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Dicono di amarti e ti criticano

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L’effetto pecora nera

Si dice che in ogni famiglia c’è sempre una pecora nera, riferito a quel familiare che non segue la tradizione e le abitudini, non condivide gli interessi e non si lascia facilmente addomesticare. Anche all’interno della congregazione quando qualcuno recalcitra, viene considerato una pecora nera.

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DISCIPLINA

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I responsabili devono agire con fermezza verso i comportamenti gravi, facendo prevalere dove è possibile la misericordia sulla giustizia.

I comportamenti che la Bibbia definisce “opere della carne” (Gal.5:19-21) se trascurati e percepiti come tollerati possono produrre effetti negativi nella congregazione. E’ giusto quindi intervenire con tempestività per riportare tutto sulla giusta via. I valori cristiani necessitano una protezione da atteggiamenti e comportamenti antiscritturali.

Il rispetto reciproco, la salvaguardia dell’autorità e l’etica delle proprie responsabilità vanno condivise da tutti i componenti della congregazione ed è appropriato che ci siano cristiani preposti a custodire tali valori. Dinanzi a opere contrarie a questi principi è giusto perseguire chi non li pratica, senza per questo

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Le opinioni non si condannano, si discutono

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Le disposizioni sbagliate rischiano di produrre effetti opposti a quelli che si prefiggono.

E’ sbagliata la disposizione di mettere a tacere le opinioni diverse da quelle del gruppo, di un leader o di una classe dirigente. Le idee o le tesi inconsistenti che non hanno una base di verità o che risultino illogiche e insensate, per quanto moralmente abiette, razionalmente ridicole e insostenibili sul terreno spirituale, vanno combattute con ragionamenti scritturali, prove ragionevoli e con altre opinioni accettabili e inconfutabili. L’opinione non è mai un reato e sopprimere la libertà di chi la esprime non fa altro che alimentare un’idea che si ritiene sbagliata in partenza.

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Perdersi e ritrovarsi

pascilemiepecorelleGesù disse a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di questi?” Gli disse: “Signore, tu sai che ho affetto per te”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. – Giov. 21.15

Prima di fare alcune riflessioni su questa conversazione tra Gesù e Pietro, è bene ricordare il contesto che precedette la morte di Gesù. Se Pietro fosse stato davanti a un comitato giudiziario per essere giudicato di alto tradimento e per aver ripudiato Gesù, i capi di accusa sarebbero stati pesantissimi:

1. Abbandono e fuga dal Getsemani, dopo aver rischiato di provocare gravi disordini con la reazione inconsulta della spada;

2. Eccesso di difesa e gravi lesioni allo schiavo del sommo sacerdote;

3. Mancanza di coraggio e di spirito di iniziativa nell’impostare la difesa di Gesù nel rispetto della legge;

4. Messo nella condizione di confessare apertamente chi era Gesù, l’imputato rinnega vergognosamente il Figlio di Dio, in circostanze banali dove non c’era alcun bisogno di farlo;

5. Non ha fatto nulla per salvare Gesù. Sarebbe bastato radunare alcuni testimoni per farli parlare, radunare gli altri apostoli e far suscitare alla folla di seguaci un’opinione pubblica favorevole al fine di ottenere il rinvio del processo e attendere che non fosse Pilato e il Sinedrio a giudicarlo, ma un giudice onesto e imparziale. Egli era l’unico che in quei momenti concitati aveva il dovere di farlo. Eppure non lo ha fatto, lasciando ai farisei di farlo in versione accusato

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