Stiamo diventando sempre più indifferenti?

Chi è indifferente non prova né caldo né freddo di fronte a qualcosa che non desidera o non respinge. Non pende da una parte né dall’altra. Un po’ per abitudine, un po’ per circostanze, non si mostra interesse alcuno, né partecipazione affettiva o turbamento per qualcuno o qualcosa. Insomma, l’indifferenza è il contrario dell’amore altruistico che Gesù insegnò ai suoi discepoli di praticare.

Di indifferenza non piace nemmeno discuterne, perché smaschera chi siamo e come agiamo. L’indifferente è talmente indifferente da essere indifferente pure all’indifferenza.

L’indifferenza può essere l’incapacità di pensare che un fratello sappia farsi carico della nostra condizione e rifiutare il suo aiuto. Soprattutto quello di Dio. A volte fare gli indifferenti è un modo furbesco per non volersi assumere certe responsabilità che Dio ci chiede per il nostro bene. I no hanno un peso grave e pesano più a noi che agli altri.

L’indifferente ha la testa sulle spalle al contrario: la nuca davanti e la faccia dietro. Oppure ha la coscienza piena di cicatrici che lo rendono insensibile e imperturbabile di fronte ai bisogni altrui.

Gesù evidenziò a suo tempo il problema dell’indifferenza. Descrisse un sacerdote e un levita che “videro” per strada un uomo bisognoso e tirarono diritto nonostante le condizioni del mezzo morto. (Luca 10:31,32) Un esempio quello di Gesù che mette in risalto un comportamento che non sceglie, non opera e che sul piano morale indica mancanza di empatia di fronte a situazioni tragiche.

«L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera…è la materia bruta che strozza l’intelligenza…» scrisse Antonio Gramsci. Non lamentiamoci e non piagnucoliamo, se per mancanza di volontà, siamo rimasti indifferenti, senza muovere un dito di fronte a certe ingiustizie o di fronte ai bisogni di un nostro fratello.

L’indifferenza che provano alcuni tdG verso l’inattivo, dipende dalla sua definizione come cristiano secondario rispetto agli attivi, che invece sono primi e vengono prima. Gli inattivi vanno schedati, etichettati e tenuti lontano. Giunti a questo punto, con questi ragionamenti e con le etichette affibbiate, la ‘cosa’ non ci riguarda più. Prima noi e dopo (se è il caso) gli inattivi.

Bell’appunto, come il mezzo morto del sacerdote e del levita, gli uomini religiosi della parabola del samaritano. A certuni non sfugge la condizione dell’inattivo mezzo morto, ma piace stare dall’altra parte del marciapiede. Un’etichetta quella di proclamatore inattivo, dove i fratelli perdono il loro nome, diventano numeri e sono sommersi dall’amore inquinato dell’indifferenza, un amore che si volta dall’altra parte e se guarda, è cieca.

Geova fa il primo passo perché ci ama, perché ha compassione e misericordia, noi invece, facciamo un passo indietro di fronte a certi bisogni dei fratelli lontani. Se fosse per certi pseudo fratelli, alcuni “lontani” sarebbero morti da un pezzo. Quando i fratelli lontani arrivano al pronto soccorso, costoro invece di indirizzarli nel reparto giusto per un intervento urgente, li fanno accomodare direttamente all’obitorio dell’ospedale.

Non diciamo che questi fratelli attivi sono cattivi. No, non sono cattivi, ma indifferenti. Non sanno più cosa sia l’amore. Hanno dimenticato la compassione e la misericordia. Gente buona, che ha un cuore, dove però, l’amore di Dio non è entrato come doveva. Loro sono convinti di avere tutto: l’adunanza, la predicazione, la vita eterna garantita. Non hanno bisogno d’altro perché si sentono soddisfatti di quello che fanno e non di quello che dovrebbero fare.

Non mancano anche tra gli inattivi gli indifferenti. Alcuni non sono da meno agli altri che si reputano attivi. Anche per alcuni di loro ogni scusa è buona per rifiutare la mano che Dio continua a porgere. Criticano i tdG per la loro indifferenza, mentre loro sono indifferenti a Geova.

Dicono che la loro indifferenza sia rivolta all’organizzazione che gestisce i tdG, mica a Geova. Come se Geova fosse un’entità a parte dal suo popolo. Hanno licenziato Dio e credono in un Dio senza arte e né parte, senza patria e senza popolo, senza volto e identità. Praticamente, in un Dio indifferente.

Per nostra fortuna, Geova Dio non è immobile, ma immoto, non è mosso da altri se non da sé stesso, non è condizionato da nessuno nel suo movimento. Dio si è mosso e commosso dell’umanità ferita e bisognosa e si muove ancora oggi. Non ha mai dato le dimissioni.

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