Un vuoto spirituale

Si può servire Dio ed essere nello stesso tempo spiritualmente vuoti?

Sì, forse si tratta di una spiritualità intellettuale, dottrinale o di una conoscenza che non basta a dare un senso alla vita. Oppure, può trattarsi di una spiritualità basata su norme morali o su opere che Dio può richiedere. La spiritualità è una “particolare sensibilità e profonda adesione ai valori spirituali”. (Treccani) In pratica, è la caratteristica di chi attribuisce un particolare valore alle cose spirituali e religiose. Per la persona spirituale Dio occupa il centro della sua vita. Egli desidera Dio, sente il bisogno della sua cura, della sua pace e del suo amore. L’uomo spirituale tiene sempre aperta la porta dello Spirito. Senza il nostro consenso Dio non può entrare in noi. Solo con l’amore l’uomo riesce a “toccare” il cuore di Dio.

La nostra esperienza di “inattivi” ci mostra che Dio si sta facendo presente nella nostra vita in modo diverso, del tutto nuovo rispetto a prima. Egli cerca di portarci in una dimensione spirituale inimmaginabile. Dio può usare la nostra sofferenza per chiederci qualcosa di nuovo ma anche per darci ancora di più. Ci chiede di abbandonare certe resistenze per elevarci, per introdurci nella sua sapienza e per permettere allo Spirito di compenetrarci in tutto il nostro essere. Dobbiamo abbandonarci a lui senza porre limiti. Un tale desiderio può crescere o morire. Se permettiamo che le radici del risentimento o dei piaceri di questo mondo attecchiscano nel nostro cuore, proveremo soltanto un retrogusto evanescente, una sensazione di pochezza e di vuoto interiore.

Dio ha un infinito desiderio di te. Ha scelto di aver bisogno dell’amore dell’uomo. Nella nostra debolezza c’è la sua tenerezza. La Bibbia ci presenta un Dio che “esulta e grida di gioia” quando riesce a recuperarci. (Sof 3:16-18) Se però lo respingiamo soffre il nostro rifiuto. (Mat 23:37) Rivolgere la mente allo spirito significa che il nostro cuore non avrà pace fin quando non si acquieterà in Dio. Il fatto che voi fratelli “lontani” state leggendo questo articolo dimostra da parte vostra un interesse non ancora sopito per la spiritualità, ed è bene che sia così, anche quando le opinioni in materia divergono così tanto. Rivolgere la mente allo spirito vuol dire anche aprirsi interamente a Dio. Non possiamo nascondergli neanche ciò che nascondiamo a noi stessi. Dio non può smettere di essere Dio nascondendosi.

Non dobbiamo avere timore dello sguardo compassionevole di Dio. Egli ci guarda con più benevolenza di quanto facciamo noi stessi. Il dolore può impedirci di vedere la realtà per quella che è. Quando Maria Maddalena si recò al sepolcro, là incontrò Gesù, ma non lo riconobbe, tanto era assorta nel suo dolore. Geova non è come i pastori indifferenti e non è nemmeno come i pastori indaffarati dalle varie attività teocratiche, che più delle volte scusiamo o loro si scusano. I troppi incarichi e impegni non giustificano la mancanza di amore e attenzione verso i fratelli. Dio ha tutto il tempo necessario per prestarci più che la solita attenzione. In tutti questi anni di inattività, Dio non ti ha mai abbandonato. In qualsiasi sofferenza, ti è sempre stato vicino. Ma tu non potevi vederlo. Lui sì, però.

E’ normale perdere questa consapevolezza della vicinanza di Dio quando si è in fuga da lui e da noi stessi. Nella nostra inquietudine e nei nostri turbamenti, egli è sempre presente, anche quando crediamo che non lo è. I nostri pensieri sono troppo piccoli per contenere Dio. Lui, invece, è troppo grande e ha tutto lo spazio per contenerci. Quando entriamo in questo spazio, usciamo da noi stessi, perché ci vediamo come Dio ci vede. Lo dimostra la preghiera. Come ne usciamo al termine di una sentita preghiera?

Chiediamo ai nostri fratelli di fiducia come loro ci vedono e cosa pensano di noi, dopo tanti anni di lontananza. Non chiudiamoci nei nostri schemi mentali. Guardandoci con obiettività e con amore, questi cari fratelli, sinceri e compassionevoli, possono percepire cose che al momento noi non vediamo.

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Nel dipinto in alto è raffigurato un giovane seduto su un pontile fatiscente mentre guarda l’orizzonte che taglia in due il mare calmo e silenzioso e il cielo tratteggiato dai colori caldi del tramonto. Il giovane volta le spalle all’osservatore e quindi all’umanità. Non si conosce il suo volto, nessuno sa di lui. Il suo sguardo è concentrato nell’immenso infinito. Là, dove la brezza del mare porta in volo i suoi pensieri. Come gabbiani, i suoi pensieri volano alto, alla ricerca dello spazio di Dio, di un incontro con lo spirito di pace e vita, in uno spazio dove la presenza di Dio dà all’uomo ogni risposta che cerca, ogni aiuto che desidera, ogni affetto perduto.

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