uno dei tuoi salariati”. E’ questo il ragionamento che lo induce a ritornare. Egli si attende la punizione. Lui vede la Legge e il padre come una sanzione. La Legge resta ai suoi occhi il luogo del giudizio e della punizione. Esclude il fatto che suo padre possa più amare che giudicare. Non ha capito ancora niente del padre. La scelta del ritorno è una scelta di convenienza.

IL FIGLIO RITROVATO

L’incontro con il padre cambia tutte le prospettive. Invece del castigo il padre gli corre incontro, lo bacia, e lo stringe a sé. Lo accoglie con uno slancio di amore e di affetto. Ogni gesto è commovente. Il padre, adesso che ne ha l’occasione non risponde con la stessa moneta del figlio. Nessuna giustizia, nessuna sanzione, nessuna applicazione della Legge.

Prima che il figlio parli, prima di ogni spiegazione, il padre lo abbraccia. Il padre lo spiazza, non lo castiga, sospende per la seconda volta la Legge e al posto della punizione introduce la festa, l’abito migliore, l’anello e i sandali. Tutti devono rallegrarsi. Il figlio non è tornato in quanto pentito, è il perdono del padre che lo fa pentire.

Non è il pentimento che merita il perdono, ma è il perdono la causa del pentimento. E’ in questo perdono il vero volto della Legge, che non impone nessuna pena, nessun rimprovero, nessun ammonimento. Lui fa valere la Legge dell’amore, della grazia per essere più precisi. Non è un caso che il ministero italiano che amministra la giustizia si chiamava Ministero di Grazia e Giustizia, a indicare che non può esserci giustizia umana senza grazia. Una legge non si applica ciecamente c’è sempre la possibilità della grazia.

La vita del figlio prodigo sembrava persa, ora invece ha la possibilità di un nuovo inizio. “Era morto ed è tornato in vita”. Il perdono rende la vita del figlio degna di essere vissuta nuovamente. Il perdono fa saltare ogni punizione. Il padre si dimostra un buon educatore rifiutando l’applicazione severa e giustizialista della Legge. Il cattivo educatore gode nell’applicazione punitiva della Legge.

La parabola del figlio prodigo (Luca 15:11-32)

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Quando un nostro fratello si allontana, dobbiamo avere fede in un suo ritorno. Non è saggio criticare la sua scelta, lasciamo che faccia liberamente la sua esperienza di vita. Non possiamo prevedere quali saranno i risultati di tale scelta. Noi non siamo Dio.

Il ritorno è possibile, anche quando i motivi del rientro sono sbagliati. Ciò che conta non è la punizione, ma l’accoglienza sincera e affettuosa. Il perdono motiva il pentimento.

Non dobbiamo considerare la Legge come strumento punitivo, ma come un mezzo amorevole che conduce il fratello di nuovo a Geova. Il padre non si avvalse della Legge per punire il figlio. Scelse la Grazia alla Giustizia.

(Fine prima parte)

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