Saper dialogare è difficile da imparare, ma si può

Rende vivo un incontro; è urlata, sussurrata, cantata, benigna, malevola, attesa e temuta; si scrive e si descrive; è importante, sacra, profana, superficiale, profonda, edifica e abbatte; si cammina con essa dalla mattina alla sera, è il nostro respiro; ama e tradisce, unisce e divide, esprime i nostri sentimenti e le emozioni, vive nelle idee, nei desideri, nei sogni, nello spirito. E’ la parola, il dono più bello che Dio abbia potuto fare agli uomini per dialogare fra loro.

Lo spunto per questa riflessione nasce dalla sentenza emessa dalla Corte di Cassazione riguardo ai commenti diffamatori che veicolano in Rete, ma anche dagli articoli sull’umanizzazione del cristianesimo che avete pubblicato il mese scorso. Sono affascinato dagli aspetti psicologici del colloquio interpersonale, letteratura che leggo con particolare interesse. Sono un testimone di Geova particolarmente sensibile alla qualità del dialogo. Ci definiamo Testimoni perché la caratteristica che ci contraddistingue è quella del parlare di aspetti spirituali relativi al nostro Creatore. La qualità delle parole ci aiuta a saldare i rapporti tra fratelli. Non sempre prestiamo attenzione alle parole che diciamo. Un po’ per abitudine e un po’ per superficialità capita che trascuriamo questo dono di Geova.

La qualità delle parole serve a migliorare gli incontri, soprattutto serve a noi che abbiamo la responsabilità di predicare ad altri. Chi ha una istruzione è consapevole della bellezza e dell’utilità di saper parlare bene. E’ un piacere conoscere il significato delle parole, la grammatica, la sintassi, la coniugazione dei verbi. Geova ha creato la nostra mente in modo da facilitare l’apprendimento. Ciò nonostante, dialogare è a volte complicato. Non mi riferisco soltanto alla padronanza della lingua, ma anche alla qualità spirituale della conversazione e al tono con il quale parliamo o scriviamo. Un Testimone rispettoso delle idee altrui, è capace di far valere le sue opinioni evitando i toni sarcastici, offensivi, ricattatori, così comuni tra i social. Non è freddo e distaccato e nemmeno “urla”, anzi riesce a coniugare cortesia e contenuto. Normalmente prima di scrivere un commento si deve pensare a ciò che si vuole scrivere, ricordandoci che siamo pur sempre Testimoni. La forma anonima non ci autorizza a offendere le opinioni di nessuno. A volte la mancanza di chiarezza di un commento o di un post innervosisce chi lo legge. Commettere errori di ortografia o farsi portatori di pregiudizi è mancanza di rispetto per l’intelligenza di chi legge.

Parlare bene implica l’accettazione dell’altro, il rispetto, la tolleranza, la volontà di capire e di farsi capire. Implica l’auto controllo delle nostre emozioni e la calibratura delle parole e delle reazioni, che non sono per nulla semplici e spontanei. La vita di un testimone di Geova è disseminata di contatti e di incontri. La felicità o la tristezza dipendono in buona parte da quello che diciamo e dal modo come ci esprimiamo. La gente può distruggersi o ricostruirsi con le parole. E’ impressionante come si possa cambiare la vita cambiando la qualità della conversazione. Per rendersi conto della potenza delle parole è sufficiente leggere Proverbi 18:21 “Morte e vita sono in potere della lingua” e Giacomo 3:8-10 “Con essa benediciamo e malediciamo gli uomini che sono a somiglianza di Dio”.

Incontrare fisicamente una persona arricchisce, non è come una giornata di lavoro con il computer. La parola verbale ci aiuta a confrontarci, a vedere le cose da una diversa angolatura, a recuperare qualcosa di trascurato o ad abbandonare qualcosa di sopravvalutato. Vivere è incontrarsi. Vivere è comunicare. Mi spiace constatare che diversi testimoni di Geova non si associno più con la fratellanza cristiana avendo abbandonato le adunanze e si siano privati del dialogo con le persone del territorio. Spero che la loro vita continui confrontandosi con altre persone con le quali possano arricchirsi ed edificarsi a vicenda.

L’uomo ha in sé il bisogno naturale di unirsi e di sentirsi affiliato ad una collettività; nulla lo deprime quanto l’ostracismo e l’emarginazione. Questo è un motivo per cui non sono completamente d’accordo con la direttiva dello Schiavo sull’allontanamento coatto. La vita è convivenza. Ogni Testimone si realizza nella comunità, nella congregazione. Per questa ragione deve essere messo nelle condizioni di poter sviluppare i suoi doni. Stare insieme ad altri Testimoni serve ad aggregarsi, a saper vivere in gruppo, perché dà sicurezza, libera dalla solitudine, garantisce solidarietà nel bisogno, consolida l’identità spirituale. L’inserimento nella congregazione dà l’opportunità di sentirsi utile e apprezzato. Senza l’esperienza di stare con gli altri è difficile raggiungere certi traguardi.

Il pensiero diverso o divergente, se espresso con riguardo e rispetto, anziché danneggiare può arricchire, aiuta a vedere le cose da un’altra prospettiva. Soltanto in congregazione il cristiano si costruisce. Rifiutare la reciprocità significa non soltanto isolarsi ma anche ignorarsi. Siamo fatti per stare insieme, per crescere insieme. Secondo me, lo Schiavo dovrebbe avere come obiettivo, quello di educare alla socialità, di insegnare a vivere la verità senza condizionamenti e senza quadrature. Per quanto importanti possano essere le dottrine e le disposizioni organizzative, il vero nucleo del cristianesimo è saper stare con gli altri. Stiamo perdendo di vista l’umana fraternità. Facciamo fatica a vivere insieme il tanto decantato amore agape. Facciamo fatica a dare speranza e qualità con le nostre parole. Sarebbe cosa gradita studiare alle adunanze più articoli sulla qualità del saper vivere e meno sugli aspetti dottrinali o su ipotetiche quanto irreali situazioni che si potrebbero incontrare nel servizio di campo. Geova è vicino all’uomo con il suo Spirito e la sua Parola. L’uomo con le sue parole è vicino all’uomo ?

Vi ringrazio dello spazio che mi avete concesso e vi saluto con affetto fraterno

P.d.B.

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