Testimoni malinconici

melencolia

Cari fratelli, credete che la depressione non è un problema che riguarda i Testimoni di Geova? Vi sbagliate di grosso.

Dal 4 al 6 dicembre, in occasione della XVII Settimana di Alti Studi Rinascimentali, si è tenuto presso i Palazzi Schifanoia e Bonacossi di Ferrara il convegno: La “Melencolia” di Albrecht Dürer cinquecento anni dopo (1514-2014), che ha visto la partecipazione di noti studiosi di fama internazionale. Il convegno è stato inaugurato da Marco Bertozzi, direttore dell’Istituto Studi Rinascimentali di Ferrara e dal filosofo Massimo Cacciari. Secondo Bertozzi, alcune testimonianze danno per certo il passaggio di Dürer nella città ferrarese durante il suo viaggio in Italia tra il 1505 e il 1507. Fra le collezioni di stampe, di proprietà dei Musei Civici ferraresi, è conservato un esemplare di Melencolia I.

L’opera è un capolavoro d’incisione, la cui tecnica straordinaria, rivela dell’autore tedesco una cultura e un’intelligenza fuori dal comune. Si tratta di una raffigurazione enigmatica, i cui elementi che la compongono hanno avuto nel corso dei secoli diverse interpretazioni. Forse è per questo motivo che suscita grande interesse e curiosità.

La malinconia è un tema universale, di difficile analisi e forse, per molti versi, ancora non interpretabile. Sulla malinconia sono stati scritti, nel corso dei secoli, voluminosi tomi di letteratura e medicina. La malinconia continua a stimolare tuttora la curiosità e l’interesse di psichiatri, psicologi, psicoanalisti, storici della medicina e della scienza, medici legali, giuristi, religiosi.

Il titolo Melencolia deriva dal termine greco mèlanos (nero) e cholè (bile) “bile nera”. Il significato della parola va dal semplice stato d’animo momentaneo a una forma anche grave di depressione. La malinconia è la malattia preferita dagli artisti. Melencolia è una figura alata, ritratta da Dürer in un luogo solitario, privo di calore umano. Siede pensierosa e inattiva. E’ accompagnata da un putto assorbito nel suo lavoro e da un bracco denutrito. Il suo aspetto è poco curato. La figura è assorta nei suoi pensieri, la testa è appoggiata su una mano, mentre nell’altra tiene un compasso. I suoi occhi sono fissi, lo sguardo accigliato. Il suo infelice stato d’animo, si riflette negli oggetti sparsi per terra in modo disordinato. La figura, metà donna metà angelo, allude alla condizione terrena e spirituale dell’uomo. La malinconia raffigurata è più che desta. Ai suoi occhi (spesso definiti specchio dell’anima) le attività di un tempo sembrano aver perso il valore che le ha contraddistinto. La sua energia è paralizzata non dalla pigrizia ma da pensieri che la affliggono interiormente. Sembra attendere un gesto, una forza, un’ispirazione che dia un significato alla sua esistenza. E’ lo stesso Dürer che, in uno dei suoi tanti scritti, suggerisce come solo la potenza dell’arte può liberare gli uomini dall’apatia. Melencolia è un’opera geniale perché riesce a cogliere nella sua drammaticità il momento in cui creatività e forza interiore rischiano di separarsi, l’attimo in cui la genialità inizia a oscillare tra ispirazione creativa e stato malinconico. Melencolia rappresenta un essere pensante in uno stato di perplessità. Non fissa nessun oggetto raffigurato, ma è posta in un’interminabile attesa su un problema che le impedisce di attivarsi.

La malinconia è una condizione dolorosa, si fa fatica a capire e a sentire. Il senso della vita fugge. Chiamata oggi depressione, insorge nei momenti di nostalgia, sconforto, separazioni, abbandoni, rimproveri, solitudine, ricordi felici o tristi, o nei momenti estremi della nostra esistenza. Quando penetra nell’animo di una persona, condiziona il senso della propria vita, togliendo la gioia e la voglia di vivere. Le cause, purtroppo, sono ancora ignote.

