“Sui pastori che tacciono e non difendono il gregge”

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Quando i pastori si nascondono dietro il silenzio, è come se fuggissero all’arrivo del lupo.

Da alcuni giorni infuria una polemica che riguarda i pastori cristiani che tacciono e non difendono il gregge. L’accusa è rivolta ai vertici cattolici per il loro silenzio sulle persecuzioni delle minoranze cristiane in Iraq da parte dei miliziani integralisti islamici dell’Isis. “La voce del Vaticano è stata appena un flebile vagito” accusano gli indignati. Al riguardo, circola sui social network un post su Gregorio Magno.

Si tratta di regole pastorali rivolte ai responsabili delle comunità cristiane di quel tempo, ma che hanno una rilevanza attuale. Il pastore deve mostrare discrezione sia nel silenzio sia nel parlare, affinché “non dica ciò che bisogna tacere e non taccia ciò che occorre dire”. Parlare in modo incauto o mostrare un eccessivo silenzio è sbagliato. A volte, la paura di perdere il favore degli altri impedisce a chi guida il gregge di dire liberamente la verità. Tale modo sconsiderato di agire dimostra che il pastore è visto dal gregge come un mercenario piuttosto come un custode.

Quando i pastori si nascondono dietro il silenzio, è come se fuggissero all’arrivo del lupo”. Chi non protegge le pecore di Cristo è paragonato ai “cani muti che non possono abbaiare, ansimano, giacciono, amano sonnecchiare”, “pastori che non hanno conosciuto come comprendere” (Isaia 56:10,11). Il pastore deve mostrarsi saldo, anche quando è necessario contrastare i poteri forti.

“Infatti, che cos’è di diverso, per un Pastore, l’avere temuto di dire la verità dall’avere offerto le spalle col proprio silenzio? Ma chi si espone in difesa del gregge, oppone ai nemici un muro in difesa della casa di Israele”. Invece di smascherare le colpe, tali pastori, allettano inutilmente con parole carezzevoli e promesse di sicurezza i peccatori. Inoltre, le guide delle anime devono mostrare sollecita cura evitando discorsi contorti, prolissi e disordinati, perché ciò che si dice in maniera loquace e inopportuna, sminuisce il valore del Cristo nel cuore di chi ascolta.

Il coraggio è una forza spirituale, emotiva e morale che permette di parlare e agire senza paura. Chi ha coraggio è disposto a soffrire per ciò in cui crede. La libertà di parola è legata all’insegnamento. Gli ascoltatori, anziché essere turbati da un cattivo esempio, sono incoraggiati vedendo l’insegnante applicare per primo quanto insegna.

Questa libertà permette a quelli che sono spiritualmente qualificati di ‘ristabilire il proprio fratello’ prima che un problema si aggravi. (Galati 6:1) Una persona che non dà il buon esempio invece può esitare a dare consigli perché comprende di non averne diritto. Il ritardo nel dare i consigli necessari può avere conseguenze disastrose.

Il pastore che rimane in silenzio quando deve parlare in difesa della pecora non è degno di rimanere in quel posto. “Pascete il gregge di Dio affidato alla vostra cura, non per forza, ma volontariamente, né per amore di guadagno disonesto, ma premurosamente”. — 1 Pietro 5:2. In questo modo si eviteranno “flebili vagiti”.

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