«Si prega di attendere»

In effetti, ci sono attese che richiedono veramente una preghiera a Dio per darci la pazienza di Giobbe.

 Per gran parte della nostra vita non facciamo altro che attendere qualcosa. Siamo in bilico tra certezze e dubbi, speranza e disperazione. Non sempre otteniamo ciò che desideriamo e ancora più raramente possiamo ottenerlo subito. Tutto questo può essere frustrante, ecco perché sarebbe più opportuno che a motivarci a fare meglio non sia l’impazienza, che potrebbe allontanare l’obiettivo, ma la lungimiranza, quella capacità di vedere oltre e lontano, che sia in grado di prevedere le conseguenze delle nostre azioni. Saper attendere è un’arte che va coltivata con cura.

Geova è l’Iddio delle attese e non tarderà ad adempiere ciò che ha fatto scrivere nella sua Parola, la Bibbia, il libro delle attese: “Anche se [la visione] dovesse attardarsi, attendila; poiché si avvererà immancabilmente. Non tarderà”. (Abacuc 2:3). In pratica, queste parole vogliono aiutarci a capire che è più facile aspettare se siamo convinti di attendere qualcosa di importante che alla fine arriverà certamente. Invece, l’attesa prolungata senza motivo, non solo è snervante, ma “fa ammalare il cuore”. (Proverbi 13:12)

L’attesa è l’unica cosa che ci fa conoscere le promesse. E’ una pagina vuota che va riempita giorno dopo giorno, altrimenti il rischio è che la fede nelle promesse di Dio possa venire meno. Ogni attesa, se rimane passiva, è un’occasione persa. Attendere non vuol dire rimanere con le mani in mano, senza fare nulla. Se chiudiamo gli occhi alle opportunità che si presentano in questo frangente di tempo, possiamo perdere tempo ed energie. Non far nulla può farci commettere il “peccato d’omissione”. L’attesa va quindi vissuta in modo intelligente.

“Ogni cosa a suo tempo”, recita l’Ecclesiaste, a indicare che non c’è crescita, né progresso senza attesa. In genere, chi attende, immagina il futuro come lo desidera, senza però escludere l’eventualità che possano sorgere ostacoli, interferenze, rallentamenti o che addirittura non si realizzi. Viviamo per così dire in “una sala d’aspetto” del tempo, con i suoi immutabili ritmi, di cui l’uomo è impotente. L’uomo non può fermare, né cambiare il tempo. Può solo aspettare, imparando dal tempo passato, per vivere meglio il tempo presente, in funzione del tempo futuro. L’uomo può soltanto scegliere come attendere. Non sempre ci manca il tempo per fare certe attività. Molto dipende da come viene usato quel tempo, dalla priorità che diamo e da quali cose ci lasciamo distrarre.

I cristiani vivono di attese: nelle benedizioni del Regno di Dio; nella fine di questo sistema di vita; nella fine della malvagità; eccetera. Senza fede non c’è attesa, perché la fede è la prova convincente di ciò che attendiamo, “è la certezza che quello che si spera si realizzerà, la chiara dimostrazione di realtà che non si vedono”. (Ebrei 11:1, 2) Grazie ad essa si ha conferma dell’approvazione di Geova.

Caro fratello lontano, vivi anche tu di attese? Attendi di muoverti soltanto se vengono a trovarti gli anziani e magari anche con il sorvegliante viaggiante? “Campa cavallo…”. Caro fratello e cara sorella, non potete stare alla finestra aspettando che il grigio giorno interiore assuma i colori della vita. Qualcosa finisce se un’altra cosa la scaccia. Non puoi legarti alla ruota della svogliatezza, dell’inedia, della tortura del tempo, aspettando un intervento divino sul Mar Morto dell’inattività o una luce sfolgorante sulla Via di Damasco per smuovere le tue forze di volontà per agire. Devi essere tu per primo a muovere i primi passi per ritrovare la via smarrita nella selva oscura della tua esistenza. Dicono che “se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto”. O per dirla con le parole di Gesù: “se la vostra fede sarà grande quanto un granello di senape, direte a questo monte: ‘Spostati da qui a là’, e il monte si sposterà, e nulla vi sarà impossibile” (Matteo 17:20).

Sono rari gli anziani di congregazione e i sorveglianti di circoscrizione che si affliggono per la tua assenza in congregazione, che a differenza tua, continui ad affliggerti per i torti subiti. Caro fratello lontano, è inutile che aspetti, è più probabile che arrivi prima il Nuovo Mondo che due anziani vengano a trovarti a casa. Non pensare che in questi anni di assenza le cose siano così radicalmente cambiate. Se ritorni in Sala, molte cose sono rimaste immutate da quando sei andato via: gli stessi fratelli, la stessa Sala del Regno, le stesse adunanze, gli stessi discorsi, le stesse parole, le stesse teste di prima. Anche Geova è lo stesso, non è cambiato. E’ rimasto buono, misericordioso e clemente. L’unica cosa cambiata, in meglio o in peggio, sei solo tu. Se torni devi tornare esclusivamente per Geova. Il resto viene dopo.

Aspettare senza una valida ragione o anche legittimamente, può provocare in alcuni solo dolore. L’attesa può avere il freddo nel cuore o bruciare di desiderio, può scaldare l’anima o ricoprirla di gelo. A volte aspettiamo perché siamo noi a decidere di farlo. Nessuno ci ha costretto. Possiamo farlo per cautela o per orgoglio, per ragionevolezza o per ostinazione, per motivi giusti o sbagliati. Ci inventiamo spiegazioni, troviamo scuse, ci immaginiamo ostacoli insormontabili, ferite insanabili. Alcune di queste giustificazioni, probabilmente, sono vere e comprensibili. Il problema sorge quando le analizziamo con poca obiettività e non con lo scopo di risolverle. In questo modo ci stiamo solo esercitando nel cammino della perdita dei nostri fratelli, delle nostre attività spirituali, del nostro Dio. Difficilmente ritorneremo a Geova, se permetteremo che l’attesa diventi indifferenza, rabbia, malumore, vendetta. La domanda è: quanto a lungo potrei sopportare questa attesa? Ne vale letteralmente la “pena”?


Sull’attesa:

  Aspettando Godot

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