“Parlate in maniera consolante alle anime depresse”

Il convegno tenuto a Ferrara sulla Melencolia I di Albrecht Dürer è un’occasione per Inattivo.info per descrivere l’opera e per fare alcune riflessioni sull’inattività di un proclamatore, sulla congregazione e il corpo degli anziani. L’inattivo vive momenti in cui la sua percettività, libera e senza allineamento interiore, gli procura molta sofferenza. Si sente come uno spirito condannato alla ricerca continua di risposte che diano un significato alla vita. E’ come un’anima affetta da un’inguaribile febbre creativa. La sua mente è freneticamente rivolta alle cose spirituali, mentre il suo corpo è immobile. Infinito e finito si rincorrono nei suoi pensieri. La sua può essere una solitudine creativa oppure depressiva. Per alcuni, precipitare in questo stato significa disperazione, per altri, invece, può rivelarsi un’occasione per scoprire nuove attività, percorrere altri sentieri. L’inattivo non è accettato dalla maggior parte della congregazione (se malinconico, ancora peggio) in virtù di un atteggiamento recessivo, di ritrazione dalle attività teocratiche. Egli non s’immette ubbidientemente e sottomesso nelle fila ordinate dei proclamatori. La sua assenza alle adunanze e la non partecipazione alla predicazione sono percepite come una minaccia o una forma subdola di ostilità nei confronti dell’Organizzazione e in particolare degli anziani. Pur essendo ancora un fratello ordinato è considerato un disordinato, un soggetto che sovverte l’ordine delle cose e delle buone abitudini. Egli “semina peste emozionale” in una religione che è più potere che fede. Invece di cercare queste persone, i membri della congregazione, in particolare il corpo degli anziani, considera l’inattività, l’anticamera della dissociazione.

La depressione, non riguarda solo gli inattivi o quelli che si sono allontanati per sempre da Geova, ma chiunque in congregazione, tranne gli ignoranti. Il ministero della Bibbia, così com’è esposto alla vita di ogni proclamatore, fa sì che ogni parola e azione siano vissute con intensità. I cambiamenti radicali di vita richiesti e l’adeguamento a volte forzato a concetti e credenze particolari, richiedono sforzi psichici non indifferenti. Cercare di non ferire le coscienze deboli e stare attenti a non farsi ferire la propria, è una lotta continua. Sentirsi ripetere continuamente di “non appartenere a questo mondo” può indurre alcuni a perdere il senso della realtà. Frenare i maniaci propagandisti delle ore di predicazione e delle mete impossibili non è facile per nessuno, soprattutto se questi sono caratterizzati da rigidezza mentale e da spirito conflittuale. E’ scoraggiante convivere con i refrattari all’incoraggiamento e con i paranoici di regole assurde e fuori da ogni logica. Cari fratelli, credete che la depressione non sia un problema che riguarda i Testimoni di Geova? Vi sbagliate di grosso (1 Tessalonicesi 5:14). Ogni aspetto esteriore “felice” può nascondere un disagio interiore (Proverbi 14:13). Un potere teocratico in mano a individui del genere svuota la propria personalità cristiana e la rende frustrata, avvilita e malinconica (Proverbi 11:14). Quando ogni iniziativa personale è soppressa ed è guidata da rigide regole, è a vantaggio soltanto di quelli non in grado di gestirsi da soli e bisognosi di regole che ricordino loro cosa è giusto fare  o non fare. Non meravigliatevi se poi molti fratelli, saturi di quest’ambiente, abbandonano disperatamente la congregazione. Anche se non si conoscono ancora le cause della malinconia, c’è da chiedersi: “Quanti sono diventati depressi per colpa di chi gestisce in malo modo l’autorità nelle congregazioni?”.

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