Se vuoi crescere devi smettere di dare la colpa ad altri

Attribuire una colpa agli altri è un modo per non assumersi la responsabilità su eventi che hanno lasciato un segno sulla propria vita. È tipico di chi tende a elogiarsi per i successi e ad attribuire ad altri la responsabilità degli insuccessi. Si tratta di un atteggiamento che impedisce non solo di imparare dagli sbagli e di trarne delle conseguenze, ma anche di andare avanti e di crescere.

Viene chiamata la sindrome del deresponsabilizzato: si perde il senso e la misura delle proprie responsabilità quando viene meno la consapevolezza degli obblighi e degli impegni assunti. “Non è colpa mia” è la tipica frase ripetuta ogni volta da chi non vuole assumersi la responsabilità delle sue azioni.

Si tratta di un meccanismo di difesa che individua il male al di fuori di sé, illudendosi di essere scagionati dalle conseguenze della colpa. Questo atteggiamento è tipico di coloro che si lamentano di aver subito torti e pretendono giustizia. Coinvolge anche quelli che desiderano il cambiamento ma non muovono un dito per provocarlo. Guardano passivamente gli eventi scorrere attendendo che siano gli altri ad agire e quando qualcuno agisce lo aspettano al varco se non lo fa nel modo da loro atteso. Siccome non riescono a mettersi in discussione tendono a nascondere le proprie colpe o le attribuiscono a fattori esterni. Quando qualcuno li smaschera facendo fa notare la loro contraddizione diventano aggressivi. È molto difficile aiutare una persona che scarica la colpa ad altri.

In generale, la maggior parte dei tdG si fida del prossimo. In alcuni casi, persone opportuniste approfittano della loro genuina sincerità e così alcuni dopo molte delusioni possono diventare diffidenti con chiunque. Il problema di alcuni tdG è quello di passare da un estremo all’altro: diffidenti con chi invece si possono fidare e creduloni con chi li manipola e racconta mezze bugie condite con mezze verità. In un periodo di disorientamento è naturale sentirsi vulnerabili rispetto a prima e il più delle volte per non essere consapevoli di questa debolezza si finisce per passare dalla padella alla brace.

 Chi studia il fenomeno della deresponsabilizzazione attribuisce la colpa anche alle religioni, poiché molte volte collocano il male all’esterno di esse, attribuendo in molti casi la colpa al Diavolo e non a sé stesse. In realtà molti peccati sono il risultato di desideri dannosi. “Ciascuno è provato essendo attirato e adescato dal proprio desiderio. Quindi il desiderio, quando è divenuto fertile, partorisce il peccato” (Giacomo 1:14, 15). Benché il Diavolo possa influenzare le nostre azioni ed è in larga misura responsabile della condizione peccaminosa del genere umano, questo non ci esime dalle nostre responsabilità. Infatti Romani 14:12 dice: “Ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio”.

Chi continuamente si sente vittima di altri, anche quando la sua responsabilità è palese, non sa più cogliere le opportunità di cambiamento che la vita gli offre. Chi ha l’abitudine di dare la colpa ad altri la darà anche a Dio. Adamo incolpò Dio dei propri peccati e diede inizio a questa tendenza (Gen. 3:12).  Alcuni raccolgono ciò che hanno seminato (Gal. 6:7). L’imperfezione mette l’uomo decisamente in svantaggio. Ma questo non lo esonera da ogni responsabilità morale. Ogni persona responsabile è libera di scegliere cosa fare della sua vita e spesso le conseguenze sono il risultato di tali scelte (Deuteronomio 30:19, 20). Anche se ognuno è responsabile delle sue azioni, chi si crede di valere tanto non riesce a scorgere i suoi errori (Salmo 36:2).

Una delle accuse più frequenti è quella di attribuire la colpa agli anziani del loro allontanamento dalla congregazione. È vero che gli anziani hanno la responsabilità di pascere il gregge e di averne cura, ma che dire delle vostre responsabilità? Avete manifestato il frutto dello spirito in modo esemplare? Mostravate zelo e amore per Geova? Queste sono cose personali che ogni tdG deve mostrare indipendentemente da come si comportano gli altri. Troppo facile accusare gli altri quando siamo noi a venir meno nelle qualità spirituali. Gli altri non possono fare quello che tocca a noi fare. Non c’è delega in casi come questi.

Di tanto in tanto si sente qualcuno dire: “Non sono spiritualmente forte per colpa degli anziani. In questa congregazione non c’è amore e nemmeno lo spirito di Geova”. Nella stessa congregazione, però, altri hanno amici, sono felici e fanno un buon progresso spirituale, e la congregazione è benedetta, cresce e prospera spiritualmente. Perché allora alcuni hanno problemi? Forse perché si lamentano in continuazione e i fratelli gli stanno alla larga. Una lingua tagliente è scoraggiante ed è corretto che i fratelli stiano alla larga. Quanto sarebbero più felici se cercassero le qualità positive negli altri e si sforzassero di manifestare più pienamente il frutto dello spirito di Dio nella loro propria vita!

FENOMENOLOGIA DELLA COLPA

«Una trasgressione involontaria ma imputabile si chiama colpa; una trasgressione volontaria (consapevole che si tratta proprio di trasgressione) si chiama delitto». (Immanuel Kant)

«Nella mia situazione sono responsabile di ciò che accade per non essere intervenuto, e se non faccio ciò che non posso fare, mi rendo colpevole delle conseguenze che derivano dalla mia astensione. Pertanto, sia l’azione sia la non azione implicano delle conseguenze, per cui in ogni caso io sono inevitabilmente colpevole. In questa situazione limite divento consapevolmente responsabile di ciò che accade, senza che io l’abbia propriamente voluto». (Karl Jaspers)

«Le espressioni di colpa depressive si possono distinguere in colpa morale (quando ci sia la coscienza di avere violato norme fondamentali su istanze comuni al contesto sociale e culturale in cui si vive), in colpa religiosa (quando si abbia la coscienza di non avere rispettato norme legate ai contesti di fede in cui si crede) e in colpa esistenziale (quando il vivere è sentito come fonte di colpa sostenibile)». (Eugenio Borgna)

 

Le difese contro il senso di colpa possono andare dalla negazione alla proiezione della colpa sull’altro, dalla richiesta indiretta di perdono attraverso un’eccessiva gentilezza alla richiesta di punizione attraverso un comportamento scortese e provocatorio. Proviamo il senso di colpa quando violiamo le regole e a quel punto ci preoccupiamo della punizione. Se i tentativi di espiare la colpa, pagando un risarcimento, sono accettati dalla controparte, il senso di colpa evapora. Non solo vogliamo evitare il senso di colpa, ma spesso facciamo di tutto per nasconderlo. A volte si ha l’abitudine di far sentire altri in colpa. Pur di evitare una cattiva coscienza spostiamo la colpa su altre persone, specie su quelle verso cui proviamo risentimento perché hanno messo in evidenza le nostre mancanze o ci hanno smascherato.

Alcuni che hanno dato la colpa ad alcuni membri della congregazione hanno paura che una conversazione con loro riaprirebbe vecchie ferite e genererebbe un senso di colpa maggiore. Rimuginano e si chiedono: E’ stata colpa nostra o colpa loro? La verità sta sempre nel mezzo. Attenti a una cattiva gestione dell’espiazione dal senso di colpa. L’espiazione svolge un ruolo liberatorio, ma se essa viene costantemente ricercata nelle forme dell’autopunizione potrebbe diventare una patologia ossessiva. Il sacrificio di espiazione è stato fatto molto tempo fa da Gesù a beneficio dell’umanità peccaminosa. 

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