USCITA DI SICUREZZA

freccia

di Ignazio Silone.

Non dovevo lasciarmi sfuggire quell’«uscita di sicurezza». Non aveva più senso stare lì a litigare. Era finita. Grazie a Dio.

Per quale destino o virtù o nevrosi a una certa età si compie la grave scelta, si diventa «ribelli»? Donde viene ad alcuni quell’irresistibile intolleranza della rassegnazione, quell’insofferenza dell’ingiustizia, anche se colpisce altri? E quell’improvviso rimorso d’assidersi a una tavola imbandita, mentre i vicini di casa non hanno di che sfamarsi? E quella fierezza che rende le persecuzioni preferibili al disprezzo? […]

Nell’intimo della coscienza tutto venne messo in discussione, tutto diventò un problema. Fu nel momento della rottura che sentii quanto fossi legato a Cristo in tutte le fibre dell’essere. Non ammettevo però restrizioni mentali. La piccola lampada tenuta accesa davanti al tabernacolo delle intuizioni più care fu spenta da una gelida ventata. La vita, la morte, l’amore, il bene, il male, il vero cambiarono senso, o lo perdettero interamente. Era troppo grave per poterne discorrere con chicchessia; i compagni di partito vi avrebbero trovato motivo di derisione, e gli altri amici non v’erano più. Così, all’insaputa di tutti, il mondo cambiò aspetto. […]

«La libertà è la possibilità di dubitare, di sbagliare, di cercare, di sperimentare, di dire no a qualsiasi autorità letteraria, artistica, religiosa, e anche politica» […]

Non vi è peggior schiavitù di quella che s’ignora […]

Il legame col partito è in proporzione di sacrifici che esso costa. Il partito non è solo un organismo politico, ma scuola, chiesa, caserma, famiglia: è un’istituzione totalitaria nel senso più completo e genuino della parola, e impegna interamente chi vi si sottomette. Ogni organismo totalitario, ogni regime di umanità coatta, implica una buona dose di menzogne, di doppiezza, d’insincerità. Il comunista sincero, pertanto, il quale conservi per miracolo il nativo spirito critico e persista nell’applicarlo, in buona fede, nel Partito, credendo così di essergli di maggiore utilità, si espone alle penose contraddittorie traversie del non-conformista, e prima di consumare la definitiva sottomissione o l’abiura liberatrice deve soffrire nella sua anima ogni specie di triboli. La stessa lentezza che egli impiega a rendersi conto della portata della sua eresia è rivelatrice. Finché egli si muove nella medesima sfera psicologica dell’autorità con la quale entra in conflitto, può illudersi che il proprio dissenso sia limitato a questo o al singolo tema, e su di esso vuole polemizzare in nome dei comuni principi, richiamandosi anzi alla purezza delle origini; ma più tardi dopo la scomunica o l’espulsione, quando egli sarà liberato da ogni vincolo disciplinare e si troverà al di fuori della comunità dei fedeli, se l’assisterà il coraggio di risalire dagli effetti alla causa e vorrà spiegare a se stesso che cosa, in ultima analisi, gli impedì di capitolare, egli si renderà conto che la sua insofferenza obbediva in realtà a motivi ben più oscuri, e i dogmi precedentemente da lui venerati, gli appariranno bruscamente in tutt’altra luce. Per finire, ci si libera dal comunismo come si guarisce da una nevrosi […]

Avrei potuto difendermi, avrei potuto provare la mia buona fede, avrei potuto precisare il mio disaccordo. Avrei potuto persuaderli della mia assoluta indifferenza per i posti e le gerarchie. Avrei potuto; ma non volli. Dopo un mese, dopo due anni, mi sarei ritrovato da capo. Era meglio finirla una volta per sempre. Non dovevo lasciarmi sfuggire quella nuova, provvidenziale occasione, quell’«uscita di sicurezza». Non aveva più senso stare lì a litigare. Era finita. Grazie a Dio.

catena-siloneNessuna versione serve minimamente a fare capire il segreto che mi porto fuori dal Partito. Io stesso mi resi conto della crisi, lentamente, a fatica, negli anni successivi. E non ho difficoltà ad ammettere che continuo ancora a rifletterci sopra, per capire meglio. Se ho scritto dei libri, l’ho già detto, è per cercare di capire e fare capire. Non sono affatto sicuro di essere arrivato alla fine delle mie riflessioni. La verità è questa: l’uscita dal Partito comunista fu per me una data assai triste, un grave lutto, il lutto della mia gioventù. E io vengo da una contrada in cui il lutto si porta più a lungo che altrove. Non ci si libera facilmente da un’esperienza così intensa nell’organizzazione. Di essa resta sempre qualche cosa che marca il carattere per il resto della vita. […]

Dopo essere uscito ho evitato accuratamente di finire in qualcuno dei numerosi gruppi di ex comunisti, e ne sono tutt’altro che pentito, ben conoscendo la fatalità che li domina e ne fa piccole Sètte. (…) La logica dell’opposizione ad ogni costo ha condotto molti ex  comunisti assai lontano dalle posizioni di partenza e taluni addirittura al fascismo. Una spassionata critica dell’esperienza sofferta ha invece condotto me a un approfondimento dei motivi del distacco e alla constatazione ch’essi vanno assai al di là di quelli occasionali sui quali si produsse. Che mi rimane della lunga e triste avventura? Una segreta affezione per alcuni uomini che vi ho conosciuti, e il gusto di cenere di una gioventù bruciata. La colpa iniziale fu certamente mia, nel pretendere dall’azione politica qualcosa che essa non può dare. Anche la rivolta per impulso di libertà può dunque essere una trappola, mai peggiore però della rassegnazione. Ogni volta che ripenso a queste disgrazie a mente serena sento risalire dal fondo dell’anima l’amarezza di un’infelicità a cui forse mi era impossibile sfuggire.

