Un grande scrittore, religiosamente depresso e disassociato

Tolstoj

Si considerava privo di ogni valore e scorgeva due sole possibilità  per redimersi: il suicidio o la fede in Dio. Alla fine sceglierà la fede.

Sono stato battezzato e educato nella fede cristiana ortodossa. Me la insegnarono fino dall’infanzia e durante tutto il periodo della adolescenza e della prima giovinezza. Ma quando, a diciotto anni, abbandonai l’università al secondo corso, io non credevo ormai più a nulla di quello che mi avevano insegnato. A giudicare da alcuni ricordi, non ho neanche mai creduto seriamente, avevo soltanto fiducia in quello che mi insegnavano e in quello che professavano davanti a me i grandi; però quella fiducia era molto vacillante“.

Fu uno scrittore di successo. Le sue opere lo resero famoso in tutta Europa. Condusse gran parte della sua vita felicemente. Ricco e famoso, visse nell’agiatezza e nella serenità. Finché, un giorno, poco dopo i cinquant’anni, cominciò a credere che la sua vita non avesse alcun senso e la soddisfazione che derivava dagli agi e dai successi si trasformò in tristezza e angoscia.

Non ero malato né di corpo né di spirito, ma al contrario godevo di una forza morale e fisica… avevo una moglie buona, che mi amava e che io amavo, dei bravi figlioli, una grande proprietà, … ero rispettato dagli amici e… potevo ritenere, senza particolare vanteria, di aver raggiunto la celebrità.

Indagò in maniera profonda l’Ecclesiaste e i pensieri di Schopenhauer, Buddha e Socrate. Tentò più volte il suicidio ma non ci riuscì mai. In quel periodo di crisi interiore, cercò di riavvicinarsi alla Chiesa Ortodossa, ma ebbe forti conflitti con le gerarchie che si consideravano superiori agli altri cristiani. Inoltre contestò alcune dottrine fondamentali, scrivendo saggi polemici contro di esse. La sua è una visione antidogmatica, fondata sulla ragione e contro ogni potere religioso e istituzionale. Secondo lui, ogni autorità che si frappone tra l’uomo e Dio ostacola la libertà dell’individuo. Fu scomunicato e in seguito abbracciò una fede personale, una sorta di cristianesimo anarchico pacifista, una fede dai valori etici, vissuta al di fuori delle Chiese ufficiali, dal clero e dai dogmi religiosi. Quel tormento interiore, raccontato dettagliatamente nella sua Confessione, che sconvolse l’opinione pubblica in Russia e in Europa, lo spinse a un profondo cambiamento della sua esistenza: rinnegò il suo passato di scrittore e le sue opere. A causa di contrasti familiari, decise di allontanarsi dalla moglie e dai figli, per trascorrere gli ultimi anni della sua vita in isolamento. Rinunciò a una vita agiata e ai suoi beni materiali. Si avvicinò alla vita di campagna e osservò come le persone semplici, povere e con tanta fede in Dio, vivevano e morivano serenamente. Riguardo a questi uomini scrisse:

Ed io fui preso da amore per quegli uomini. Quanto più penetravo nella loro vita di uomini viventi e nella vita degli uomini che erano già morti, dei quali leggevo o sentivo raccontare, tanto più io li amavo, e tanto più mi diventava facile vivere.

Considerò la semplicità della fede, la risposta più soddisfacente alle sue inquietudini. Ormai prossimo alla fine, confida alla figlia questo pensiero:

Dio è quell’infinito Tutto, di cui l’uomo diviene consapevole d’essere una parte finita. Esiste veramente soltanto Dio. L’uomo è una Sua manifestazione nella materia, nel tempo e nello spazio. Quanto più il manifestarsi di Dio nell’uomo (la vita) si unisce alle manifestazioni (alle vite) di altri esseri, tanto più egli esiste. L’unione di questa sua vita con le vite di altri esseri si attua mediante l’amore. Dio non è amore, ma quanto più grande è l’amore, tanto più l’uomo manifesta Dio, e tanto più esiste veramente.

