Un’organizzazione deludente?

In congregazione, alcuni, in maniera erronea, esortano i fratelli a ostentare una gioia senza ombre. La tristezza non è vista di buon occhio. Costoro vivono in un ambiente tutto loro e pretendono che gli altri appaiano felici e allegri anche quando i problemi sono seri e gravosi.

Alcuni cristiani sono rimasti così delusi dall’organizzazione dei tdG che somigliano a pugili suonati. E’ come se avessero subìto traumi cranici, dovuti a una scarica di pugni dolorosi da chi meno se l’aspettavano. Per questo motivo molti hanno scelto di abbandonare l’organizzazione dei tdG che, secondo loro, non li ha difesi, né cautelati.

Per molti, l’organizzazione rivela una grande ambiguità: genera delusione e al tempo stesso la condanna. Il fallimento nel percorso spirituale viene messo ai margini; ancor più se il fratello reagisce con la tristezza, perché verrà percepita come lagnosa, inconcludente, incapace di risolvere i propri problemi, di fare le scelte giuste e a volte viene vista come una disubbidienza agli anziani o come superficialità nel mettere in pratica le norme della Bibbia. Non ne parliamo se poi si diventa inattivi o si viene espulsi dall’organizzazione.

Un tempo si portava il lutto per un anno o più. Questo indicava che il periodo del cordoglio aveva un limite di tempo. Oggi, nella congregazione si richiede che tutto si risolva velocemente. “Tanto c’è la resurrezione” dicono banalmente alcuni privi di empatia. Questo rientro affrettato dai problemi personali, nel contesto di un ambiente “felice”, crea ansia perché “bisogna” essere felici a ogni costo e subito. E se non sei felice o non risolvi i tuoi problemi andando a predicare, allora hai poca fede, pontificano gli ebeti teocratici.

Persino in amore, esigiamo di ricevere in proporzione a ciò che diamo. Quando i conti non tornano, restiamo delusi, dimenticandoci le parole di Gesù: “C’è più felicità nel dare che nel ricevere”. Lo scontento teocratico divampa molto più di un desiderio non esaudito. Secondo alcuni, c’è un disappunto dilagante e una certa mancanza di fiducia nella struttura organizzativa così come viene presentata alle congregazioni. Guardando il degrado spirituale dei rapporti umani, pensano che qualcosa non funzioni come dovrebbe. Una tale presa di coscienza è un fattore positivo, un primo passo per sistemare le cose che non vanno. Il problema è che difficilmente si ammettono opinioni diverse e divergenze teocratiche, non tanto perché non si vuole cambiare, ma perché si pensa che la diversità crei instabilità, divisioni e spaccature. Un tale modo di pensare crea di riflesso molta delusione, che di per sé non è dannosa, anche se per definizione, la delusione non è positiva.

Per crescere spiritualmente sani, bisogna saper gestire gli smacchi della vita, ma anche la delusione che proviamo. Come tanti altri sentimenti, la tristezza può essere tanto distruttiva quanto costruttiva, indipendentemente dai colpi che altri ci hanno assestato in congregazione.

DELUSI MA NON DISILLUSI

La delusione se si riesce a viverla nella giusta maniera può permetterci di andare oltre un’aspettativa disattesa, a patto di leggere fino in fondo la pagina che la vita pone davanti. Ogni esperienza delusiva è quasi sempre piena di significati utili per crescere. Molto dipende dal valore che diamo a questi significati. Chi si ferma a leggere solo le prime righe delle pagine della sua vita e non l’intero libro, pagine che in genere iniziano con una sconfitta, un fallimento, una ferita, rischia di impantanarsi nella sfiducia cronica in tutto e in tutti. A questo punto è facile dire “Basta, non se ne può più. Mollo”.

La sfiducia è comprensibile quando l’illusione è stata grande, ma non dovremmo diventare un suo ostaggio. Un periodo di disillusione può permetterci di riprendere fiato, a patto che non diventi una resa definitiva. Non dobbiamo cadere nella trappola della sconfitta esistenziale, che paralizza l’anima. La disillusione può avere risvolti positivi solo se non si generalizzi tutta la congregazione come deludente. Bisogna concentrarci solo su quell’aspetto che ci ha particolarmente delusi. Si deve circoscrivere quel punto, altrimenti se si cristallizza ci rende schiavi. La disillusione è un punto di partenza e non di arrivo.

E’ fondamentale rileggere le aspettative prima della caduta, dare un nuovo significato. In questo modo, forse la delusione non sarà così cocente come appare in un primo momento. Se sappiamo rialzarci dopo una deludente delusione, forse capiremo che la gloria e la benedizione di Geova non viene necessariamente dalle imprese di una memorabile battaglia vinta, ma dall’eroismo di saper vivere fino in fondo da persona comune, da cristiano come tanti altri che vivono all’ombra dei palcoscenici e del teatro delle maschere della teocrazia. Cristiani che sanno vivere in quel buio dove nessuno li vede e che sanno sorridere alla vita. Delusi ma non disillusi.

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