Posts Taggati ‘padre’

Il ritorno al padre del figlio smarrito

«Dammi la parte che mi spetta»

 Il figlio minore reclama il diritto a ricevere subito la parte dell’eredità che gli spetta schierandosi apertamente contro la Legge ebraica che imponeva che l’eredità potesse essere divisa solo dopo la morte del padre. La sua domanda è fin troppo esplicita e la sua forma è imperativa: «Dammi!». E’ una pretesa che non rispetta l’autorità del padre e preclude ogni forma di dialogo. E lui non si appella alla legge per rivendicare un suo diritto, concede al figlio parte della sua eredità pur essendo ancora in vita. La Legge prevedeva che un figlio ostinato e ribelle fosse lapidato. (Deut. 21:15-21)

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L’abbraccio di Geova

Rembrandt, il pittore della Bibbia

Può una celebre tela di Rembrandt proiettare l’osservatore in un lungo viaggio spirituale?

Visitando i più grandi musei d’Europa, mi sono imbattuto spesso nei dipinti di Rembrandt. Sono stato anche nella casa dove l’artista olandese visse, oggi adibita a museo personale. In questi anni ho potuto osservare molte delle sue opere, in particolare quelle con soggetti biblici. Non è un caso che Rembrandt sia definito “il pittore della Bibbia”. Tra le sue opere, quella che più mi affascina è senza dubbio la più conosciuta Il ritorno del figlio prodigo, esposta all’Ermitage di San Pietroburgo.

 

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Il cuore di Geova è in festa per ogni figlio che ritorna

gesabbracciaagnello«Facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto, ed è stato ritrovato». – Luca 15:23,24.

Dio non dimentica i suoi figli perduti, le sue monete smarrite, le sue pecore perse e abbandonate. Egli è fedele al suo amore e quando ritorniamo a lui, ci accoglie con calore e affetto nella sua casa. Geova non smette mai di cercarci, neppure per un momento. Il suo cuore è in festa per ogni figlio che ritorna. E’ in festa perché da tanto tempo aspetta questo momento. Dio è colmo di gioia quando suo figlio ritorna. Lo abbraccia, lo bacia, lo stringe forte a sé.

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«Chiamatemi Carruba»

carruba

«Chi sei? Da dove vieni?» gli chiese il suo soccorritore.

«Carruba non è il tuo vero nome! Perché vuoi essere chiamato così?», aggiunse l’uomo che lo raccolse per la strada, sfinito e lacero.

«La carruba è stata il mio cibo. La mangiavo insieme ai porci e mi ha tenuto in vita non ricordo più per quanto tempo», rispose il vagabondo, con voce tremante e consumata.

Il suo aspetto era quello di uno straccione. La pelle del suo viso era segnata dal sole orientale e dagli stenti. La veste che indossava era ridotta a brandelli. Le mani e i piedi erano sporchi e sanguinanti, mentre la testa era mal rasata, i pochi capelli sudici. Dimostrava molti più anni di quelli che aveva. Fiacco e malaticcio pareva ancor più smagrito ed emaciato. Era pallido e le labbra gli tremavano come se avesse la febbre. Non riusciva a stare in piedi e la testa gli pendeva per terra fino a toccare la polvere con la fronte.

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