Sentirsi addosso la puzza dell’odore delle pecore di Cristo

La frase più famosa ed emblematica detta da papa Francesco sui pastori della sua chiesa e ripresa dai media di tutto il mondo è questa: «Voglio pastori con ‘l’odore delle pecore’ e con il sorriso di papà». E’ un monito per tutti i sacerdoti, i cardinali e lo stesso papa: i pastori non solo non devono pretendere di vestirsi con la lana delle pecore, ma devono mostrare passione nel servirle. Una frase che si legge, papale papale. Cioè, come è stata detta, che va soltanto «annusata» e che rimanda alla vera immagine dei pastori che hanno a cuore le pecore.

Secondo Bergoglio, i pastori che si mantengono le mani pulite con l’insegnamento e le dottrine religiose sono come i dottori della legge al tempo di Gesù, mentre i veri pastori sono quelli che si sporcano le mani stando in mezzo ai bisogni delle pecore. Ed è il papa a raccontare un episodio che ha dato origine a questa frase famosa.

Quando era rettore dello “scolastico” dei Gesuiti in formazione, stava aiutando una pecora a partorire. La pecora aveva rifiutato un agnello dei tre che aveva partorito. Bergoglio chiese a uno studente di prendere l’agnello in camera sua per allattarlo e custodirlo. Per cinque mesi lo allattò con il biberon. Questo giovane Gesuita puzzava così tanto di odore di pecora che l’agnello lo seguiva ovunque, persino in chiesa e nelle aule.

Questa immagine di agnello allattato e custodito è quella che meglio esprime il senso dell’incarico di pastore nella congregazione. Noi di inattivoppuntoinfo ne siamo affascinati. L’immagine del nostro sito è appunto quella del pastore con in grembo una pecorella. Anche l’illustrazione della copertina dell’opuscolo Ritorna a Geova è la stessa. Complimenti al fratello o alla sorella che hanno illustrato in modo meraviglioso, con colori caldi, questa immagine. Non è un caso che molti dei nostri articoli riguardino il ruolo del pastore nella congregazione di Geova, di cui è essenziale che tenga sempre lo sguardo rivolto al più grande esempio di Buon Pastore, Gesù Cristo. Pastore che è venuto non per essere servito, ma per servire le pecore e dare la sua vita in loro favore.

La principale qualità dei pastori è l’umanità, senza la quale è impossibile aiutare le pecore se non si conoscono i veri problemi che caratterizzano i fedeli oggi. Gli anziani, a partire dal Corpo Direttivo devono conoscere le situazioni, “devono avere le mani sporche del contatto e dello stare insieme alle pecore” se vogliono dare un aiuto concreto, in particolare a quelle pecore che lasciano la congregazione, che si sono fatte illudere di trovare il meglio lontano dai fratelli, che ritengono l’organizzazione dei tdG ormai datata e non più in grado di offrire nulla di buono. Fratelli e sorelle che se ne vanno lontano per la strada da soli. Un’organizzazione che per loro è troppo debole e troppo lontana dai loro bisogni, forse troppo fredda e insensibile alle loro richieste di cuore. Troppo autoreferenziale e prigioniera delle sue stesse regole. Insufficiente a soddisfare le loro domande su certi comportamenti e certi abusi da parte dei nominati. Forse troppo infantile nel venire incontro alle profondità dello spirito. Non siamo bambini che hanno bisogno di essere imboccati di risposte scritte e di schemi prestampati e di pensieri scritti da altri, che sono lontani anni luce dalle realtà periferiche.

Esseri pastori non significa solamente far applicare le disposizioni che provengono dall’alto, come ubbidienti esecutori, ma il vero pastore accompagna i fedeli nel loro cammino. Deve capire le ragioni per cui in tanti lasciano la congregazione, deve saper valutare con amore la decisione di un fratello lontano di ritornare nella casa di Geova. Egli non deve stare solo davanti alle pecore, come piace tanto a lui, ma anche in mezzo, dentro e in fondo, per evitare gli sbandamenti, le cadute e che nessuno rimanga indietro. A certi pastori piace la prospettiva di essere un giorno “principi” su questa terra e alle loro mogli di diventare principesse. Umiltà, umiltà, cari fratelli e sorelle.

Invece di esaltarli come esempi di ubbidienza e sottomissione, quando sentiremo qualcuno del Corpo Direttivo parlare in questi termini, riguardo a certi anziani che operano in malo modo nelle congregazioni?

Non sono parole sprezzanti nei confronti dei vescovi cattolici quelle che pronuncia Bergoglio, né di disapprovazione. Sono parole che rimandano a un’intimità spirituale, cioè alla possibilità che hanno i vescovi di non perdere la gioia di servire come il Buon Pastore. Condividere, insomma, la gioia di vivere con le pecore fedeli a Dio. In apparenza sembrano parole forti che lasciano il segno. In realtà sono consigli ad accendere la fiamma dello spirito dei loro conservi. Sono parole che vanno lette in un contesto di amore e di misericordia reciproca, dove le correzioni servono a rafforzare la fede in Dio e a consolare le persone che sono afflitte. Un principe del popolo e per il popolo. Un principe che sa ascoltare ma che sa stare fermo nella Parola di Dio. Non un principe (in senso di autorità) che parla solo con quelli della sua classe, qualcuno “ingessato”, “rigido”, ma uno che non sia troppo raffinato nelle mode, da non sapersi sporcare le mani con i problemi della congregazione.

Il profumo del pastore – prima parte

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