Solo con i soli

La solitudine di Gesù nella sera del ricordo della sua morte

Da solo, su e giù per i monti dove la vetta è più vicina al cielo, là dove si posano i piedi di Dio; nei deserti, luoghi di penitenza e digiuni e nei luoghi solitari dove la presenza invisibile di Dio si fa ombra; congedava le folle rumorose per pregare liberamente il suo Dio nel silenzio del suono. Di buon’ora, nel buio, senza rumori e distrazioni.

Lui da solo, nella sala delle udienze di Geova, là dove è necessario il silenzio, intimità e rispetto, in confidenza con “Abba, Padre”. Là dove la preghiera penetra nel cuore di Dio, dove il dolore e il buio sono la piaga di Dio, dove il volto umano cambia aspetto; il luogo «dove chi volge lo sguardo diviene raggiante e il volto non arrossisce mai per la vergogna».

La preghiera di Gesù apre il cielo per l’uomo. Quell’uomo che deve la sua esistenza al suo Creatore. Quel Dio che esiste per l’uomo, sua creatura meravigliosa, un Dio che ama i poveri d’amore.

Gesù conosce anche la solitudine del tradimento, dell’abbandono dei suoi amici più cari. Un grido di dolore, nell’aramaico della Galilea, a suo Padre, alla nona ora, nelle tenebre del giorno, mentre le nuvole di piombo offuscano la luce del sole, un urlo straziante che riecheggia nei cuori di ogni suo discepolo: «Elì, Elì, lamà sabachthàni?”. Qualcuno corre a inzuppare di vino aspro una spugna. Una canna e un sorso mai bevuto. Lui vuole stare vigile e fedele fino all’ultimo respiro, fino all’ultimo grido: «E’ compiuto!».

Quella sera prima, gli addii dell’ultima cena consumata con i suoi più intimi e quella profezia: «Sarete dispersi e mi lascerete solo. Ma io non sono solo, perché il Padre è con me». Catturato, processato e ucciso: abbandonato. Nessuno vicino, nessuno a difenderlo. Simon Pietro, il pescatore che giura di non tradirlo mai lo rinnega, Giuda di Cheriot lo tradisce per la somma di uno schiavo. Hanno tutti il cuore pesante. La solitudine come abbandono. La solitudine come diversità di pensare e concepire, Gesù diverso dagli uomini ma profondo nell’amarli per come sono.

Cibo per gli uomini, disceso dal cielo. Chi mangia di questo pane non morirà. Chi beve dal calice il suo sangue avrà la remissione dei peccati. Parole troppo dure da comprendere, scandalose per la folla, i discepoli lo abbandonano e poi quelle parole, quella domanda drammatica ai Dodici: «Non volete andarvene anche voi, vero?». Pietro rompe quel pesante silenzio, confessa: «Signore, da chi ce ne andremo?».

Per una notte se ne sono andati via da Gesù, abbandonandolo alle sue sfide mortali, contro nemici ostili. Nessuno sta dalla sua parte, non compaiono mai gli apostoli e quando compaiono fanno brutta figura. In quel tragico momento, Gesù annuncia: «Quando il Figlio dell’Uomo sarà innalzato nel suo palo di tortura, allora saprete che non sono solo, perché il Padre mio non mi ha abbandonato a me stesso». Dio gli è fedele, rimane sempre con lui. Il Nazareno, in mezzo ai nemici ma con Geova a fianco. Quell’agonia nel Getsemani in ginocchio a pregare, nel dolore e nell’angoscia, quel volto sudato di sangue, tre volte abbandonato dai tre apostoli storditi dalla stanchezza.

«Noi crediamo che sei venuto da Dio». Nella prova suprema questa fede svanisce nel nulla. «Mi lascerete solo». Non più compatti la notte della cattura, quella notte aldilà della valle del Chidron; nessuno a difenderlo, pronti a morire per lui come promesso qualche ora prima. Una promessa rimangiata, un’attesa disattesa. Lui abbandonato da tutti ma che mai abbandona nessuno, affinché si adempissero le parole dette al Padre: «Di quelli che mi hai dato non ne ho perduto nessuno».

In questo abbandono di tutti, in questa solitudine assoluta, di fronte al nemico, lui sente vicino il Padre, la sua compagnia rassicurante. Una compagnia interiore, spirituale, di cui si può intravvedere solo il riverbero sul suo volto, sofferente e sereno prima dell’esalazione, dando la vita come il Buon Pastore a favore delle sue amate pecore. Dio ama stare in compagnia di Gesù e degli uomini che gli sono grati. «Colui che mi ha mandato è con me; non mi ha abbandonato a me stesso, perché faccio sempre ciò che gli è gradito».

Un’eco lontana si può sentire in queste parole. Un’eco che riecheggia oltre il tempo, oltre la storia. Parole che hanno fatto tanto meditare e scrivere i pensatori cristiani di tutti i tempi: Gesù non subisce mai il tragico abbandono da parte di Dio. L’anima è turbata, ma la prova superata è vinta. Il calice amaro, bevuto con la solitudine sempre abitata dal Padre. Un mistero profondo, il suo essere una cosa sola col Padre, «io e il Padre siamo uno». Un abbandono mai capito dagli uomini, distaccato da tutti e da tutto, ma in intima unità col Padre. Un’intimità che gli permette di riempire la solitudine e di venire incontro agli uomini soli e abbandonati nel momento delle prove.

Solitudine per fuggire, per abbandonare, solitudine come ferita, come depressione. Solitudine che non va via, che promuove, ispira, mai soli con Dio, nel dolore e nella morte, Dio da solo con noi soli. Ricordatevelo stasera, dopo il tramonto. Non siamo mai soli. Solo con i soli.

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