La mia fiducia nel socialismo mi è rimasta più viva che mai quando mi rivoltai contro il vecchio ordine sociale; un bisogno di effettiva fraternità; un’affermazione della superiorità della persona umana su tutti i meccanismi economici e sociali che l’opprimono. Con il passare degli anni vi si è aggiunto un reverente sentimento verso ciò che nell’uomo incessantemente tende a sorpassarsi ed è alla radice della sua inappagabile inquietudine. […]

Sopra un insieme di teorie si può costituire una scuola e una propaganda; ma soltanto sopra un insieme di valori si può fondare una cultura, una civiltà, un nuovo tipo di convivenza tra uomini. […]

Vi è una specie particolare che, pur dispersa li accomuna un’esperienza. Siamo considerati e realmente siamo degli ex, a cui l’esperienza non ha certamente annullato l’individualità ma l’ha marcata in un senso che non abbiamo motivo di nascondere. […]

Come per il monaco nell’atto di entrare in ordine, l’adozione di […] «fuorilegge» comporta la rottura per il «rivoluzionario», la rottura con la famiglia e di ogni altra relazione privata e l’inserimento in un mondo a parte. Uscirne equivale a una piccola morte. Ecco perché la situazione traumatica dell’ex comunista può ricordare quella dell’ex frate. […]

Alla rottura col partito ci siamo arrivati, mi pare che possiamo confessarlo senza falsi pudori, ognuno a modo suo, e quasi tutti nel peggiore dei modi. L’atto di liberazione l’abbiamo compiuto, chi più chi meno, a malincuore e confusamente su motivi occasionali, talvolta futili, su problemi di tattica, su dissensi di valutazione, illudendoci magari di essere noi i veri comunisti. Solo più tardi, guardandoci indietro, ci siamo convinti dell’assoluta necessità del distacco e della maturazione interna che lo rendeva improrogabile. Anzi, adesso magari ci chiediamo come fosse possibile rimanere così a lungo «dans cette galère». Chi sarà disposto ad ammettere la nostra buona fede? Forse solo qualche ex frate. Il passato con le profonde ferite che ci ha lasciato non deve essere per noi motivo di debolezza. Non dobbiamo lasciarci demoralizzare dalle colpe, dalle sciocchezze dette o scritte. A partire dal momento che la nostra volontà è pura, una nuova forza può nascere proprio dal peggio di noi stessi. «Etiam peccata». Questo modo di pensare può apparire a taluni religioso. E’ una parola che non mi fa arrossire, poiché non esprime un sentimento, ma una consapevolezza. Ho già detto in un’altra occasione di considerare la riscoperta dell’eredità cristiana nel fermento di liberazione della società contemporanea come il nostro profitto spirituale più importante. […]

“Non permettere che mi perda in quel giorno. Cercando me, ti sedesti affaticato: m’hai redento soffrendo”.

Anche nel Vangelo d’altronde, è Dio che cerca l’uomo. «Quaerens me sedisti lassus» [recita il Dies Irae]. Vi è una cosiddetta rinascita religiosa caratterizzata dal fatto che di solito segue i disastri e le sconfitte. Ogni disfatta storica comporta infatti un’umiliazione dell’uomo, rigetta gli uomini nella sfiducia di se stessi, nel convincimento della propria debolezza, della propria incapacità e della propria colpevolezza. In ogni rinascita religiosa c’è l’accorata nostalgia del figliol prodigo, per l’antica casa del padre […]

Ora scrivendo […] ho avuto l’impressione che il sentimento di Dio non induce alla rassegnazione ma al coraggio e perfino alla temerarietà. Mi resta ora da esprimervi una schietta opinione sulle due maledizioni che al momento della separazione il Partito di solito ci scaglia contro. Voi siete condannati all’isolamento più squallido, ci grida , e a una rottura completa con ogni forma di socialismo. Ebbene, che su certi spiriti pavidi queste fosche previsioni abbiano un effetto intimidatorio è risaputo; ma per il resto c’è da rispondere che il nostro destino dipende esclusivamente da noi. Senza fare alcuna concessione allo spirito polemico, per quel che mi concerne, posso garantire di avere ritrovato un giusto rapporto con gli altri solo dopo l’uscita dal partito. In ogni tempo e in ogni regime, la vera solitudine è quella prodotta dalla menzogna, dall’invidia, dall’egoismo. Nessuna tessera di partito può immunizzare dalla perniciosa malattia del narcisismo.

In realtà una disposizione personale alla socievolezza, alla simpatia, alla generosità, che può arrivare a un sentimento di reale compresenza degli altri in noi stessi, è un fatto intimo a cui gli apparati effettivamente non possono nulla aggiungere. […]

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                                   Ignazio Silone

Nelle prove più tristi della vita ci salviamo per avere conservato nell’anima il seme di qualche certezza incorruttibile. Durante il tempo dell’abiezione, esso è il nostro tormento segreto. San Bernardo parla di quel genere di sofferenze, quando anche lui racconta di certi uomini inseguiti da Dio. Ecco, anzi, secondo la sua pittoresca descrizione, come succede: «Essi dunque scappano e non vogliono più saperne di lui, e lui li rincorre, li afferra, li addenta, li divora». E’ veramente terribile cadere nelle sue mani. Che tristezza però capire certe cose quando sulla testa cominciano ad apparire i primi capelli grigi, rendersi conto di avere sciupato gli anni e le energie migliori.

 

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