«Sono un uomo ferito e me ne vorrei andare»

Le parole che danno il titolo a questo articolo sono tratte da una poesia, La Pietà, scritta da Giuseppe Ungaretti per descrivere il suo stato d’animo prima del ritorno alla fede cristiana. Un ritorno frutto di un lungo processo interiore.

Lo stato d’animo del poeta presenta similitudini, pur se lontanamente, con quello che in genere provano alcuni nostri fratelli in fede. Questi fratelli vorrebbero andarsene dalla congregazione, diventare lontani, trovare quella pace che secondo loro non provano più da tempo. Desiderano giungere in un posto lontano dove si ascolta l’uomo che è solo con sé.

Pur associandosi con la congregazione, si sentono esiliati all’interno di essa. Combattono tra la superbia e la bontà. Forse qualcuno si accorge della loro pena. Hanno a pezzi il cuore e la mente, frutto di un travaglio interiore per non cadere schiavi delle parole. Si sentono come foglie secche portate qua e là e sospinte dal vento dei dubbi che li assillano.

Implorano Dio con fortissimi interrogativi esistenziali. Nelle loro preghiere cadono i baluardi del dubbio e quei desideri di avere uno spazio di solitudine, di un silenzio interiore, di vuoto, dove la notte oscura possa condurli a un’alba radiosa, orientata alla terra promessa.

Come il poeta, sono consapevoli che Dio, oltre a guardare la loro debolezza, li esaudisce con delle certezze. Non ne possono più di stare “murati” in un desiderio privo di amore. Oltre a desiderare una traccia di giustizia, implorano Dio di “fulminare” le loro emozioni, di essere liberi dall’inquietudine, perché sono stanchi di urlare senza voce.

La Pietà (1)

Sono un uomo ferito.
E me ne vorrei andare
E finalmente giungere,
Pietà, dove si ascolta
L’uomo che è solo con sé.
Ma non ho che superbia e bontà.
E mi sento esiliato in mezzo agli uomini.
Ma per essi sto in pena.
Non sarei degno di tornare in me?
Ho popolato di nomi il silenzio.
Ho fatto a pezzi cuore e mente
Per cadere in servitù di parole?
Regno sopra fantasmi.
O foglie secche,
Anima portata qua e là…
No, odio il vento e la sua voce
Di bestia immemorabile.
Dio, coloro che t’implorano
Non ti conoscono più che di nome?
M’hai discacciato dalla vita.
Mi discaccerai dalla morte?
Forse l’uomo è anche indegno di sperare.
Anche la fonte del rimorso è secca?
Il peccato che importa.
Se alla purezza non conduce più.
La carne si ricorda appena
Che una volta fu forte.
È folle e usata, l’anima.
Dio, guarda la nostra debolezza
Vorremmo una certezza.
Di noi nemmeno più ridi?
E compiangici dunque, crudeltà.
Non ne posso più di stare murato
Nel desiderio senza amore.
Una traccia mostraci di giustizia.
La tua legge qual è?
Fulmina le mie povere emozioni,
Liberami dall’inquietudine.
Sono stanco di urlare senza voce.

Giuseppe Ungaretti

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