Un mito da sfatare: il tdG “inattivo” è un debole e ha bisogno di aiuto

Molti testimoni di Geova attivi sono convinti che un loro conservo “inattivo” sia un cristiano debole in senso spirituale e bisognoso delle cure dei responsabili delle congregazioni. Nell’immaginario collettivo viene visto come un fratello dalla coscienza debole, che ha inciampato per colpa di qualcuno, che si è allontanato per divergenze dottrinali o in disaccordo con modi di fare di altri cristiani ritenuti non scritturali.

In genere viene rappresentato come una pecorella indifesa, in mezzo ai lupi rapaci pronti a sbranarla. Mentre, loro, i responsabili della congregazione, sono raffigurati come pastori forti e coraggiosi che affrontano pericoli e sfidano le intemperie per cercare la pecora smarrita e quando la trovano le curano le ferite, se la coccolano, se la mettono sulle spalle fino a ricongiungerla col resto del gregge. Un quadro commovente, che perlopiù non ha sviluppi nella realtà. Sembra la scena di un film della Disney. Nulla di irriguardoso verso l’insegnamento di Cristo, me ne guarderei bene. Ciò che mi dà fastidio è che alcuni anziani di congregazione hanno fatto diventare questa parabola di Cristo una mezza barzelletta.

Ma siamo così certi che tutti quelli che appartengono a un’altra religione, che non credono o che hanno deciso di allontanarsi siano cattivi, malvagi, ingiusti, insomma, meritevoli della disapprovazione di Dio e distrutti ad Armaghedon? Mentre, loro, gli attivi dei numeri, siano i buoni, i meritevoli del Paradiso eterno?

Alcuni ricercatori dell’Università della British Columbia sottolineano come la religione non abbia il monopolio del comportamento prosociale ed etico. Le ricerche evidenziano che i credenti sono generosi e collaborativi tanto quanto i non credenti. Lo studio pubblicato nella rivista “Science”, prende in esame un’ampia messe di dati antropologici, sociologici, psicologici ed economici, con l’obiettivo di comprendere in che modo la religione, incoraggia i comportamenti prosociali. (Vedi il documento “The Origin and Evolution of Religious Prosociality”. di A. Sharif e A. Norenzayan).

Da un punto di vista antropologico, i dati loro disponibili, suggeriscono come nelle società religiose vi sia una maggiore cooperazione tra individui, specialmente quando una società è minacciata da un pericolo. Gli esperimenti economici indicano invece che la religiosità aumenta il livello di fiducia tra i partecipanti. Infine, le esperienze in campo psicologico indicano che la convinzione di un ente onnisciente e con una forte connotazione morale riduce i livelli di comportamento egoistico. Lo stesso dicasi per coloro che non credono in Dio o non sono particolarmente attivi nella loro religione.

Quindi, l’uomo sia che creda o che non creda ha le stesse caratteristiche prosociali: cioè una predisposizione al bene degli altri e alla collaborazione comunitaria. Che la Bibbia sia una forza potente e una guida sicura non ci sono dubbi. Cosa diversa è la religione. Senza l’applicazione fedele della Parola di Dio nella propria vita la religione di appartenenza conta come il due di picche. L’illustrazione di Cristo riguardo al pastore e alla pecora smarrita è stata talmente sminuita dai responsabili religiosi da far “ribollire” nei cieli il sangue “spirituale” di Cristo. E costoro, hanno pure il coraggio di criticare e giudicare le persone che si allontanano dalla congregazione. Pensassero di più al loro esempio.

Forma mentis. Il modo di considerare deboli e malati i fratelli inattivi è il tipico modo di pensare della maggior parte dei tdG attivi. Si tratta quindi di una forma mentis. Dicono che un gruppo religioso non allenato a pensare ma a credere è facilmente controllabile. Il problema è che, la forma mentis del credente non resta relegata soltanto all’ambito della religione, ma tende ad essere applicata ad ogni aspetto della vita. Chi è abituato a ragionare senza alcun senso critico accetta senza filtri qualsiasi cosa gli venga propinata. Inoltre, il concetto dell’esistenza di un mondo perfetto avvenire, racchiude tacitamente il fatto che il mondo reale sia imperfetto e non possa ambire a diventare esso stesso un paradiso di pari livello. Perciò chi fa parte di questo mondo è in contrasto con quello futuro di Dio e di conseguenza è alienato da lui e dalle sue promesse. In realtà, l’uomo che con le sue credenze si erge presuntuosamente al di sopra di altri uomini è contro lo spirito cristiano dell’amore.

Io sono un inattivo e non mi ritengo né un debole né un malato. Non considero gli anziani delle congregazioni uomini qualificati in grado di aiutarmi. E poi, aiutarmi di che? Sono felice della mia scelta e vivo la mia vita senza più pressioni e restrizioni assurde e mi comporto bene come tanti altri che non sono tdG. Saluti.

Un inattivo

 

La figura del pastore è una splendida immagine del passato e anche se può sembrare fuori dal tempo è di una tenerezza unica. La vita del pastore è sempre stata costellata di sacrifici e dure prove. I pochi veri pastori rimasti sono una specie preziosa sia per il ruolo che svolgono sia per le particolari conoscenze che custodiscono.

Oggi, il significato di “pecora” è stato stravolto nel linguaggio comune: viene usato come simbolo di stupidaggine e di conformismo, e il dispregiativo “pecorone” viene riferito a persona priva di coraggio che segue servilmente quello che dicono o fanno gli altri. A nessuno piace pensare di essere una “pecora” che faccia parte di un simile “gregge”, ciò sarebbe un’offesa alla sua dignità. Eppure, viviamo in una società dove molti si credono liberi, ma in realtà sono omologati dalle mode con tanto di codazzo. Preferiamo le pecore guidate e curate da un buon pastore alle masse inquadrate e dirette dai poteri oscuri e nascosti che le sfruttano a loro insaputa.

Il re Davide definì Geova “il mio Pastore” (Salmo 23:1, 2). Gesù ha scelto la figura del pastore e non quella del capopopolo e ha paragonato i suoi fedeli alle pecore a motivo della loro docilità: “Io sono il Pastore eccellente che cede la vita per le sue pecore” (Giovanni 10:10, 11). Quando, Gesù pronunciò queste parole, molti dei presenti commentarono: “Ha un demonio ed è fuori di sé”. Questa applicazione a sé della figura del pastore che cede la sua vita per le pecore fu considerata dagli oppositori come demoniaca. Altri invece lo ascoltarono con interesse; desideravano seguire il Pastore eccellente. (Giovanni 10:20, 21).

Il buon pastore deve semplicemente “stare accanto” alle pecore, conoscere ciascuna con sana attenzione, con atteggiamento di vigilanza, con il bastone in mano per difendere la fede. Mai anziani mercenari, ma pastori con il cuore di Gesù. (i.i)

 

Sullo stesso argomento, vedi alcune dell’esperienze che abbiamo pubblicato:

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