Abbiamo smesso di farci delle domande

Forse non abbiamo smesso di farci delle domande. Il punto è che ci fidiamo troppo delle risposte degli altri.

Per Bauman, globalizzati vuol dire che ciascuno di noi ha più o meno lo stesso destino. A questo punto, secondo il sociologo polacco, scomparso il mese scorso, ci si deve chiedere, non se la globalizzazione sia buona o cattiva, ma come padroneggiarne gli effetti. Imparando a conoscerla di più ci si accorge che essa presenta molti aspetti ancora sconosciuti, ed è giusto sottoporla a critica per capire in maniera chiara i suoi effetti.

E per poterlo fare è saggio porsi delle domande. Astenerci dal porre certi problemi è molto più grave delle risposte che pone la questione stessa; mentre porsi domande sbagliate ci impedisce di capire quali siano realmente i veri problemi.

Le domande che Bauman pone riguardano le identità frammentate, l’incertezza e la precarietà della nostra esistenza. Il quadro che traccia è inquietante: disuguaglianza e povertà, terrorismo e violenze, diritti umani violati. Secondo lui, gli spazi psicologici e culturali sono soggetti a una rivoluzione con conseguenze serie per ogni individuo. E’ vero che la globalizzazione riduce le distanze geografiche, ma tocca anche la libertà e il destino di miliardi di persone. Questa “vicinanza” di mondi distanti determina una nuova gerarchia sociale e culturale che evidenzierà sempre di più le distanze tra gli uomini.

Inoltre, secondo Bauman, la globalizzazione ha privato la vita della sua sicurezza e del suo benessere costringendoci a vivere una esistenza liquida (fragile, permeabile e mutevole) e a cercare disperatamente una solidità che manca. Si può essere felici in futuro finché non si perde la speranza. Una tale speranza può essere ravvivata solo se accettiamo sfide difficili che siano non alla nostra portata.

Cercare l’impossibile e non lasciare che siano altri a definire e a stabilire cosa e come deve essere felice la nostra vita. Nel suo libro, L’ arte della vita, egli scrisse: “La nostra vita è un’opera d’arte e ogni uomo è artista di se stesso”, che sia consapevole o no. Essere artista significa dare forma e struttura alla propria vita. Significa modellare le probabilità affinché si verifichino certi eventi anziché altri.

Una delle accuse fatte alla maggior parte dei tdG, è quella di aver consegnato il proprio cervello nelle mani di pochi uomini che hanno il potere di decidere il destino di milioni di aderenti.

Come tdG, l’impressione è che la maggioranza di noi non si pone domande né si pone il problema se farsi o no domande che riguardano scelte, opinioni, aspirazioni, obiettivi e strategie per il futuro. Ci stiamo fidando troppo delle risposte altrui? Stiamo affidando ad altri il nostro futuro, la nostra sicurezza, la nostra vita? Non sarebbe il caso di incrementare il dialogo fatto di domande e risposte autentiche, basate sulle Sacre Scritture? Perché non riflettere attraverso l’uso equilibrato di domande se la globalizzazione e la sua disuguaglianza non stiano influenzando anche il popolo di Geova, con conseguenze come l’inattività o in casi estremi la disassociazione?

Fra i tanti aspetti positivi di porre domande c’è quello di far emergere i veri sentimenti di una persona. Non sempre le risposte che in questi casi si danno possono corrispondere alla realtà. Non dovrebbe esserci nessuna paura di porre domande sul CD o sull’organizzazione in generale.

Ad esempio: porre domande su cosa pensano gli stessi tdG o altri su coloro che ci guidano o che hanno responsabilità nelle congregazioni. In una circostanza, Gesù chiese ai suoi discepoli: “Chi dicono gli uomini che sia il Figlio dell’uomo?” Dopo fece un’altra domanda per invitarli a esprimere ciò che avevano nel cuore: “Ma voi, chi dite che io sia?”. – Matteo 11: 13-16. Il vero cristiano non è chi ha tutte le risposte, ma è colui che non smette mai di porsi domande e di farsi interrogare.

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