Un nuovo concetto di «disciplina»

In genere, misure estreme come la disassociazione sono solo punitive e hanno poco senso se non sono affiancate da un percorso spirituale educativo da parte di anziani esperti che sappiano mediare con il trasgressore, la vittima e Dio.

Non sempre la conoscenza delle norme della Bibbia è un freno a commettere violazioni e trasgressioni se non si è in grado di relazionarsi con il prossimo, secondo le regole della convivenza civile e spirituale. Sembra scontato, ma in realtà i numerosi casi di trasgressione nelle congregazioni dimostrano che non è così.

Quello della disassociazione è un argomento controverso e spesso si finisce per entrare in un campo minato viste le varie interpretazioni e le conseguenze dolorose e rabbiose che ne derivano.

I casi di trasgressione riguardano perlopiù aspetti morali, ma non sono pochi nemmeno i conflitti tra proclamatori e anziani di congregazione, che se non gestiti bene finiscono quasi sempre in malo modo. E a rimetterci, tante volte, sono i proclamatori. Questo è quanto ho notato in tanti anni di “verità” nelle congregazioni.

Perché non istituire allora un progetto che preveda due o tre fratelli anziani esemplari e fidati che sappiano “mediare” aiutando sia i trasgressori che le vittime a saper gestire i conflitti e i peccati per i quali ne sono colpevoli o vittime? L’attuale disposizione non prevede che il colpevole disassociato e la vittima, dopo la trattazione giudiziaria del caso, siano aiutati da un supporto spirituale specifico che li segua regolarmente per riprendersi emotivamente e spiritualmente.

Molte cose si evolvono e la bellezza della Parola di Dio è quella di sapersi adeguare ai tempi. Molto dipende anche dall’interpretazione attuale che si fa di essa. Secondo me, non rivolgere un saluto al trasgressore ed evitare la sua compagnia finché non si ristabilisca, è una misura adeguata se è supportata da un percorso condiviso tra chi è incaricato di aiutare il trasgressore a riflettere sia sulle sue mancanze, sia su quale strada intraprendere per ritornare di nuovo a Geova con una coscienza pulita.

La misura della disassociazione senza un supporto spirituale è solo una misura punitiva che spesso non porta il trasgressore a pentirsi, anzi tante volte si verifica il contrario: cristiani che hanno sbagliato iniziano a frequentare le adunanze ma in seguito si scoraggiano e si allontanano definitivamente dalla congregazione.

Un valido supporto di anziani qualificati li aiuta a capire che non sono soli nel recupero. Anzi è in questi casi che il malato ha bisogno del medico. “Non sono quelli che stanno bene ad avere bisogno del medico, ma i malati. Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” – disse Gesù (Marco 2:17; vedi anche Giovanni 3:17). Dio ha affidato agli unti “il ministero della riconciliazione” (2 Corinti 5:18, 19).

La riconciliazione è «ristabilire l’armonia o un rapporto amichevole; anche sanare o comporre divergenze […] il rapporto esistente fra Dio e l’uomo peccatore è pertanto “di natura giuridica, come quello che c’è fra un sovrano, nella sua veste di giudice, e un criminale che ha violato le sue leggi e si è levato contro la sua autorità, e che viene quindi trattato come un nemico”. (M’Clintock e Strong, Cyclopædia, 1894, vol. VIII, p. 958) Questa è la situazione in cui venne a trovarsi il genere umano a causa del peccato ereditato dal loro primogenitore Adamo». (it-2 pp. 763-766)

La piena riconciliazione con Dio è possibile solo mediante il sacrificio di riscatto di Cristo Gesù. Purtroppo, ho notato che in alcuni casi giudiziari, si ha la tendenza a sovrapporre la disciplina al di sopra del valore stesso del sacrificio di Gesù. Fu la sua morte a servire come “sacrificio propiziatorio per i nostri peccati” e non la disciplina (1Giovanni 2:2; 4:10)

«Dal momento che Dio è la parte offesa la cui legge è stata ed è violata, è l’uomo che deve riconciliarsi con Dio, non Dio con l’uomo. (Sl 51:1-4) L’uomo non può mettersi sullo stesso piano di Dio, né la posizione di Dio in quanto a ciò che è giusto è soggetta a cambiamento, correzione o modifica».

