“Tu che giudichi sei innocente?”

l'adultera              Nicolas Poussin, Cristo e l’adultera, Parigi, Museo del Louvre

Gesù ribalta il vecchio metodo di giudicare, quello che non esplora la coscienza del colpevole ma scandaglia quella del giudice.

Prima ancora del perdono c’è lo smascheramento degli accusatori. Messi di fronte alla loro coscienza sono fuggiti. Si fugge sempre da questa domanda quando si accusano gli altri.

Stanno portandola con forza davanti al Sinedrio per giudicarla di adulterio. Era stata scoperta in flagrante. Secondo il Levitico deve essere messa a morte insieme al suo complice. Dell’uomo non si sa nulla. Prima di consegnarla al Sinedrio si servono di questa donna per mettere alla prova Gesù. E’ una di quelle domande che qualsiasi risposta si da, si sbaglia sempre. I dottori della legge conoscono bene ciò che dice la Legge in questo caso, ma si fingono ignoranti e ansiosi di ricevere un consiglio da Gesù. In realtà Gesù non li guarda nemmeno. Rimane in silenzio, chino a scrivere per terra. E’ un diversivo per esaurire l’agitazione della folla e per far scendere il silenzio su quella clamorosa vampata di scandalo, sovreccitazione degli animi e fretta di condannare. Gesù, ora, non risponde ma invita quelli senza peccato a scagliare la prima pietra, come prescrive la legge sulla lapidazione. Poi torna a sedersi. I primi a scappare sono gli anziani cioè quegli uomini autorevoli e poi tutti gli altri. Questa folla è delusa e scornata.

Gesù ribalta il vecchio metodo di giudicare, quello che non esplora la coscienza del colpevole ma scandaglia quella del giudice. Il silenzio è calato. Sono rimasti solo Gesù e la donna. “Non peccare più”, con queste parole, Gesù la congeda. E lei se ne va, custodendo nel suo cuore il segreto di una legge nuova: quella che invece di punire il colpevole, cerca di cambiarlo. (Giovanni 8:1-11)

I vangeli non dicono cosa accadde poi all’adultera. Tutto fa supporre che non sia stata processata. Gli anziani autorevoli staccandosi da lei hanno rinunciato all’azione giudiziaria. “Io non ti condanno” sentenzia Gesù. La folla l’aveva già condannata a morte. Gesù le parla con rispetto e compassione, come a una persona e non come a un condannato. Libera così la donna da ogni soggezione che la colpevolizza, ma non per questo incapace di esprimere sentimenti umani. La giustizia di Gesù non mira alla condanna ma alla redenzione. In quel tempo gli accusatori dovevano avere la certezza del reato per scagliare la prima pietra sul condannato alla lapidazione. Farlo era un obbligo e dovevano assumersi la pesante responsabilità fino in fondo. Non lo hanno fatto. Con la semplice frase: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, Gesù costringe gli accusatori a rivedere il loro concetto di peccato, che non è solo una violazione della Legge ma è soprattutto una mancanza di amore: verso Dio – “Ama Dio con tutto il tuo cuore…” – e il prossimo. Ciò che conta per Gesù è lo spirito della Legge con la quale essa va applicata. Nasce da qui l’imbarazzo degli accusatori. Un problema di coscienza su quello che doveva essere un cavillo per intrappolare Gesù, coinvolge e manda ora in crisi gli anziani e la folla. Gesù con le sue parole non condanna la Legge Mosaica ma l’interpretazione letterale che ne tradisce lo spirito: non forcaioli giustizialisti ma clemenza per i trasgressori.

Gesù contesta la cosa più importante: essi non sono in grado di giudicare l’essenza e l’intimo della coscienza. Questo diritto compete a Dio che conosce la profondità del cuore umano. Una buona legge deve distogliere dal male e indirizzare al bene, garantire la giustizia senza trascurare la misericordia. La misericordia esulta trionfalmente nei luoghi di giudizio.

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