Stagnazione e cambiamento

La ricerca di un equilibrio stabile che produca un cambiamento più che soddisfacente in ogni settore della propria vita ha portato molte persone a una stagnazione, cioè a un senso di immobilità. (Potremmo includere tra questi i fratelli lontani che hanno deciso di cambiare la loro vita in qualcosa di nuovo e invece si trovano fermi, in attesa di un input che li trasformi completamente).

Coloro che studiano il mindset (atteggiamento mentale) sostengono che l’unica cosa che dobbiamo allenare per cambiare è la nostra mentalità, ovvero il nostro modo di agire e reagire di fronte a situazioni che si presentano nel nostro vivere quotidiano.

Occorre “nutrire” il nostro cervello di informazioni che riguardino noi stessi e le nostre aspirazioni e poi ciò che ci circonda. La nostra bassa capacità di cambiare può farci vivere da infelici. Perché restiamo bloccati in situazioni che ci rendono infelici?

Fare una scelta alternativa radicale è difficile

perché siamo inclini a favorire lo status quo,

anche quando porta a risultati insoddisfacenti.

All’inizio della storia umana eravamo progettati per cambiare, poi ci siamo geneticamente modificati. Da allora non siamo più in grado di programmarci in modo naturale per eseguire compiti razionalmente sani e per portare avanti i cambiamenti, anzi siamo diventati recalcitranti ai miglioramenti. In sostanza, dobbiamo prendere atto di quello che dice la Bibbia: che nel cuore dell’uomo c’è l’inclinazione a nutrire pensieri cattivi. (Genesi 6:5)

Per abituarci ai grandi cambiamenti dobbiamo iniziare da quelli piccoli. Anche le piccole cose contano nella vita e farle bene motiverà a farne ancora e poi ancora, finché non diventeranno una grande cosa. Il fatto di ripetere questo concetto, pur se banale, dimostra come l’uomo abbia bisogno di sentirsele ripetere e ciò avvalora quanto detto prima: l’uomo è incline all’errore.

Spesso il cambiamento è discontinuo. Non esistono tempi e modi standard che vadano bene per tutti, anzi, più delle volte sono preceduti da momenti di grande piattume e apparente scarsità di miglioramento. Paradossalmente la routine, quando è guidata verso la positività, non è schiavitù ma “rende liberi”. Si possono ripetere le stesse cose, ma se sono indirizzate in maniera propositiva e creativa possono diventare novità.

Man mano che si va avanti con i piccoli traguardi, vi accorgerete che a un certo punto vorreste fare un salto più grande del solito. Fatelo!

     Tutti vogliono cambiare…

in teoria

Per le organizzazioni e le aziende cambiare è praticamente un obbligo per poter continuare a esistere in un ambiente che sarà sempre di più in continua trasformazione. Purtroppo, molte di queste aziende falliscono, perché il loro desiderio di cambiamento è puramente teorico.

Lo stesso principio del dire e non fare si potrebbe applicare a coloro che vogliono cambiare la loro vita ma che fanno poco o niente per rinnovarsi. Vivono una fase di stagnazione perenne e non riescono più a venirne fuori. Questo immobilismo può creare sconforto e frustrazione. Può darsi che le cause siano da ricercare nel contesto nel quale (riferendoci alla congregazione) un proclamatore si rapporta con altri proclamatori. Oppure, certi ostacoli che portano poi all’inattività, dipendono dalle abitudini, dagli atteggiamenti, dai comportamenti e dai modi di pensare.

Si tratta dunque di fattori sia soggettivi, che riguardano il fratello in sé, sia oggettivi, che coinvolgono la guida e la gestione della congregazione. Oggi siamo chiamati ad affrontare soprattutto cambiamenti adattivi e, per affrontarli, si richiede a quelli che hanno la responsabilità di guida, di avere un diverso approccio rispetto a quello di anni fa. Soprattutto si richiedono nuove competenze. Da sempre continuiamo a sostenere che al centro dell’organizzazione ci deve stare il fratello o la sorella, con tutti i suoi bisogni e le sue potenzialità, una organizzazione che non sia servita ma che sia essa a servire i proclamatori.