Alla base della frattura, la colpa è soltanto dell’uomo, non di Dio. Questo non ha impedito a Dio di prendere misericordiosamente l’iniziativa per aprire la via alla riconciliazione tramite Gesù. Se Dio invia i suoi ambasciatori cristiani per permettere agli uomini nel mondo di conoscere le condizioni che rendono possibile la riconciliazione e di avvalersene, tanto più vale per i cristiani che peccano nelle congregazioni (2 Corinti 5:20).

Se si riconosce la necessità di una riconciliazione e si accetta il provvedimento di Dio che la rende possibile, cioè il sacrificio di suo Figlio, bisogna pentirsi della propria condotta peccaminosa e convertirsi. Un supporto che guidi il peccatore dalla trasgressione alla guarigione spirituale è perciò fuori luogo?

Questa mia riflessione si propone di valutare se è il caso di promuovere all’interno delle congregazioni un supporto psicologico nonché spirituale per gestire in maniera teocratica i vari conflitti e peccati attraverso modelli consensuali e responsabilizzanti di pronto intervento, non soltanto focalizzati sulla punizione e sulla disciplina, ma capaci di includere positivamente sia la vittima che il colpevole.

Il provvedimento dell’allontanamento con le sue conseguenze va adottato nei confronti di chi in maniera reiterata non vuole più far parte della congregazione e lo dimostra con il suo comportamento e con le sue parole. È logico aspettarsi che persone del genere non sentono il bisogno di riconciliarsi con il Dio in cui crediamo, con le sue norme esposte nella Bibbia e con quello che secondo noi è il popolo di Geova.

Non tutti, comunque, adottano questo atteggiamento. Sono molti, coloro che frequentano le adunanze dopo un provvedimento disciplinare. Ed è a questi che l’organizzazione dovrebbe rivolgersi per sostenerli in maniera concreta attraverso un supporto formato da fratelli qualificati, prima che si scoraggino e abbandonino definitivamente la congregazione. Se questi cristiani sono considerate come “persone delle nazioni”, il ministero della riconciliazione non serve proprio a questo, cioè avere contatti con loro con lo scopo di aiutarli a riconciliarsi con Geova?

Il reo non va solo punito ma aiutato a riflettere su quanto compiuto e a modificare il suo comportamento. Da solo non sempre ci riesce, sia per la condizione di debolezza in cui si trova sia per la “terra bruciata” che si fa attorno a lui. La mediazione o il supporto di anziani capaci non si risolve con la “redenzione” del cristiano che ha sbagliato. Non ci si può illudere che una persona cambi dall’oggi al domani o in pochi mesi senza un aiuto valido.

In questo percorso, gli anziani propongono, ma è logico che anche il peccatore faccia la sua parte. Se poi cadrà ancora non sempre va considerato come un fallimento. L’importante che abbia avuto modo di riflettere sulla sua condizione e abbia preso in considerazione i vari modi per ristabilirsi.

È giusto che la congregazione prenda i provvedimenti scritturali quando si verifica un atto di trasgressione, ma deve farlo non con provvedimenti solo punitivi e asfittici, ma con provvedimenti accompagnati da un modus operandi educativo e costruttivo. Da non trascurare nemmeno le vittime, che spesso non vengono prese in considerazione e che si sentono sole e abbandonate, non di rado persino colpevolizzate.

Lo stesso principio si allarga anche a tutti quei proclamatori che non sono più attivi nel ministero di campo.

È necessario quindi un nuovo concetto di disciplina, una nuova frontiera sempre più indispensabile, perché i conflitti e i peccati sono in aumento, non solo nel mondo ma purtroppo anche tra i testimoni di Geova, nonostante gli elevati standard morali ed etici.

La mia potrebbe sembrare un’idea bizzarra. In realtà, non è una novità. Il Comune di Milano ha già attuato un progetto di “mediazione” rivolto alle scuole, nato con lo scopo di aiutare i giovani a gestire meglio i propri conflitti e i genitori e gli insegnanti a promuovere modelli educativi.

P. de Bleis

(vedi Progetto Mediando del Comune di Milano)

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