Un’esistenza in continua ricerca, quella di Lev Nikolàevič Tolstoj, scrittore e filosofo russo. Una figura di spicco nel panorama letterario di quel tempo, che tutta la Russia e l’Europa ammirava, ritenendolo un maestro di saggezza, un proclamatore di una vera vita evangelica, un infaticabile avversario di ogni tirannia. Tolstoj fu uno scrittore dotato di una straordinaria capacità di descrivere i sentimenti più profondi del cuore. Una personalità forte, assetata di conoscenza. Durante la sua ricerca di Dio, egli racconta alcuni particolari della sua depressione religiosa.

Cinque anni or sono cominciò a succedermi qualcosa di molto strano: cominciarono a prendermi da principio dei momenti di perplessità, delle interruzioni di vita, quasi che non sapessi come vivere, cosa fare, ed io mi smarrivo, piombavo nello sconforto. Ma questo passava ed io continuavo a vivere come prima. Poi questi momenti di perplessità cominciarono a ripetersi sempre più spesso e sempre nella stessa forma. Questi arresti di vita si esprimevano sempre con le medesime domande: Perché? Ebbene? E poi?

La vita di Tolstoj, con il suo amore grande come l’oceano, dovrebbe servire da faro e da inesauribile fonte d’ispirazione, per inculcare in noi questo vero e più alto tipo di ahimsa [non violenza]. (Gandhi)

All’inizio, Tolstoj pensò che non sarebbe stato difficile uscire da quello stato di angoscia, anzi s’illuse di poter continuare a vivere ignorando quel malessere. Quando le cose precipitarono, incominciò a preoccuparsi seriamente del problema.

Accadde ciò che accade a chiunque si ammali di una malattia interna mortale. Dapprima compaiono trascurabili sintomi di malessere a cui il malato non fa attenzione, poi tali sintomi si ripetono sempre più spesso e confluiscono in un’unica sofferenza ininterrotta. La sofferenza aumenta e il malato non fa in tempo a guardarsi intorno e ormai si accorge che ciò che aveva preso per un malessere è la cosa per lui più importante al mondo: è la morte.

Fermarsi non poteva e neppure tornare indietro, né tantomeno chiudere gli occhi per non vedere. Desiderava la morte, ma era paralizzato dalla paura di morire.

Ecco quel che era terribile. E per liberarmi da questo terrore io volevo uccidermi. Provavo terrore dinnanzi a quel che mi aspettava, sapevo che questo terrore era più terribile della mia stessa situazione, ma non potevo scacciarlo e non potevo aspettare pazientemente la fine. Per quanto fosse convincente il ragionamento che tanto una vena nel cuore si sarebbe rotta, oppure qualcos’altro dentro di me sarebbe schiantato e tutto sarebbe finito, io non riuscivo ad aspettare pazientemente la fine. Il terrore delle tenebre era troppo grande ed io al più presto, al più presto volevo liberarmene con l’aiuto di una corda o una pallottola. Ed era questo sentimento appunto che fortissimamente mi trascinava al suicidio.

Tolstoj si ammalò temporaneamente nello spirito per riemergere quando riuscì a formulare conclusioni religiose soddisfacenti. Finché la crisi religiosa fu in atto, il pessimismo e la tristezza furono così intensi che ogni bene materiale e ogni senso della sua esistenza furono cancellate e rimpiazzate da sentimenti di tedio e di morte. La sua fu una depressione religiosa dovuta alla presa di coscienza della transitorietà della vita e di tutto ciò che si fa per essa in senso religioso.

Cercavo spiegazioni ai miei problemi in tutte le conoscenze che gli uomini avevano acquisito. E cercavo tormentosamente e a lungo… ostinatamente per giorni e notti… e non trovavo nulla.