È vero che un inattivo deve fare ogni sforzo per cambiare atteggiamento e poter così ritornare in congregazione. E invece coloro che hanno la responsabilità di guidarla? Stanno facendo i cambiamenti che molto spesso il corpo direttivo consiglia loro? Seguono in maniera ordinata le direttive nei confronti delle pecore smarrite? Il loro modo di fare è stagnante o innovativo? Le loro abitudini di guidare i fratelli sono sempre le stesse, fatte senza passione, gioia e voglia di innovarsi? Camminano nelle vie di Geova o sono impantanati in uno stagno dalle acque putride?

Chi ricopre un ruolo di sorvegliante, per riuscire a essere un “vero” esempio del cambiamento non deve solo innovarsi, ma deve gestire l’innovazione e i processi che ne sono alla base. L’innovazione, non è solo quella tecnologica, come l’uso dei dispositivi elettronici per studiare le adunanze, ma è fatta di relazioni personali, di qualità spirituali, di riferimenti scritturali, di valori e frutti dello spirito.

Per comprendere i problemi importanti che riguardano i fratelli non più attivi, dobbiamo guardare al di là delle loro scelte, dei loro errori, della personalità e dei fatti che li hanno coinvolti. Dobbiamo guardare attentamente a quel modello che è Cristo.

Il fratello lontano forse non è più quello che era un tempo. Molte cose sono cambiate e quell’approccio di una volta forse oggi non è più adatto. Bisogna capire cosa c’è oggi dietro e non solamente cosa lo ha spinto allora ad allontanarsi. Bisogna abbandonare lo stile “gerarchico” basato sul fare le cose per dovere o perché una circolare dice di farlo. Innovazione vuol dire trasformare l’approccio anziano-inattivo in uno più agile, più vicino, senza mantenere certe distanze. L’inattivo in genere non è un cristiano ostile, altrimenti si sarebbe dissociato.

C’è ancora amore in lui. Il successo dipende molto dal tipo di rapporto che il pastore approccia con la “pecora smarrita”. Innanzitutto non deve essere lui a “smarrirsi” quando si relaziona con un fratello lontano.

L’anziano conosce e sa usare quei termini

e quelle espressioni che creano subito empatia

a vantaggio di una sana relazione fraterna.

Riguardo all’uso corretto delle parole, l’anziano deve stare attento: le parole hanno significati diversi. L’esperienza dei fratelli inattivi è diversa l’una dall’altra. Le parole efficaci, che creano empatia, sono quelle che è bene utilizzare all’inizio di una conversazione, perché hanno il potere di avvicinare e costruire una base comune.

Noi di inattivo.info abbiamo sperimentato personalmente sul campo come alcune parole abbiano sortito degli effetti positivi e altre invece hanno portato a delle incomprensioni.

Piccolo prospetto relazionale per gli anziani di congregazione:

  • NOI. Usare il pronome “noi” può gettare il seme della condivisione tra anziani e inattivi.
  • GRAZIE. Il sentimento della gratitudine è forte per abbassare qualsiasi difesa.
  • CAPISCO. Favorisce la percezione di essere ascoltati e compresi.
  • RISALTARE il punto principale di quello che diciamo, come si fa con i titoli dei giornali.
  • DAVVERO. Questo avverbio rafforza. “Ci tengo davvero a te…”
  • DOPPIA ALTERNATIVA. Serve a orientare il fratello a una conferma: “Preferisci che ci rivediamo giovedì o venerdì prossimo?”

Evitate le parole negative

e le affermazioni

che alzano i muri .

Non usate parole che invece di avvicinare allontanano gli interlocutori. Evitate negli approcci iniziali discussioni su chi ha torto o ragione e le diatribe dottrinali. Per quanto dipenda da voi, siete lì per costruire ponti non per abbatterli.

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