TORNARE A DIO DOPO DIO

anateismo

Kearney suggerisce la possibilità di una terza via tra il teismo e l’ateismo. Egli chiama questa opzione Ana-teismo.

“Cosa viene dopo Dio?” “Dopo essersi allontanati da Dio, cosa succede a coloro che sono ancora alla ricerca di Dio?” A queste e altre domande risponde il filosofo irlandese Richard Kearney, nel suo libro Ana-teismo tornare a Dio dopo Dio.Ana, in greco significa oltre che salita, anche inversione, ritorno.  Anateismo è un atteggiamento che accompagna ogni fede ritrovata ed è messo in relazione con un modo del tutto nuovo di cercare quel sacro che spesso non si riesce a penetrare o a dimostrare completamente. Secondo l’autore, la comparazione di religioni diverse crea una dimensione di vuoto e di incertezze. Solo se si ammette di non conoscere Dio in termini assolutistici si può iniziare un nuovo rapporto con lui. Non bisogna aver paura di sospendere i dogmi precedenti per discutere ciò che è considerato estraneo. L’uomo ha una componente spirituale che in alcuni casi non riesce a sentire o a vedere in modo chiaro. Un esempio biblico che l’autore cita a sostegno di questa tesi è l’episodio in cui Giacobbe lotta con un estraneo per tutta la notte. Solo all’alba, si rende conto di aver visto Dio “faccia a faccia”.

Seguendo il ragionamento di Kearney, l’esperienza anateistica è accessibile a chiunque abbia sperimentato momenti di profondo smarrimento. Momenti che si possono cogliere nel vuoto della malinconia, nel dolore di una perdita della persona cara o durante un periodo di depressione. Nessuno è dispensato dal vivere questi momenti di non-sapere. E’ il peccato che secondo la Bibbia “facilmente ci avvince”. (Ebrei 12:1) O per dirla come Dostoevskij “La fede sincera passa attraverso il crogiolo del dubbio”.

Secondo il parere di Kearney, l’anateismo è una “ripetizione” in avanti, cioè una scelta che opera sia prima sia dopo. E’ un invito ad aprirsi al nuovo, a rivisitare Dio dopo aver preso coscienza di un modo radicato di pensare. Si deve conoscere lo straniero per palesare una verità palesata. Paolo, vittima di uno zelo mal riposto basato sulla tradizione, ebbe bisogno di una visione soprannaturale per accettare ciò che non conosceva e che perseguitava. Predicando agli ateniesi parlò loro di “un Dio sconosciuto”, ma non irraggiungibile o incomprensibile. Nel capitolo L’ospite inatteso, Kearney riporta alcuni brani biblici per suffragare il suo ragionamento sull’anateismo. È citato l’incontro di Abramo con tre uomini forestieri. Egli si sofferma sul modo con il quale Abramo si rivolge a questi uomini. Durante la conversazione, Abramo passa dal plurale al singolare come se si trattasse di un solo ospite, Dio stesso. Abramo accetta l’estraneo e scopre Dio. Lui stesso è considerato il nomade per eccellenza (Genesi 23:4). Egli è estraneo agli uomini e ai luoghi, dove si accampa. Eppure, anche lui sperimenta la tentazione di chiusura all’estraneo cacciando la sua serva e suo figlio. Leggendo le Scritture Ebraiche ci si rende conto quanto sia difficile scegliere tra l’ospitalità e l’ostilità. In Esodo 22:21 si legge: “Non devi maltrattare il residente forestiero né lo devi opprimere, perché diveniste forestieri in Egitto”. Quando devono rapportarsi con gli stranieri, Dio intima giustizia agli israeliti (comandi spesso disattesi). L’ospitalità non nasce spontanea, richiede fiducia. La storia d’Israele è caratterizzata da conflitti violenti e da abbracci pacifici: lo straniero si accoglie o si respinge. Maria è profondamente turbata dalle parole dell’angelo. Nonostante tutto sceglie la grazia invece della paura. Cristo deve rassicurare più volte i suoi discepoli, considerati futuri cittadini del Regno dei Cieli, ma stranieri temporanei in questo mondo. Gesù deve morire altrimenti il seme non può germogliare. Ana-theos: il ritorno a Dio dopo la morte. Se si vuole ritornare a Dio, deve morire tutto ciò che pregiudica il nuovo. “Ero residente forestiero e mi avete ospitato” disse Gesù. L’amore per l’ospite diventa amore per Dio. Il prossimo nella parabola del buon samaritano è lo straniero che presta soccorso. Dei dieci lebbrosi guariti, solo un samaritano (considerato straniero dagli ebrei) ringrazia Gesù per averlo guarito.

L’autore incoraggia i lettori a non aver paura di quello che non si conosce. Lottare contro le pressioni della notte oscura è una sfida necessaria. Per ritornare a una seconda luce o a una rinascita spirituale si deve attraversare l’oscurità, lottare contro i pregiudizi, l’ignoranza e rinunciare a ogni rigido fondamentalismo. Al centro del pensiero di Kearney: “L’assoluto richiede il pluralismo per evitare l’assolutismo”.

Attraverso il disorientamento può dunque nascere un riorientamento capace di prendere sul serio le novità, impegnandosi a rivisitare il proprio credo religioso sotto una nuova luce. In questa prospettiva, cercare Dio dopo Dio si può interpretare come un desiderio di ritrovare una relazione autentica con lui: una relazione diversa dalle “liturgie senza trascendenza” e da un modo di adorare Dio senza Dio. Si possono cercare le tracce di Dio non nelle scuole di pensiero teologico e filosofico, ma nella semplicità della vita di ogni giorno, nell’apertura all’altro sconosciuto e nell’appagamento del desiderio per le cose spirituali.

A pag. 221 del suo libro, Kearney scrive: “L’anateismo non propone un nuovo Dio, una nuova fede, una nuova religione; ci invita semplicemente a vedere ciò che è sempre stato presente, disponibile una seconda volta (ana)”.

Ci chiamiamo fratelli e chissà se ci conosciamo davvero come fratelli e sorelle. Serviamo lo stesso Dio eppure siamo così diversi nel servirlo. Crediamo di adorare Dio con fede ma non sempre è così. Nonostante tutto, Dio è sempre lo stesso Dio. Lui non cambia, salvo che non sia lui a volerlo. Egli può concedere a chiunque lo desidera una seconda disponibilità per ritornare a lui, provvedendo, se necessario, una fede oltre la fede. Una fede vitale in grado di tornare a Dio dopo Dio.

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