SENZA VERGOGNA

La vergogna non sempre è un sentimento negativo. E’ vergognoso colui che non manifesta pudore quando si comporta in modo disonesto, che non si turba di fronte alla condanna e alla riprovazione di una condotta errata. D’altro canto, nel I secolo, se un cristiano si rifiutava di praticare le convenzioni sociali dell’epoca a discapito delle norme cristiane, non si sarebbe dovuto vergognare della sua condotta (1 Pietro 4:16).

E’ vero che come tdG potremmo essere sottoposti a pressioni volte a farci abbandonare il nostro credo, ma è anche vero che nell’ambito delle congregazioni ci sono alcuni responsabili che non provano nessuna vergogna per le pressioni cui sottopongono i fratelli con vedute non proprio scritturali. Non si vergognano nemmeno di fronte agli evidenti danni emotivi e spirituali che causano. 

Gesù “sopportò il palo di tortura, disprezzando la vergogna”. (Ebr. 12:2) I suoi nemici lo schiaffeggiarono, gli sputarono addosso, lo spogliarono, lo fustigarono, lo oltraggiarono e lo inchiodarono a un palo. Eppure Gesù disprezzò la vergogna che cercavano di far ricadere su di lui. Egli non volle sfuggire a tale trattamento. Sapeva che agli occhi di Geova non stava perdendo in alcun modo la dignità. Anche i discepoli di Gesù furono arrestati e fustigati, cosa che agli occhi di molti era un disonore, ma non si fecero condizionare dall’opinione della maggioranza e disprezzarono la vergogna. In tutti questi casi, essere privi di vergogna, significa che un individuo è interiormente coeso, solido nelle convinzioni, svincolato dalle aspettative altrui. Spesso, chi si vergogna non tollera i fallimenti e i giudizi negativi, in quanto incapace di contrastarli.

Che dire, dunque, di certi anziani, ma anche di certi fratelli “lontani”, che non provano vergogna né un senso di colpa di fronte a certi loro comportamenti sbagliati? La vergogna nasce dal timore e dal giudizio degli altri. Può anche dipendere dalla paura di fallire e di venir meno alle aspettative. In genere la vergogna si manifesta con il rossore, il tremore e il cuore che viaggia a mille o con un senso improvviso e sgradevole di nudità, di sentirsi scoperti, spogliati, smascherati. A volte si prova il desiderio di sprofondare, di sparire da tutto e da tutti. Sono segnali che difficilmente si riescono a controllare. Si prova vergogna per la vergogna.

Essere esposti agli sguardi severi altrui ci priva della nostra personalità e delle nostre emozioni interiori, poiché diveniamo oggetto di uno spettacolo con molti spettatori. Per questo motivo molti cercano scuse, a volte ridicole, pur di invalidare la loro esposizione alla vergogna. Chi si vergogna non “vuole essere visto” da altri ma nemmeno da se stesso. Nessuno vuole essere messo alla berlina. Inoltre, la vergogna ha relazione con la propria identità. Certe esperienze mettono in discussione il concetto che abbiamo di noi stessi, perché ci costringono a vederci con gli occhi degli altri, che non sempre sono benevoli nei giudizi.

Esplicitare in maniera marcata la propria appartenenza ai tdG non vuol dire nulla di fronte a certi giudizi. Alcuni sono convinti che essere tdG significhi non provare vergogna di quanto dicono e fanno. Essere incoerenti con il proprio credo, questa sì che è una vergogna. Altro che giustificazioni in nome dell’imperfezione e dell’amore. Inoltre, alcuni, invece di mostrare empatia, hanno lo sguardo delle “Gorgone”, sguardi che pietrificavano chi le guardava, famoso quello della Medusa.

Lo sguardo degli altri, oltre a inchiodarci alle nostre responsabilità, può anche aiutare. Il problema è quando non si prova più vergogna per niente. Una sana vergogna, invece, è salutare. Perché essa è uno stimolo segreto dell’anima che ha bisogno dell’aiuto di Dio per vincere il male. Le esperienze di cui vergognarsi se vengono accettate aprono le porte delle tenere misericordie di Dio, accrescono l’autoconsapevolezza e le possibilità di trasformare in bene la propria personalità. Se invece vengono negate, provocano lo sviluppo di una corazza difensiva.

Caro fratello lontano, ti sei disprezzato per non aver raggiunto certe aspettative? Caro fratello anziano di congregazione provi vergogna per il modo come hai gestito certe situazioni in congregazione? Nessuno di noi è privo di difetti. Sei collassato dopo che qualcuno ti ha fatto notare certi modi di fare o perché stai commettendo azioni condannate dalla Bibbia e qualcuno ne è venuto a conoscenza e quindi te ne vergogni? Ricorda che il senso di colpa è diverso dalla vergogna. Il senso di colpa è un’esperienza interiore, è la voce della coscienza che condanna la colpa. La vergogna è un biasimo spirituale esterno alla propria coscienza.

Non trasformatevi in talentuosi artisti della fuga. Non serve occultare il proprio disagio con un sorriso raggiante o sminuendo l’errore, il peccato. Non fatevi beffe delle norme morali cristiane, anche se a volte rigide. Per provare vergogna non sempre è necessario farlo quando si è scoperti. Quasi tutti noi ci portiamo dietro la sensazione di non essere esattamente all’altezza della nostra vita cristiana e che non siamo realmente quelle persone che crediamo di essere o di interpretare in modo eccellente il ruolo di nominati.

Per costruirsi una nuova identità cristiana dopo la disapprovazione altrui è necessario provare una sana vergogna; e per certi versi onorarla. Quando prestiamo attenzione a quei sentimenti che inducono a vergognarci e li seguiamo anche lungo una strada contorta e dolorosa, possiamo vedere più chiaramente noi stessi. Solo allora ci accorgeremo quanto, in realtà, siamo diversi per davvero con quanto abbiamo immaginato di essere in tutti questi anni. Provare una giusta e consapevole vergogna può rivelarsi un dono di Dio, una porta aperta al ritorno nella sua casa.

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Adamo ed Eva sono in preda a una cupa disperazione, appesantiti, sotto l’angelo che li espelle dal Giardino dell’Eden. L’angelo, dal volto inflessibile, bellissimo, sereno, ha in mano una spada sguainata simbolo di un giusto giudizio da chi ha l’autorità per farlo. L’angelo, indica loro con durezza la via da prendere. Mentre escono dalla porta del Paradiso, da dove provengono alcuni raggi divini, Eva ha un volto sfigurato dal dolore. Incollati addosso dal sudore, i capelli buttati indietro, di quella che doveva essere una donna bellissima. Nasconde le nudità con vergogna; piange urlando, con una dolorosa espressione sul volto. Con una mano sgraziata comprime il seno quasi a volersi punire e con l’altra si copre le parti intime. Adamo si copre il volto con le mani dallo sconforto e dal senso di colpa. Anche lui è nudo con le parti intime coperte da foglie. Sembra che stia piangendo a dirotto per il Paradiso perduto. Una storia come tante altre nel corso del tempo, uomini che si portano le mani al viso per la vergogna dei loro peccati. Un affresco senza tempo, quello di Masaccio, che ci parla dell’abiezione e della vergogna come nessun altro artista ha mai fatto.

Masaccio: Cappella Brancacci – La cacciata dei progenitori dall’Eden, chiesa del Carmine, Firenze.

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