La sua non era una tipica malinconia “oziosa”. Non era passivo e incapace di reazioni attive. Al contrario, Tolstoj rifiutava con ostinazione di esser trascinato fuori dalla vita da forze oscure. Ebbe sempre una straordinaria lucidità mentale che lo spinse a passare in rassegna le conoscenze sulla fede prodotte da grandi uomini del passato, a confrontarsi con teologi e persone colte, senza mai trovare una risposta esaustiva. Nonostante tutto, non s’impantanò nell’autocommiserazione e nella recriminazione. Reagì mostrando una genuina disposizione a imparare dagli errori del passato. Mise da parte i suoi pensieri filosofici e volse lo sguardo alle cose semplici degli uomini. Egli concluse che la fede è un requisito innato che permette agli uomini di conservare la volontà di vivere. Tolstoj capì che la fede non è una prerogativa solo della religione, e che in essa si può trovare il senso della vita e vivere, perché la fede è la forza della vita. Se l’uomo vive, significa che in qualcosa crede. La fede non vede il limite umano, va oltre le privazioni, le sofferenze e la morte.

chiesa-ortodossa-russaAver scoperto la fede nei recessi profondi della sua anima non significava aver risolto i suoi problemi. Riportare in superficie la fede fu un percorso molto faticoso. Bastava un dubbio, un’incertezza per farlo di nuovo sprofondare nell’abisso. Visse quest’alternanza per molto tempo. Quando scoppiò il conflitto con la Chiesa Ortodossa, Tolstoj fu vittima di una feroce persecuzione e la resa dei conti fu dura e senza esclusioni di colpi. I suoi scritti furono censurati in modo spietato e velenoso. La persecuzione ebbe il suo epilogo con la scomunica nel 1901. Lui non fu da meno. Rinfacciò spesso con veemenza ai gerarchi ortodossi i giochi di potere, la loro opulenza, la libidine, l’ipocrisia e con tagliente disprezzo definiva la Chiesa, dal III secolo a oggi: menzogna, crudeltà e inganno. Egli non si allontanò mai da Dio né dai Vangeli – che lui stesso aveva tradotto per la prima volta in lingua russa, mettendoli a disposizione del popolo – ma dalla Chiesa e dai suoi rappresentanti. Dedicò gli ultimi anni della sua vita in un rapporto genuino con l’uomo e con Cristo, che ammirava e amava incondizionatamente, e al cui messaggio conformò a modo suo la sua vita pratica.

tolstoj-1910

La foto a fianco, ritrae Tolstoj nel suo ultimo viaggio fatto nell’ottobre 1910, qualche giorno prima di morire, mentre sta fuggendo da tutti e da tutto, per diventare povero tra i poveri, per morire come povero, tra la gente semplice che sa vedere le cose che contano. Egli si sentiva più misero dei poveri e si vergognava delle sue origini nobili e di come la classe intellettuale e socialmente superiore snobbava i poveri. Era pervaso da un eccezionale furore moralista. Rinunciò ai diritti delle sue opere, cedendoli ai poveri e privando la famiglia dei mezzi di sussistenza. Era una guerra aperta non solo contro la Chiesa Ortodossa, ma anche contro la sua famiglia, contro il suo passato. Un tale forsennato attivismo morale lo aveva talmente assorbito dopo la crisi religiosa da mettere a repentaglio la sua perfezione letteraria. I giornalisti gli stanno alle calcagna per un ultimo scoop. Si meraviglia di tanto clamore. Stupito e infastidito si chiese come mai fosse presente tutta quella gente solo per lui, mentre fuori milioni di uomini soffrivano e morivano. Un libriccino, Confessione, che molti dovrebbero leggere: chi ha fede, chi la sta perdendo o chi la fede l’ha già persa e tutti i religiosi che la religione ha depresso.

L’ANIMA AMMALATA

Ci sono molte analogie dell’esperienza religiosa di Tolstoj con quella di molti depressi religiosi che continuano a vivere un conflitto interiore con le gerarchie ecclesiastiche.

Presto o tardi, anche l’uomo spiritualmente sano dovrà fare i conti con il dolore che affligge l’anima prima della morte. Molti, invece, fanno i conti con la sofferenza, molto prima della fine dei loro giorni. Come Tolstoj, un cristiano può condurre una vita sana, felice, e un giorno senza sapere perché, potrebbe accorgersi che le sue convinzioni, anche quelle più radicate, sono in balìa di forze sconosciute. Sono momenti di grande inquietudine. La volontà si paralizza e si perde la capacità di imboccare qualsiasi direzione per uscire dal tunnel della depressione religiosa. La Confessione di Tolstoj non è solo un’autobiografia di una crisi religiosa di un genio della letteratura, ma un punto di partenza fondamentale per tutti quelli che vivono una depressione causata più che dalla religione in sé, dai religionisti che la comandano. E’ risaputo che la fede è un forte aiuto per chi è depresso. Anzi, molti sono guariti grazie a una forte fede, ma anche chi aveva una fede forte si è ammalato di religione.

