Ubbidienza all’autorità e responsabilità etica

Il Dpcm, non è una legge, ma un decreto amministrativo emanato dal Presidente del Consiglio e serve per attuare determinate norme o regolamenti. Ne abbiamo sentito parlare spesso in questi giorni di epidemia diffusa. 

Queste normative sono rapide e adatte a fronteggiare situazioni di emergenza. Spesso vengono coinvolti esperti del settore, tecnici e studiosi della materia (come sta accadendo adesso con una task force di esperti), ma non coinvolgono il Parlamento, e quindi sono espressione della volontà della sola maggioranza politica.

Invece, il decreto legge presuppone una situazione estremamente urgente, come catastrofi naturali o epidemie. Esso, a differenza del Dpcm, è più garantista perché implica il dialogo e la collaborazione con l’opposizione politica.

I vari Dpcm emessi in questo periodo dal governo hanno suscitato un vespaio di polemiche. Per alcuni c’è un’evidente patologia nel rapporto tra il governo e i cittadini, perché la sfera di attività umane è così vasta che è impossibile regolare ogni rapporto per contenere la diffusione del contagio.

Inoltre è impossibile regolare e modellare con decreti ministeriali le abitudini sociali, le esigenze materiali e spirituali della collettività o della singola persona. Le polemiche scaturiscono dal fatto che questi atti governativi aprono e chiudono, concedono e vietano, impongono e consigliano, esortano e raccomandano.

Non va giù che il concetto di autodeterminazione, quale espressione naturale e libera di ogni persona, sia stracciato da un giuridicismo estremo. Secondo molti, i Dpcm violano la libertà di ogni individuo di scegliere come comportarsi durante la giornata, in casa, per strada, nel lavoro, nelle scuole, nei negozi, nei parchi e nei mezzi di trasporto.

I vari divieti di spostarsi, di distanziarsi, di stranutire, di soffiarsi il naso, di come correre, quale congiunto visitare, che tipo di funerale fare, se tenere le funzioni religiose e in che modo farlo, come entrare in un supermercato, come lavorare nelle fabbriche e negli uffici, sono provvedimenti che ricordano le regole dei farisei al tempo di Gesù.

Il problema di alcuni giuristi è che pensano che le abitudini si possono cambiare a colpi di decreti. Ad alcuni sembra di vivere nel I secolo, dove le leggi farisaiche decretavano come comportarsi in ogni aspetto della vita. Per altri invece sono norme che garantiscono una certa sicurezza dal contagio, determinanti per salvare vite umane.

Comunque, è evidente che sta crescendo una certa insofferenza nei confronti di tutti questi decreti. Sono corrette le grida di chi pensa che questi atti governativi sono anticostituzionali perché violano la libertà dell’individuo?

Gustavo Zagrebelsky

Il cittadino dovrebbe essere un buon “osservante” dei decreti governativi? Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte costituzionale, in un articolo pubblicato da Repubblica, dice che «è tutta una questione di etica». (Vedi articolo in fondo)

Noi di inattivo.info abbiamo semplificato il suo pensiero e ci siamo soffermati su alcuni punti che ci sembrano illuminanti sul concetto di ubbidienza alle autorità religiose e le responsabilità individuali.

Per Zagrebelsky, una cosa è l’ubbidienza, altra cosa è la responsabilità. La prima è giuridica, la seconda è etica. Si promuove l’ubbidienza in maniera diversa da come si muovono le responsabilità. La responsabilità implica doveri autonomi. Mescolare ubbidienza e responsabilità è contrario alla natura di entrambe. Chiamare a ubbidire e sollecitare di farlo con responsabilità non è la stessa cosa.

Per Zagrebelsky, bisogna dare a ciascuno il suo: al governo le prescrizioni di vietare, imporre e consentire, alla società quella di promuovere l’etica della responsabilità.

Molto si dibatte sui social sulle disposizioni che provengono dal Corpo direttivo e che hanno come obiettivo quello di regolare le attività teocratiche che coinvolgono la vita di milioni di Testimoni di Geova.

Per gli oppositori la mano del Corpo direttivo nella sfera di ogni singolo TdG è palese, e secondo costoro mira a impadronirsi delle libertà di scelta. Il Corpo direttivo viene visto come una sorta di “grande fratello” che vigila e controlla, per mezzo degli anziani, la vita di ogni TdG. E chi non ubbidisce alle direttive viene espulso dall’organizzazione.

Zagrebelsky è convinto che c’è differenza tra ubbidienza e responsabilità etica. Ambedue hanno una legittima collocazione in posti differenti. Nel nostro caso, al Corpo direttivo il compito di emanare una normativa che miri al miglioramento spirituale di ogni membro, a metterlo in sicurezza dai pericoli che minacciano la sua fede e a espletare in condizioni accettabili le responsabilità cristiane.

Le disposizioni del Corpo direttivo vengono accettate volontariamente con piena coscienza da ogni membro attraverso la dedicazione e il battesimo pubblico. Con questo atto ufficiale di ubbidienza il cristiano TdG accetta i dettami biblici del Corpo direttivo che ne garantiscono la tutela legale e spirituale.

In conclusione, ogni TdG mostra ubbidienza alle linee guida del Corpo direttivo (vietare, consentire e imporre), ma le responsabilità di ogni singolo Testimone devono essere di natura etica, cioè seguire un comportamento ineccepibile, secondo quanto stabilito nella Parola di Dio. Le due cose, se fatte in armonia con il pensiero di Dio non contrastano fra loro, pur nella diversità dei ruoli.

L’uno, il Corpo direttivo emana decreti dal punto di vista della Bibbia, ma ha anche la responsabilità etica di dare l’esempio nel mettere in pratica quanto stabilisce e l’altra, la congregazione mondiale, ha la responsabilità di praticare moralmente e spiritualmente i principi cristiani, ubbidendo a Dio quale autorità suprema.

 

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APPROFONDIMENTO:

Diritti e doveri cristiani

La consapevolezza dell’etica morale e spirituale diffusa nelle congregazioni alla fine esprime cristiani migliori.

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