Sentirsi troppo sicuri rende vulnerabili

Eppure la vulnerabilità è per certi versi preferibile all’eccessiva sicurezza di sé.

Nonostante l’uomo tenda a respingere l’idea di essere vulnerabile, per comprendere certi aspetti della natura umana, bisogna accettare le imperfezioni, anziché vergognarsene. La vulnerabilità ci fa sentire umanamente vivi. Quali aspetti rendono vulnerabili i cristiani? Sono diversi, ad esempio: la solitudine perché porta ad accettare l’amicizia di chiunque; rilassarsi e abbassare la guardia in campo morale; sentirsi inutili e insignificanti; vivere una vita disorganizzata; perdere la fiducia in Geova; soffrire di problemi fisici ed emotivi; essere umiliati e trattati senza dignità e rispetto; un vuoto emotivo matrimoniale. Tutti sono vulnerabili nella fede, nessuno escluso. Nemmeno in congregazione.

Appartenere attivamente a una catena di fratelli e identificarsi con essi, non rende automaticamente Testimoni invulnerabili. Tutti sbagliamo e feriamo il nostro prossimo. In effetti, il termine italiano vulnerabilità deriva da una parola latina che significa ferire. Una equilibrata consapevolezza della propria fragilità impedisce di mettersi su un piedistallo dal quale sentenziare e giudicare gli altri. Chi è troppo sicuro di sé non accetta l’idea della vulnerabilità. Invece, chi accetta la sua fragilità è una persona intelligente, capace di amalgamarsi con il dolore. Gesù scelse la vulnerabilità, scelse di esporsi alle ferite e al dolore per dare una speranza al genere umano, la certezza di una vita riuscita.

Frequentare persone (sul web o nella realtà) che si ritengono invulnerabili, che si ostinano nelle loro opinioni sbagliate, che non cedono nemmeno di fronte all’evidenza, non è un bene, né una scelta intelligente. L’eccessiva sicurezza in sé può fare agire con poco discernimento e condurre in rovina. Non sono un caso le parole di Paolo: “Chi pensi di stare in piedi badi di non cadere”. (1 Corinti 10:12)

In particolare bisogna guardarsi dall’eccessiva sicurezza di sé quando si tratta di parlare dal podio. Chi si sente troppo sicuro di sé e delle sue capacità oratorie (avere una parlantina sciolta) può indurre a trascurare la preparazione. Come risultato l’oratore può cadere in dichiarazioni generiche, imprecise e per nulla edificanti. Gli oratori non sono sul podio per imbonire l’uditorio, ma per edificare spiritualmente gli ascoltatori. Anche il perfezionismo può essere un laccio ossessivo.

C’è molta differenza fra cercare in maniera equilibrata di dare il meglio e rincorrere ossessivamente un ideale impossibile. Chi cerca di dare il meglio probabilmente dà molta importanza all’ordine e all’organizzazione e pretende molto da se stesso. A volte si rende conto di sbagliare e reagisce ai propri errori in modo costruttivo, altre volte il perfezionista vive nell’assillo costante di sbagliare. E per non sbagliare si impone uno standard elevatissimo. Il problema è che un tale standard lo pretende anche dai fratelli in congregazione.

La Bibbia in Ecclesiaste 7:16 è chiara: “Non divenire troppo giusto e non ti mostrare eccessivamente saggio. Perché dovresti causarti desolazione?” A Corinto alcuni evidentemente erano diventati troppo sicuri di sé: pensavano di essere così forti nella fede che non sarebbero mai potuti cadere. Bisogna stare attenti anche quando riteniamo di essere stati feriti da un nostro conservo. Sono le ferite, intese come vulnerabilità, a darci le motivazioni necessarie per rialzarci dalle cadute.  Non cediamo all’idea che vincono sempre i più forti e che la ragione è al di sopra dei sentimenti. Sopprimere certe emozioni, fingendo di essere inespugnabili significa andare incontro a grossi problemi. Non saper “riconoscere” la propria vulnerabilità ha delle conseguenze che possono anche peggiorare nel tempo.

Tutti, abbiamo la meravigliosa capacità di imporci sulle avversità, sulle difficoltà, sull’oscurità e sulla paura. Dobbiamo essere consapevoli che non siamo forti come pensiamo di essere. Abbiamo tutti dei limiti e, se non ne siamo consapevoli, arriverà il giorno in cui crolleremo. Essere vulnerabili non è una condizione che dobbiamo farla durare per sempre. Una volta riconosciuta bisogna ricorrere a misure per andare avanti.

Purtroppo capita a molti cristiani di non sentirsi degni e accettati, di provare eccessiva rabbia per il comportamento di alcuni. A volte anche a ragione. Se non si pone un rimedio tale conflittualità porta all’indebolimento del proprio sé. Si rischia di rimanere incastrati in un blocco emotivo che procura malessere. Con una sensibilità accentuata si va spesso in crisi, specialmente se non si riesce a trovare quella stabilità interiore che fa scivolare addosso con calma le situazioni esasperanti. In genere, un cristiano vulnerabile, non si rende conto di esserlo perché non sa riconoscere le proprie emozioni e gli manca la padronanza per gestirle. Ricordatevi che non si nasce fragili né forti, ma sono gli accadimenti della vita a incidere dal punto di vista emotivo. Il problema è che i cristiani coinvolti non si prendono una pausa per riflettere. Invece di concentrarsi sulle cose positive si concentrano sulle esperienze negative. Non sanno zittire una volta per tutte l’io critico che è in loro.

Lamentarsi in continuazione non fa che aumentare il proprio cattivo umore ed espone pure al mugugno degli altri. Tutti hanno bisogno di sentirsi al sicuro. Si deve constatare che per alcuni in congregazione l’idea di sicurezza non li attrae. Non sono portati alla gratificazione o a dare protezione agli altri. Eppure, quando percepiamo sicurezza, il nostro sistema di impegno sociale ci permette di collaborare, ascoltare, mettersi nei panni degli altri, oltre che essere creativi, innovativi nei nostri pensieri e idee. A volte è meglio abbandonarsi alla propria vulnerabilità che cercare di contrastarla.

Possibile che non si riesca ad allontanarsi dal problema, a prendere le distanze, a vedere le cose da un’altra prospettiva, in modo da analizzare la propria vulnerabilità in maniera differente? Possibile che non si riesca ad uscire dal campo magnetico che ci tira verso il basso e a sentirsi senza peso, fluttuando nello spazio come un astronauta? Possibile che non riusciamo a disintegrare il problema, invece di nascondere il dolore, per paura di doverlo affrontare, di allontanare gli altri, di essere contagiosi o di sembrare ridicoli? Quando capiremo che la vulnerabilità è una compagna sincera, un’amica comprensiva, che paradossalmente può condurci in porti sicuri? La vulnerabilità smaschera il proprio sé e spesso è un bene. Dipende dalla percezione che abbiamo di essa e di come la consideriamo: un bene o un male? Se consideri la vulnerabilità come un bene, perché allora, dovresti permettere alle ferite di cambiarti in ciò che non sei?

Tags: , , , ,

Trackback dal tuo sito.

Lascia un commento

inattivo.info

Inattivo.info è un sito aperto nel 2014 ed è rivolto ai testimoni di Geova non più attivi come un tempo e ai responsabili delle congregazioni.

Built by TANOMA