Vorremmo terminare quest’articolo, con una riflessione di Gaetana Prandi, neuropsichiatra e psicoanalista, che ha esaminato a fondo la personalità del grande scrittore russo dal punto di vista psicoanalitico e ha concluso le sue ricerche con questo pensiero, riportato nel libro L’uomo che non muore, religione naturale e psicoanalisi, di cui è l’autrice:

prandi-luomo-che-non-muoreIo non ho dubbi sulla sincerità della fede di Tolstoj… Tuttavia non credo che l’approdo alla fede corrisponda al momento della guarigione di Tolstoj dalla precedente malattia depressiva… L’autenticità di una fede e di una religiosità sincere non hanno infatti titolo per certificare la sanità mentale dell’individuo religioso… Ai miei occhi, Tolstoj appariva meno ammalato mentre soffriva, dilaniato dalla crisi religiosa, che non più tardi, quando, a crisi ormai superata, divennero manifeste le sue inquietanti disarmonie caratteriali e comportamentali… La risoluzione della crisi non coincise con la sua guarigione… La sua era una patologia complessa e a lungo rimossa, che alla fine era raffiorata, pronta a dilagare nella sua vita… Se la religiosità può essere parzialmente usata come meccanismo di difesa contro angosce profonde, non ne intacca l’originario valore… non è solo la religione a nascere dalla malattia, come pensava invece Freud, ma che essa può, al contrario, essere usata anche come medicina per tenere a bada una malattia psichica.

In sintesi, secondo l’autrice, la fine della crisi e una fede ritrovata non coincisero con la guarigione di Tolstoj. Quando superò la crisi, divenne evidente che la causa della sua depressione era da ricercare nel suo comportamento, nel suo carattere e nelle esperienze dolorose mai elaborate. Tolstoj ebbe una vita felice e agiata fino a cinquant’anni, ma anche molto travagliata. Apparteneva a una famiglia ricca e nobile, la madre era una principessa che è morta quando lui aveva due anni. Subito dopo perse il padre e fu allevato e educato dalle zie. Lascerà l’università per scarso profitto, e non aver conseguito la laurea gli causerà non pochi disagi nel mondo degli intellettuali. Trascorse parte della sua gioventù tra feste e giochi d’azzardo, dove perderà ingenti somme. Ha partecipato alla cruenta guerra nel Caucaso. Viaggiò molto in Europa, dove rimase scioccato a Parigi quando assistette alla decapitazione di un uomo mediante la ghigliottina. Ebbe anche molti figli, e visse gli ultimi anni della sua vita in povertà, rinunciando ai suoi possedimenti. Ci furono aspetti della sua personalità che rimasero nascosti per molti anni, ancor prima dei suoi problemi con la religione, finché non emersero e dilagarono nella sua vita.

La religione non è come alcuni pensano una conseguenza delle malattie, al contrario può essere usata come difesa contro la depressione. Comunque, il successo contro la depressione dipende anche dallo spessore morale e spirituale dei membri religiosi con i quali ci relazioniamo e da quanto è forte la nostra fede, sempre che, com’è stato detto, non ci sia in noi una dissonanza latente o rimossa che ha che fare più che con la religione, con una personalità inconscia e oscura che al momento non si riesce a scorgere e che riaffiora inesorabilmente nei periodi di grande crisi interiore. La religione potrebbe essere un fattore scatenante, ma non la vera causa del problema. Nei momenti di crisi dobbiamo esaminare con obiettività se la causa dei nostri malesseri, sia da ricercare nella religione oppure è colpa di nostre disarmonie caratteriali che abbiamo rimosse e non sono evidenti fin quando non esplodono nella loro recrudescenza.

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Le confessioni di Lev Tolstoj

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